Only the Cat Knows

Only the Cat Knows

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Presentato al Far East Film Festival 2019 Only the Cat Knows, opera prima di Syoutarou Kobayasi, è un piccolo film indipendente strutturato attorno a una gatta e allo scombussolamento famigliare che segue al suo smarrimento, scoperchiando così la mediocrità della famiglia giapponese media.

Gatto nero gatto quasi bianco

Masaru e Yukiko sono sposati da cinquant’anni. Il dialogo tra loro è finito e Yukiko passa le giornate lavorando a maglia e prendendosi cura di un gatto di nome Chibi. Quando il gatto sparisce si rende conto che anche il suo matrimonio sta facendo la stessa fine. [sinossi]

Il gatto che non fa più rientro a casa, che scompare senza che si sappia più nulla, se sia vivo o morto: rappresenta un dolore inestimabile per gli amanti degli animali da compagnia. Quante volte abbiamo visto manifesti per la ricerca di felini smarriti. Proprio il cinema giapponese ha trattato questa situazione proprio con uno dei suoi più grandi registi. Succede infatti in Madadayo – Il compleanno, l’ultima opera del maestro Akira Kurosawa, che il professore protagonista non trovi più il suo adorato gattino. Più di recente nel film Hospitalité (2010) dell’autore emergente Kōji Fukada, la narrazione prede piede invece da un pappagallino che si è perso.

Con Only the Cat Knows, presentato al Far East Film Festival 2019, il gatto torna protagonista del cinema giapponese come un “felis in fabula”. Chibi è un kuroneko, vale a dire un gatto nero, di sesso femminile, senza però nessuna connotazione demoniaca. Vive nella casa di una coppia di anziani, Masaru e Yukiko, la cui vita procede in una noiosa routine. Prima di tutto Only the Cat Knows, opera prima di Syoutarou Kobayasi, fornisce un’ottima introspezione psicologia dei coniugi, appartenente a una tipologia molto diffusa in Giappone e non solo, usando spesso la scorciatoia dell’ironia e della satira, garbata. La donna, Yukiko, è lasciata sola tutto il giorno e compensa in vari modi la sua condizione. Come ogni buona casalinga, non solo di Voghera, vede tutto il giorno le soap opera di cui ormai conosce i dialoghi a memoria. Rappresentano la sublimazione della sua situazione, avendo come soggetto storie d’amore di ragazzi giovani, e sono terribilmente trash, sottolineando per esempio l’innamoramento con un pacchianissimo effetto di foglie d’acero autunnali che cadono. L’altro oggetto di morbosa attenzione della signora è la gatta Chibi, verso la quale riversa un grande affetto. E prepara amorevolmente i bentō (la schiscetta) per il marito Masaru che passa le sue giornate a giocare a shōgi, gli scacchi giapponesi e vedendosi anche con una signora. Per il suo passatempo e per altri motivi, capiamo che è un uomo legato alla tradizione nipponica, tant’è che si lamenta per il fatto che la ditta cui si rivolge la moglie per ritrovare il gatto smarrito, si chiami con un nome inglese, Pet Research, e non giapponese. E quando torna a casa abbandona i vestiti a terra, lasciando che la moglie accorra diligentemente a raccoglierli e a spazzolarli, secondo un atteggiamento sgradevole ma una volta comune nella società giapponese come si vede chiaramente nei film di Ozu, l’autore classico che verrà in mente ancora durante Only the Cat Knows.

Come nel film francese Le chat – l’implacabile uomo di Saint Germain, tratto da Simenon, la scomparsa del gatto metterà in moto una serie di cose, risveglierà alcuni meccanismi sopiti che, scombussolando la vita dei coniugi, la riporterà a un nuovo equilibrio. Ma in questo caso il gatto non viene ucciso, Chibi non fa ritorno più a casa, nella casistica di cui sopra. Anzi, sembra quasi che la micia si allontani deliberatamente per causare tutto quello scompiglio consciamente. La portata simbolica di un felino nella cultura giapponese in questo senso è forte e diversa dalla nostra, passando per un caposaldo della letteratura nazionale come Io sono un gatto, il romanzo di epoca Meiji di Natsume Sōseki, dove un protagonista felino osserva il comportamento dei suoi padroni umani, appartenenti alla middle class. L’assenza di Chibi scoperchia un mondo di ipocrisie anche sociali, dove emerge la pratica del matrimonio più o meno combinato, il miai, che ancora oggi sopravvive in Giappone. Situazione che ancora ci ricorda tanti film di Ozu. Il riferimento al Maestro può non essere casuale, nel momento in cui Syoutarou Kobayasi intende realizzare un moderno shomin-geki, una delle storie ordinarie della gente comune come quella che ci ha regalato il cinema classico nipponico. In Only the Cat Knows c’è anche, per esempio, un’inquadratura a livello tatami, quando Yukiko si decide a chiedere il divorzio al marito. E i ricordi di passati diversi, quelli della protagonista giovane che vende il latte e si contende l’uomo con la collega, e quelli dei due già sposati, sono fatti con la fotografia del cinema delle rispettive epoche, in bianco e nero i primi e a colori scialbi, da film anni ’60-70, i secondi. Mentre il gioco dei flashback serve a creare un’ambiguità (quale delle due ragazze che vendono il latte è Yukiko?) che si dipanerà solo una volta chiuso l’incastro narrativo. E il film si chiude con i titoli di coda su sfondi colorati dalla grana della carta di riso, simili ai titoli del cinema di Ozu. Con Only the Cat Knows Syoutarou Kobayasi è riuscito a costruire un piccolo film, semplice e perfettamente congegnato.

Info
Il trailer di Only the Cat Knows.
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