A Speck in the Water

A Speck in the Water

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Presentato al Far East Film Festival 2019, A Speck in the Water (Nunal sa Tubig) è un’opera del regista cardine della seconda golden age del cinema filippino, Ishmael Bernal, e rappresenta la sua fase rurale, antropologica, la sua visione del paese lontana dalla città babelica di Manila. Film restaurato da una copia ritrovata negli archivi di una biblioteca in Giappone.

Gocce nell’oceano

Nel misero villaggio di Santa Fe alcuni affaristi usano gabbie nel mare per allevare pesci bangus affidandoli alle cure di Mang Pedro. Per qualche misterioso motivo, però, i pesci iniziano a morire e, per salvare la situazione, viene deciso di salare il pesce e di farlo essiccare al sole. Benjamin, proprietario di una barca che trasporta passeggeri in città, ha una passeggera regolare, Chedeng, che sta per diventare ostetrica. Chedeng ha un’amica e vicina di casa, Maria e, senza che nessuna delle due lo sappia, hanno entrambe una relazione con Benjamin. Quando Maria rimane incinta diventa la prima paziente di Chedeng. [sinossi]

Proiezione speciale al Far East Film Festival di A Speck in the Water (Nunal sa Tubig), film poco noto di un grande regista filippino come Ishmael Bernal, nel recente restauro partito da una pellicola conservata nella biblioteca della città giapponese di Fukuoka, dove ancora sono rimasti i sottotitoli giapponesi impressi. Si tratta di un’opera che rappresenta il contraltare, o il complemento, della visione urbana di Manila che i registi della seconda golden age del cinema filippino, come Lino Brocka e lo stesso Bernal, con Manila by Night, hanno fornito. Si avvicina quindi al celebre film Himala del regista, che indaga la religiosità che si mischia alla superstizione dei filippini, raccontando di un’apparizione mariana e del business che si crea attorno. Nella municipalità di Santa Fe, nella provincia di Cebu, dove si trova il villaggio di pescatori in cui è ambientato A Speck in the Water, vediamo una forte presenza religiosa, dove il cristianesimo, nella recita del Padre nostro con i rosari, si mescola all’islamismo, che si vede nella scena della circoncisione dei ragazzi. Religioni comunque retaggio di dominazioni coloniali o prevaricazioni culturali esterne com’è evidente dalla scritta «God Bless Our Home» che è in inglese. È un mondo contaminato, quello del villaggio, dove le pratiche antiche mescolate alle credenze religiose imposte e a quel poco di vita moderna, creano un imbastardimento della vita che porta alla lenta autodistruzione. Lo vediamo subito, quando, dopo una visione dall’alto, il regista ci conduce in quel paesaggio fatto di barche, distese di gabbie per la piscicoltura, che si stagliano nel baluginìo della superficie marina, e delle abitazioni su palafitte dei pescatori dove una donna butta i rifiuti nel mare. E sarà ancora più chiaro con la moria dei pesci, che i pescatori cercheranno di rivendere dopo averlo essiccato e salato su grate, a dei commercianti cinesi, gli unici che potrebbero accettarlo.

La visione di Bernal non è tuttavia positiva nei confronti di quei pianificatori in abiti occidentali mandati dal governo centrale per divulgare tecniche di pesca sostenibili che non facciano esaurire gli stock ittici, ma anche sistemi di pianificazione famigliare per il controllo della popolazione. I pesci da moltiplicare ma gli uomini da ridurre. Nella loro superiorità dovuta a conoscenza scientifica impongono il blocco della pesca di quattro mesi, in sé anche giustificato per la rigenerazione della fauna ittica, ma senza considerare che quella popolazione che di pesca vive subirebbe un tracollo. Sono personaggi che si distinguono dalla popolazione locale per l’uso di motoscafi o comunque barche a motore in luogo delle pagaie dei pescatori e subito, al loro arrivo, li vediamo irridere l’arretratezza del villaggio. Bernal li sbeffeggia nella gag in cui il prete cade in acqua con la sua valigetta. Il loro ruolo è del resto quello di controllo, di egemonia del potere centrale in un’epoca in cui era in vigore la legge marziale nella feroce e liberticida dittatura di Marcos.

Con A Speck in the Water, Ishmael Bernal, con la sceneggiatura del suo sodale Jorge Arago e la fotografia di Arnold Alvaro, mette in scena la fisiologia, e la patologia, del villaggio di pescatori come fosse esso stesso un organismo vivente. Un organismo malato cui vengono somministrate medicine che potrebbero rappresentare un rimedio peggiore del male. Nel film vediamo la morte, quella prematura del personaggio di Kadyo, e tutti i riti annessi, la veglia funebre, il trasporto del corpo e la preparazione della bara. E poi due parti, il primo dei quali vede il taglio del cordone ombelicale e una sorta di rito dove viene impacchettata la placenta, mentre il secondo invece porta a un bambino nato morto. I sistemi di autoregolamentazione dell’organismo dove ancora le credenze autoctone si affiancano ai sistemi moderni portati e imposti dall’alto. Si insegna la pianificazione famigliare per concludere che l’unico metodo per non avere più figli richiede semplicemente la cintura di castità. Mentre viene usato un intruglio di erbe per abortire e, quando il bambino nasce morto, viene praticato un rito purificatore alla donna. Poi c’è la sessualità, rappresentata dal triangolo amoroso e dalla scena sensualissima di Chedeng che fa il bagno nuda di notte in quel mare increspato dai riflessi di luce lunare, una sirena, che Bernal mostra nella sovrapposizione di due scene con lo stesso soggetto. L’attività produttiva del villaggio consiste nell’intagliare delle canne di bambù per farne delle reti che compongono le gabbie da mettere nel mare per l’allevamento dei pesci. E infine la malattia, l’epidemia dei pesci che genera povertà e debiti. La vita degli abitanti sembra chiusa, senza possibilità di sviluppi, come nella lunga e claustrofobica carrellata che il regista fa sotto la grata dove vengono messi i pesci morti a essiccare. Carrellata che poi però prosegue sopra la grata, come un segno di speranza.

Ci sono radici etniche comuni, si dice nel film, che accomunano il popolo filippino, quello autoctono austronesiano, non contaminato da ibridazioni, che vive frazionato nelle 7641 isole che compongono l’arcipelago. Ishmael Bernal racconta di questa popolazione ancestrale sofferente, facendoci vedere, come ancora simboleggiato nell’ultima panoramica, un campo lunghissimo, dall’alto, un granello, un frammento millesimale nell’oceano.

Info
A Speck in the Water sul sito del Far East.
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