Three Husbands

Three Husbands

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Fruit Chan torna alla regia a quattro anni di distanza da The Midnight After con Three Husbands, confermandosi come uno dei pochi, pochissimi eretici del cinema in giro per il mondo. Un’opera iconoclasta, vertiginosamente politica, volutamente slabbrata, volgare, sgradevole alla vista. Al Far East di Udine.

La donna/pesce

Quattrocchi, un operaio edile squattrinato e che vive ancora con l’anziana madre, si innamora di Mui, una ragazza portatrice di ritardo mentale che viene fatta prostituire dal marito, Secondo Fratello, sulla sudicia barchetta nella quale vivono. [sinossi]

Three Husbands inizia a Zhuhai, nel delta del Fiume delle Perle. Qui lo spettatore può fare la conoscenza di Quattrocchi – Four-Eyes nella traduzione inglese – un operaio edile che vorrebbe andare con una prostituta, e riuscirebbe nell’intento se nel locale in cui si trovano non facesse irruzione la polizia cinese. Un breve segmento che permette però di aprire gli occhi sui tre punti cardine attorno ai quali ruota il film: il proletariato, la prostituzione, l’ordine costituito. Se i primi due possono trovarsi in alcuni frangenti dalla stessa parte della barricata, il terzo rappresenta il nemico comune, l’ostacolo insormontabile. Sono, per niente casualmente, tre anche i punti geografici attorno ai quali ruota questo boat-movie (per buona parte del tempo la narrazione si sviluppa sull’acqua): Zhuhai, Macao e Hong Kong, che in un futuro prossimo saranno collegati anche da un grande ponte, un’infrastruttura che sembra sottolineare ancora di più il controllo di uno Stato centrale che Fruit Chan vive con un senso di oppressione.
Three Husbands, che approda al Far East Film Festival di Udine senza che altre kermesse su suolo nazionale lo abbiano preso in considerazione nei mesi passati – e questo denota una certa cecità di fronte a un film volutamente sgradevole –, si colloca a sua volta come terzo capitolo di una trilogia sulla prostituzione che Fruit Chan inaugurò nel 2000 con Durian Durian, per poi proseguirla l’anno successivo con Hollywood, Hong Kong, uno dei titoli più radicali di una filmografia da sempre tesa verso l’eccesso, la provocazione, l’annientamento del pensiero comune a favore di una riscrittura della Storia sul corpo vivo di Hong Kong, città-stato martoriata e protetta allo stesso tempo.

Nelle pieghe del racconto che vede per protagonista Mui, la prostituta affetta da ritardo mentale di cui si innamora il già citato Quattrocchi, non c’è solo una satira crudele e sboccata, ma anche l’elegia di un mondo sommerso, schiacciato dal peso del Capitale che il passaggio dal protettorato britannico a Pechino non ha mai messo in discussione (e questo Chan l’ha denunciato fin dai tempi di Made in Hong Kong e The Longest Summer). Mentre Mui, Quattrocchi, Secondo Fratello e Grande Fratello – primo marito di Mui, suo padre e perfino padre del bambino della donna – si muovono instancabili di molo in molo, alla ricerca di clienti che possano portare denaro nelle loro tasche ma anche soddisfare l’infaticabile appetito sessuale della giovane, su di loro si schianta letteralmente lo skyline di Hong Kong, con i suoi grattacieli, la sua modernità che si fa beffe delle miserabili condizioni di vita di chi non può permettersi quel livello, quell’agio, quella contemporaneità.
Chan dirige un film dal basso sul basso, immergendosi nei liquami schifosi di un sottobosco celato agli occhi, abitato da persone che vivono di nulla, fra l’immondizia, in case popolari microscopiche stipate negli enormi palazzi/alveari. Un atto politico, com’è evidente, che lo spirito belluino del regista mette in scena concentrando l’attenzione sul corpo, e sulla sessualità. In Three Husbands il sesso è ovunque, atto ripetuto con frenesia, incuranti dei luoghi e degli spazi a disposizione. In questo senso deflagra in tutta la sua potenza la splendida sequenza che vede Mui e Quattrocchi appartarsi in un camion che trasporta palline di plastica e copulare nascosti agli occhi di un mondo che corre frenetico appena pochi metri accanto a loro, sopra di loro – il camion è senza copertura, e Fruit Chan piazza la videocamera in alto, in uno spaesamento dello sguardo che è anche senso di vertigine nei confronti della società e della sua velocità perpetua e inutile.

Sono tre – il numero della supposta perfezione si ripete più volte, come si sarà notato – anche i capitoli attraverso i quali si sviluppa la narrazione, e che corrispondo rispettivamente a “acqua”, “terra” e “il nulla”. L’acqua è il mare sul quale si muove l’imbarcazione/postribolo, e dove finiranno per vivere tutti i protagonisti del film; la terra è la Hong Kong sempre più fantasma (era ectoplasmatica anche in The Midnight After, dove la popolazione finiva direttamente per smaterializzarsi); il nulla, infine, è lo spazio da conquistare, e nel quale perdersi. Uno spazio in cui si cerca appiglio nella leggenda popolare – l’origine della quasi muta Mui sarebbe mitologica, secondo Quattrocchi – per sfuggire all’agghiacciante realtà.
Nel mettere in scena questa storia irriverente e squallida Fruit Chan si permette ogni libertà, rivendicando il diritto a un’espressione non codificata che in Cina è sempre più difficile da difendere. La tragedia, diceva Marx, si fa farsa, ed ecco che Three Husbands sceglie i toni della commedia acidissima, violenta, slabbrata: lo dimostrano i tentativi folli dei tre mariti di soddisfare la ninfomania di Mui, arrivando a farla accoppiare con un’anguilla. Se c’è un punto di connessione tra questo film e l’opera di Shōhei Imamura è da ricercare più che nelle singole scelte estetiche nel motivo politico della rappresentazione del corpo, dei suoi umori, della sua basica animalità. È lecito rimanere disgustati di fronte a un film come Three Husbands. Anzi, significa aver recepito fino in fondo tutta la lordura portata a galla da Chan e sputata in faccia agli spettatori. Si possono trovare limiti produttivi e narrativi, in questa storia. Ma nel suo stesso esistere, nel suo megafonare senza paura la sua non appartenenza a un sistema che lo vorrebbe ingabbiare – come i pesci nell’acquario, come i barcaioli costretti a vivere sulla terraferma – Three Husbands è un’opera potentissima e liberatoria, anarchica e strafottente. Indispensabile, in questi tempi grigi. E l’interpretazione di Chloe Maayan è davvero sublime, indimenticabile.

Info
Il trailer di Three Husbands.
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