Rotta contraria

Rotta contraria

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Trattando un tema complesso e poco frequentato dai media, come quello dell’emigrazione italiana in Albania, Stefano Grossi costruisce con Rotta contraria, presentato al Bif&st, un documentario eterogeneo, forse fin troppo vasto nelle implicazioni; il rigore, e la capacità di assemblaggio del materiale, restano comunque innegabili.

In direzione dolorosa e contraria

Primi anni ’90: il regime comunista albanese inizia la sua rapida dissoluzione, lasciando migliaia di persone libere di lasciare il paese; si dirigeranno, nella stragrande maggioranza dei casi, verso le coste italiane, per quello che sarà un vero e proprio esodo di massa. Oggi: Tirana ha cambiato rapidamente il suo volto, divenendo meta appetibile per molti giovani italiani. La realtà dei call center, qui sinonimo di precariato, diviene in Albania una sorta di ancora di salvezza per l’occupazione meno qualificata. La rotta migratoria ha ormai invertito la sua direzione. [sinossi]

La dimensione del viaggio, nella sua natura simbolica di veicolo di trasformazione, è da sempre oggetto di studio privilegiato, per il cinema; anche e soprattutto per il documentario. Del viaggio, tuttavia, un film come Rotta contraria, presentato al Bif&st 2019, mostra innanzitutto l’approdo, attraverso le testimonianze di coloro che quel viaggio lo hanno direttamente esperito. Volti riflessi da una finestra, inquieti e spezzati, emblemi fin troppo espliciti di un’identità frammentata; o di uno specchio deformante che, come ricordato all’inizio del film da Fatos Lobonja (tra i più importanti scrittori e analisti politici albanesi), mette in scena nell’Albania attuale una sorta di caricatura dell’Occidente. Si tratta di giovani, italiani e albanesi, che hanno seguito a ritroso quel percorso che i loro familiari, amici, in qualche caso genitori, avevano già battuto a partire dal 1991: da prigione a cielo aperto da cui fuggire, Tirana diviene approdo ideale e luogo in cui progettare il futuro. Una città – e un paese – oggetto di un disordinato e schizofrenico sviluppo, dove i palazzi diroccati convivono con i futuristici videomanifesti, emblemi di un capitalismo importato a forza e manifestatosi nel modo più deteriore. Un luogo che però appare – per molti – una sorta di male minore rispetto all’onnipresente sentore di precarietà che oggi caratterizza la vita in Italia.

Scivolare nella retorica, e persino nel qualunquismo, nel narrare una storia – o meglio: un insieme di storie – come quella di Rotta contraria, era invero piuttosto facile. Il documentario di Stefano Grossi, tuttavia, schiva intelligentemente questo rischio, presentando nel corso della sua durata un insieme di punti di vista, testimonianze, racconti, che occhieggiano il tema dell’immigrazione da angolazioni anche molto diverse. Nel film troviamo così gli otto giovani che narrano la loro esperienza di nuovi immigrati dall’Italia nella capitale albanese, esprimendo sentimenti anche radicalmente opposti l’uno con l’altro; troviamo poi l’imprenditore Agron Shehaj, deputato in parlamento e presidente della più grande catena di call center albanesi, importatore del più spersonalizzante dei modelli di lavoro occidentali; troviamo una coscienza critica del paese (tanto nel passato quanto nel presente) come quella di Fatos Lobonja, a illustrare le trasformazioni politiche, sociali ed economiche dell’Albania nell’ultimo trentennio; troviamo infine le testimonianze di scrittori e intellettuali che hanno vissuto, direttamente e non, la realtà dell’emigrazione, reinterpretate dalle voci degli attori Patrizia Piccinini, Giorgio Colangeli e Ignazio Oliva. Il tutto forma un insieme eterogeneo, che consente al regista di fare un passo indietro e lasciar parlare i protagonisti delle migrazioni di ieri e di oggi, limitandosi a illustrarne le storie con varie tipologie di immagini (di repertorio e non).

Proprio l’aspetto visivo, al di là della peculiarità del tema, è tra le caratteristiche più interessanti di questo Rotta contraria, documentario che fin dall’inizio persegue l’afflato lirico e simbolico, da affiancare alla componente della cronaca spiccia. La città di Tirana, introdotta attraverso le riprese di un bus diurno, a rivelare una quotidianità non diversa da quella di una qualsiasi capitale occidentale, viene poi scrutata quasi esclusivamente di notte; campi lunghi o lunghissimi, a evidenziare da fuori le (ri)trovate cattedrali del capitalismo (un bar, una palestra, un night club), emblemi di una realtà sempre più atomizzata. Poi, l’interno di un call center, che illustra le testimonianze di coloro che vi erano/sono impiegati; una babele dominata dal bianco, contraddistinta da un coacervo di corpi racchiusi in pochi metri quadrati, con un vociare che, più che sottofondo, diviene presto alienante cacofonia. E ancora, gli inserimenti di immagini di repertorio, con alcuni motivi ricorrenti (una nave che solca il mare, lo stesso che si riflette sui volti degli attori che leggono gli interventi degli intellettuali albanesi), il rituale dei funerali di regime di Enver Hoxha, le inquietanti immagini del bunker dello stesso Hoxha, con divagazioni quasi horror laddove si entra direttamente nelle carceri del regime. Il tutto è organizzato con attenzione, con le immagini a commentare gli interventi a volte in tono quasi subliminale, altre in modo più esplicito; con qualche scelta più ardita – l’immagine di Stefano Cucchi associata al Museo dei Martiri, a sottolineare una continuità ideale tra vittime della violenza istituzionale – ma sempre giustificata.

Le storie che Stefano Grossi mette in scena emergono da Rotta contraria senza filtri, arrivando allo spettatore a volte a mo’ di resoconto spassionato, altre volte corredate da una forte carica emotiva (è il caso della ragazza costretta a emigrare dalla famiglia di origine, e del suo disperato desiderio di tornare in Italia). Il tema è complesso e articolato, forse troppo per essere affrontato compiutamente in un documentario di soli 75 minuti; l’interessante frazione conclusiva, ad esempio, che si concentra sullo smaltimento dei rifiuti – tema che certo trascende la realtà albanese, per assumere una rilevanza globale – meriterebbe da sola un film a sé. Se è vero che il reiterarsi di certi simbolismi (i cani rinchiusi nella clinica veterinaria che premono per uscire) appare a tratti leggermente stucchevole, è anche vero che il regista è riuscito complessivamente ad affrontare un tema complesso – e poco frequentato – con rigore e rispetto per le vicende trattate. Un esempio di cinéma vérité che senz’altro – con le sue concessioni, quasi mai gratuite, a un modello più lirico di rappresentazione – ha il merito di accendere la luce su una realtà viva, palpitante, quanto poco presente nei radar mediatici.

Info
La scheda di Rotta contraria sul sito del Bif&st.
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