The Last Witness

The Last Witness

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Tratto da un romanzo di Kim Sung-jong molto noto in patria, The Last Witness di Lee Doo-yong sfrutta la detection per entrare nelle viscere di un Paese ancora dilaniato dalla guerra civile, alla ricerca di una ricomposizione. Un’opera potente e stratificata, al Far East nella retrospettiva dedicata al cinema sudcoreano durante la dittatura militare.

Sintomi di una rimozione

Il detective Oh sta investigando sull’omicidio del proprietario di una distilleria quando scopre che una storia lontana, risalente alla guerra in Corea, è strettamente collegata al delitto avvenuto oltre 20 anni dopo… [sinossi]

Restaurato dal Korean Film Archive nel 2016 e presentato al Far East di Udine nella retrospettiva dedicata al cinema della Corea del Sud sotto la dittatura militare, The Last Witness si può oggi ammirare nella durata di oltre 150 minuti ovvero nella forma voluta dal regista, Lee Doo-yong. Nel 1980, data di uscita del film, la censura governativa lo tagliò e rieditò, ma per fortuna le scene eliminate furono poi ripristinate: The Last Witness è così considerato uno dei capisaldi del cinema coreano precedente alla generazione dei registi più noti, quelli che hanno davvero cominciato a circuitare tra i festival maggiori arrivando al pubblico internazionale. Girato nel periodo immediatamente successivo all’omicidio del presidente Park Chung-hee, nel 1979, il film è una detective story dall’intento dichiarato: prima dell’incipit narrativo vero e proprio, lo spettatore legge infatti una scritta, firmata dal regista stesso, che dice che bisogna far luce sulla realtà delle cose, sforzandosi di capire quali siano la verità e quali le bugie proprio come farà il protagonista del film, sperando che caos e cupezza spariscano dalla Corea negli anni a venire. Quello che vedremo, quindi, è un film dichiaratamente politico che, imbastendo un giallo in piena regola, scandaglia il doloroso passato della guerra dei primi anni Cinquanta, i cui effetti giungono al presente dei primi Ottanta. Interpretato dall’allora popolare divo (in seguito anche regista) Hah Myung-joon, il detective Oh è infatti egli stesso “l’ultimo testimone” delle conseguenze della guerra sugli uomini e le donne del suo Paese.

Poliziotto retto, mosso dal desiderio di giustizia e dalla volontà di pervenire a ogni costo alla verità, Oh possiede qualità pericolose per se stesso e per gli altri se inserite in un contesto ferito, omertoso e teso alla rimozione come quello della Corea del Sud alla fine degli anni Settanta: appena inizia la sua investigazione sull’omicidio del proprietario di una distilleria – cui fa seguito l’omicidio di un Procuratore di giustizia – la sua tenacia nel voler comprendere porterà il primo interrogato a morire di crepacuore. Per più di 20 anni, infatti, i personaggi che si muovono attorno ai due delitti, hanno finto di essere qualcosa che non sono, creato esistenze basate su menzogne, tradito loro stessi e i propri figli. La prima parte degli interrogatori di Oh ricostruisce con alcuni flashback l’episodio bellico da cui tutto parte: da una parte ci sono partigiani simpatizzanti dei comunisti, dall’altra delatori e traditori che vogliono sgominarli, in mezzo una giovane donna ingravidata da un resistente e poi “obbligata” a vivere con l’uomo che ha consegnato il gruppo di partigiani. E che è la vittima dell’omicidio che fa partire le indagini: chi e perché ha voluto eliminarlo? Che cosa c’entra un fatto di molti lustri precedente con la sua morte? Si tratta forse di una storia di vendetta? Circa la metà di The Last Witness ricostruisce le tracce che dagli anni Cinquanta portano alla fine dei Settanta, le vite distrutte o radicalmente compromesse dei protagonisti che non lasciano affatto indifferente il poliziotto. Più si procede nel ristabilire i fatti, più Oh se sente fatalmente coinvolto in una vicenda che riguarda un intero Paese, capace di perseverare nell’inganno e così facendo di non guardarsi mai allo specchio. Solo attraverso la piena coscienza di ciò che è accaduto, della realtà di una guerra fratricida e mai pienamente dissotterrata dalla storia, le nuove generazioni potranno essere libere (come augura il regista attraverso la sua dichiarazione a inizio film). Il figlio portato in grembo dalla ragazza ai tempi della guerra è infatti diventato un giovane uomo che ignora ogni verità circa se stesso, suo padre e sua madre: allevato nell’irrealtà, il ragazzo simbolicamente non potrà che impazzire…

La morale di The Last Witness è più che palesata ma anche molto ben inserita in quello che resta in ogni caso un giallo, per la detection che giunge sino al finale, e diventa sempre più un noir, per il sempre maggior coinvolgimento del protagonista: come detto, Oh sente che quella storia sepolta negli anni è la storia di un Paese che vive nella negazione, e per far emergere una catartica verità dovrà infrangere egli stesso la legge. Oh entra nel giallo, lo contamina nella speranza di estirpare il male. Ma il dilemma che The Last Witness mette in scena a più riprese – e mette addosso a vari personaggi – è quello tra una verità che arreca dolore e disperazione ulteriore e un silenzio che non può che protrarre il peccato originale, la scena primaria della guerra civile e della divisione interna alla stessa Corea del Sud. Il paradosso è che non c’è alcuna via d’uscita indolore ma che certamente occorre interrompere il circolo vizioso e tragico di un passato che non scorre…e va da sé che solo la morte può condurre a questo obiettivo. Nell’attraversamento di una storia lunga circa 25 anni, andando avanti e indietro tra la guerra e presente, tra ricostruzione e intuizione, il regista Lee Doo-yong attraversa anche ambienti, luoghi, categorie sociali. Ci sono le zone di campagna, una Seul di cemento ma non ancora divenuta “tigre”, ci sono le case borghesi e le bettole di provincia, i bar/postriboli, gli hotel di lusso dove “abita” il giornalista che aiuta Oh nelle indagini. C’è, appunto, un giornalista “all’americana” (ma anche Oh, per capigliatura, cappotto e testa reclinata ricorda un po’ l’ispettore Colombo) e che è l’unico vero aiutante del protagonista, c’è chi ha lucrato sulle disgrazie del dopoguerra, i marginalizzati rimasti nelle campagne, le donne che possono scegliere tra l’essere mogli o essere puttane, e tanta pervasiva polizia, da quella conservatrice “di paese” a quella di città.

Si capisce insomma che The Last Witness è molto più di una detective story, ma vuole essere la parabola di una Nazione che non può tardare ulteriormente dal fare i conti con se stessa e con il proprio autoinganno, con quella che fu una guerra civile che ha lasciato ferite e traumi. In tutto ciò non mancano le svolte a sorpresa (anzi) né le scene d’azione (Lee ha realizzato decine di action e film di arti marziali) né i lirismi e i patetismi tipici dei drammi famigliari (perché, in fondo, anche di dramma famigliare si tratta). Non stupisce infine che un film così ricco e politico sia particolarmente considerato da Ryoo Seung-wan e Park Chan-wook, con la cui trilogia della vendetta The Last Witness condivide più di un elemento.

Info
The Last Witness sul sito del Far East.
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