Hard-Core

Hard-Core

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In Hard-Core Nobuhiro Yamashita trae ispirazione da un manga di Caribu Marley – autore tra gli altri anche di Old Boy – per cercare di raccontare la classe sottoproletaria che non va in Paradiso, ma al massimo alle Hawaii. Un tentativo affascinate di mescolare dramma sociale e fantasy, ma il risultato è debole e ambiguo.

Uomini e robot

Ukon Gondo è un derelitto, pronto allo scatto di violenza. Insieme al senzatetto un po’ demente Ushiyama lavora per un delirante vecchietto che rivendica la purezza etnica nipponica e vorrebbe trovare l’oro dello shogun in una cava abbandonata. Nella fabbrica in cui vive Ushiyama i due trovano un bizzarro robot in grado di volare… [sinossi]

C’è tantissima carne al fuoco, in Hard-Core, il nuovo film di Nobuhiro Yamashita presentato al Far East Film Festival di Udine (è la sesta volta per il regista nipponico in Friuli dopo il capolavoro Linda Linda Linda, Tamako in Moratorium, La La La at Rock Bottom, Over the Fence e My Uncle). Forse era inevitabile che Yamashita si trovasse a lavorare così tanto materiale, visto che Hard-Core trae ispirazione da un manga dato alle stampe a inizio anni Novanta e opera di Caribu Marley ai testi e Takashi Imashiro alle illustrazioni. Suddiviso in quattro volumi tascabili il manga si permette una lunga serie di digressioni, tese da un lato ad allargare la visuale e dall’altro a contestualizzare con maggior precisione le vite e le disavventure di Ukon e Ushiyama, i due protagonisti della vicenda. Tutto questo materiale viene frullato dallo sceneggiatore Kosuke Mukai – collaboratore abituale del regista, al lavoro in passato anche sullo script di Oh, My Buddha! di Tomorowo Taguchi, e perfino attore al soldo di Yoshihiro Nakamura nello splendido Fish Story – in un pastiche di poco più di due ore di durata. Il risultato è inevitabilmente confusionario, teso alla semplificazione senza che questo modifichi l’approccio registico di Yamashita.
Il ritmo del film è infatti compassato, privo di accelerazioni o di azioni spasmodiche. Tutto si sviluppa con compassata meditazione, com’è abitudine nelle opere dirette da Yamashita. In questo caso però il contrasto tra una bulimia narrativa evidente e lo stile autoriale produce un’opera spastica, addirittura rigida nel suo schematismo.

Dopotutto se la materia basica del contendere, vale a dire lo sguardo sui derelitti protagonisti, le loro vite invisibili e l’incapacità di trovare una collocazione nel Giappone contemporaneo, svela l’interesse reale di Yamashita, tutto il restante materiale narrativo appare posticcio, o comunque poco adattabile alle sue precedenti incursioni dietro la macchina da presa. In Hard-Core c’è di tutto di più: il pazzoide pseudo-Mishima che vorrebbe rieducare i giovani giapponesi al bushidō (il codice di condotta cui dovevano attenersi i samurai) e spera di mettere le mani sul leggendario oro dello shōgun per finanziare la sua impresa – tra l’altro interessante, e anche un po’ grottesca, la collocazione “a sinistra” del movimento nei sottotitoli inglesi e italiani quando nella pellicola si fa riferimento in maniera evidente alla destra nipponica e al suo istinto alla restaurazione –, un avanzatissimo robot dimenticato in una fabbrica dismessa che sa volare e impara la morale e l’etica, un traffico illegale tra Giappone e Cina continentale, l’amore di Ukon per la figlia del suo capo e la bizzarra relazione tra i due. Si potrebbe continuare a lungo, in un evidente accumulo spropositato di sottotrame e di ipotesi narrative che finiscono ben presto per ingolfare il tutto, rendendo il film farraginoso e completamente sbalestrato.

Il passo falso di Yamashita, il primo della sua ventennale carriera (e il regista ha solo quarantatré anni), è interamente riconducibile al non aver saputo donare Hard-Core di uno sguardo consapevole. Lasciando prosperare decine di suggestioni Yamashita ha di fatto dato vita a una creatura acefala, che corre perfino il rischio di apparire ambigua – anche se in tal senso una mano la dà il macroscopico errore di traduzione tra destra e sinistra citato dianzi – quando a conti fatti non vorrebbe essere altro se non un’elegia degli ultimi, abbandonati da una nazione che da un lato rincorre il Capitale e le sue esigenze e dall’altro si specchia in sogni di gloria di un passato mitizzato senza essere mai stato davvero compreso, e quindi inerte, inutile, dannoso. Questo sguardo politico, che altrove Yamashita è riuscito a far muovere sottopelle e che è parte integrante del manga all’origine del tutto, svanisce durante la visione di Hard-Core, lasciando spazio progressivamente alla confusione, all’irritazione, alla noia. Peccato, davvero.

Info
Il trailer di Hard-Core.
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