Miss Granny

Miss Granny

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Miss Granny è la versione filippina del clamoroso successo commerciale omonimo prodotto in Corea del Sud nel 2014. A dirigerla l’artigiana di lungo corso Joyce Bernal, tra le più solide cineaste nel campo della commedia a Manila e dintorni. Un’opera prevedibile ma non priva di grazia. Al Far East di Udine.

Che bella la canzone di una volta

Fely è un’anziana che lavora come cameriera in una bettola, e vive ancora col figlio (professore universitario), la nuora, e i due nipoti, un ragazzo e una ragazza. L’unica persona che sembra sopportare il suo perenne brontolio è il collega Bert. Un giorno, proprio quando è venuta a conoscenza del piano del figlio di metterla in una casa di riposo, Fely va a farsi scattare un ritratto in uno studio fotografico d’altri tempi. Quando esce è una ventenne… [sinossi]

Per Miss Granny, trentaduesima avventura alla regia per Joyce Bernal in venti anni di attività, potrebbe valere più o meno lo stesso discorso portato avanti per un altro film visto alla ventunesima edizione del Far East Film Festival di Udine, Intimate Strangers. Esattamente come il film diretto dal sudcoreano Lee Jae-kyoo – remake dell’italiano Perfetti sconosciuti -, Miss Granny è una riedizione piuttosto fedele di un enorme successo commerciale vecchio (si fa per dire) di pochissimi anni. Nel 2014 infatti gli schermi di Seul e dintorni furono dominati dal Miss Granny di Hwang Dong-hyuk (qualcuno in Friuli ricorderà anche il suo immediatamente precedente Silenced, che si accaparrò il premio del pubblico nell’edizione del 2012). La storia della nonnetta Oh Mal-soon che, grazie alla visita a un bizzarro studio fotografico si ritrova di nuovo ventenne spopolò, al punto da rendere il film di Hwang il tredicesimo incasso sudcoreano di tutti i tempi – oggi occupa la venticinquesima posizione, a dimostrazione di come il prodotto locale stia tornando con forza a dire la sua nel box office.
In poco tempo le altre nazioni dell’area, dove il film aveva ottenuto comunque ottimi riscontri, acquisirono i diritti per rieditare la storia alla loro maniera. Tutti restando abbastanza fedeli allo schema strutturato da Hwang con il trio di sceneggiatori composto da Shin Dong-ik, Hong Yun-jeong, e Dong Hee-seon. Ecco dunque i vari 20 Once Again del cinese Leste Chen, Sweet 20 del vietnamita Phan Gia Nhat Linh, Suspicious Girl del giapponese Nobuo Mizuta, Suddenly Twenty del thailandese Araya Suriharn, Sweet 20 dell’indonesiano Ody C. Harahap, mentre è in post-produzione O Baby! Yentha Sakkagunnave dell’indiano B. V. Nandini Reddy.

È dunque in un contesto a dir poco ingolfato che si inserisce la versione filippina, affidata alle cure della solidissima Bernal, forse la persona che meglio ha dimostrato di saper gestire i toni della commedia d’antan aggiornandoli alla contemporaneità. Il suo cinema è dopotutto sempre vissuto in quella zona liminare, quasi un limbo, in cui le suggestioni del tempo che fu – che sono alla base inevitabilmente di tutti i film che si ispirano a quello di Hwang – trovano un corrispettivo nel moderno, attraverso una regia agile, brillante, mai tesa alla volgarità ma in grado di tenere insieme suggestioni che potrebbero apparire in contrapposizione.
Bernal, che torna a Udine per la quinta volta negli ultimi quattordici anni (inaugurò il rapporto il surrealismo demente di Mr. Suave, con protagonista quella forza della natura che risponde al nome di Vhong Navarro), si mette completamente al servizio della sceneggiatura, permettendosi solo un omaggio rétro a Filippine che forse non sono mai realmente esistite. La sua commedia agrodolce – al di là dell’ovvio sviluppo di una narrazione basica, e facilmente scardinabile – vive dunque nel sogno, distaccandosi in maniera netta e volontaria dalla realtà. Una peculiarità espressiva che spesso Bernal ha messo in campo nelle sue regie, e che senza dubbio contribuisce all’ottimo risultato commerciale dei film che dirige.

Uscendo dalle secche di una storia di viaggio nel tempo davvero prevedibile anche per chi non avesse dimestichezza con l’originale sudcoreano o uno qualsiasi dei suoi innumerevoli remake, Miss Granny colpisce l’attenzione dello spettatore soprattutto per la verve attoriale della sua protagonista, la straripante Sarah Geronimo che veste i panni della ventenne ex-anziana, ora decisa a tentare la via del successo personale come cantante. Una cantante che ovviamente rifiuta il metal proposto dalla band del nipote – che altrettanto inevitabilmente si innamora di lei: Ritorno al futuro docet – per proporre le buone vecchie canzoni di una volta; dopotutto la ventenne Odrey si fa chiamare così in omaggio ossequioso al suo mito Audrey Hepburn, di cui copia mise e pettinatura. È Geronimo, con la sua joie de vivre così espansa, traboccante, inarrestabile, a condurre Miss Granny in porto, e a garantirgli una seppur effimera memoria cinefila. Il resto lo fa la solida regia di Bernal, altrove però maggiormente ispirata.

Info
Il trailer di Miss Granny.
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