La regina di Casetta

La regina di Casetta

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Presentato al Trento Film Festival 2019, dopo aver vinto il Premio Miglior Film Italiano al Festival dei Popoli 2018, La regina di Casetta di Francesco Fei è l’istantanea di un mondo rurale che va scomparendo, dell’Italia dei borghi in via di spopolamento, di una vita che segue i ritmi ancestrali della natura.

Là c’è il silenzio

Gregoria è l’unica ragazzina rimasta a Casetta di Tiara, un paesino sperduto nell’Alto Mugello, abitato da undici persone, di cui otto pensionati. Ma non ci resterà ancora a lungo: a settembre del 2018 dovrà trasferirsi a valle per frequentare il liceo, e quel momento segnerà la conclusione del film. La storia comincia dodici mesi prima, all’inizio della scuola, e racconta un anno in sua compagnia. Il passaggio delle stagioni, in questa remota parte dell’Appennino Tosco-Emiliano, con i suoi riti naturali, la raccolta delle castagne, la caccia al cinghiale e la neve d’inverno, accompagna le giornate di Gregoria, quelle dei suoi genitori e compaesani. [sinossi]

Dopo Segantini – Ritorno alla natura e le valli trentine di quel film, il filmmaker Francesco Fei approda ad altri territori impervi, in un piccolo centro dell’Appennino Tosco-Emiliano, Casetta di Tiara che dal punto di vista amministrativo rappresenta una frazione del comune di Palazzuolo sul Senio. Qui, nel 1916, vi soggiornarono Dino Campana e Sibilla Aleramo e vissero la loro celebre passione. Ma Francesco Fei non vuole fare un documentario sul grande poeta, anche se i suoi versi, frammenti dei Canti Orfici, aleggiano in quel piccolo agglomerato di casette e tornano più volte nel film. Presentato al Trento Film Festival, dopo aver vinto il premio come miglior film italiano allo scorso Festival dei Popoli, La regina di Casetta è focalizzato sul piccolo borgo stesso, ultimo baluardo di quell’Italia dei piccoli campanili, delle piccole comunità che ancora seguono i ritmi della natura. Un mondo destinato a scomparire. Già Casetta con i suoi undici abitanti resiste rispetto ad altre frazioni di Palazzuolo ormai disabitate. Arriva un parroco da lontano a celebrare messa: in chiesa ci sono cinque fedeli ma arriveranno due ritardatari. Fei ci introduce in questo agglomerato di case con i mattoni a vista e con i gerani sui balconi con le inquadrature fisse di alcuni suoi scorci, con il vento, per arrivare al maestoso paesaggio della vallata che si può ammirare dalle panchine. Emerge a questo punto l’altro, immenso, poeta italiano, Leopardi, e la sua lirica più celebre: «come il vento odo stormir tra queste piante», «sovrumani silenzi, e profondissima quïete».

Francesco Fei rifugge dal documentario asettico televisivo classico e lascia parlare quegli abitanti, quelle pietre, quella natura, quel paesaggio. Con quella parlata che oscilla tra toscano e romagnolo. Si sofferma sul personaggio di Gregoria: la sentiamo in voce off, con una voce vera, autentica, imperfetta, con inflessione dialettale, l’esatto opposto delle voci impostate, didattiche. E lei non guarda in camera, è colta mentre gioca con i fiori del campo, il suo sguardo è rivolto altrove. La vedremo spesso immersa in questa natura che può maneggiare, le lucertole di cui sa distinguere il sesso e che saluta, i rospi, le fragoline di bosco, come una sacerdotessa pagana con le sue pratiche arcane. È lei stessa a dirci che quello è un mondo di pace, incontaminato, incorrotto per sua stessa struttura. Non si può che andare d’accordo tra tutti, come si potrebbe altrimenti? E non si può neanche non onorare gli avi, come è facile nella vita frenetica e dispersiva di città. Rendere omaggio ai defunti nel cimitero del paese, con quelle lapidi incrostate di licheni e le foto scolorite, come fa Gregoria baciando quelle dei suoi nonni. Fei segue il paesino nel corso delle stagioni, nelle foschie e nebbioline, coperto da una coltre di neve o fiorito di rose e gerani. Nelle sue pratiche ancestrali, nei riti contadini, la caccia e la macellazione del cinghiale, la raccolta delle castagne. Tutto il paese è la casa dei suoi abitanti: sopravvive ancora l’idea di collettivismo ed è labile quella della proprietà privata.

Fei non si limita comunque a filmare Casetta. Segue Gregoria in paese, a scuola, nei suoi tragitti su quei ripidi tornanti, in macchina o sull’apetta per poi prendere il pullman di linea con il buio pesto, per poter arrivare in tempo a lezione; con le sue compagne con cui ha un rapporto fraterno come si vede nell’immagine di una di loro che le sistema i capelli. E colpisce la modestia, e la concretezza dei loro sogni di bambini per la vita adulta. La mdp arriva a una festa da ballo e, nella digressione più lontana del film, a mostrare la visita scolastica presso il vicino cimitero militare germanico della Futa. Altro momento di pacificazione, dove si insegna il rispetto dei caduti in guerra di qualsiasi parte, ma senza alcun revisionismo.
Quale sarà il destino scolastico di Gregoria? Ne discutono i genitori. Probabilmente un istituto alberghiero di Imola. Lontana da quel mondo, segnandone anche la fine. Rimangono le sue immagini e suoni, le lucciole, i raggi di luce che filtrano dalla volta delle fronde del bosco. E la voce di una bambina che legge i Canti Orfici.

Info
La scheda di La regina di Casetta sul sito del Trento Film Festival.
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