Project Gutenberg

Project Gutenberg

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Presentato al Far East Film Festival 2019, Project Gutenberg è un thriller con ottime scene d’azione e una struttura narrativa assai contorta, fatta di ribaltamenti. Ne è autore Felix Chong, che fu il soggettista degli Infernal Affairs e, di conseguenza, di The Departed. Un film che vuole rilanciare, con i mezzi d’oggi, l’action classico di Hong Kong incarnato nell’iconica figura di Chow Yun-fat.

Così è (anche se non vi pare)

Lee Man è un giovane artista in difficoltà perché non sembra in grado di produrre opere originali ma solo imitare opere preesistenti. Per questo viene arruolato come falsario dal boss criminale Painter, per una gigantesca operazione di contraffazione di dollari. La fidanzata di Lee Man è invece un’artista in grande ascesa e la relazione tra i due vacilla, cosa che spinge il ragazzo sempre più sotto l’ala protettiva di Painter. [sinossi]

Ci avviciniamo a una società che farà a meno del contante, il che porterà all’estinzione anche della figura criminale del falsario. Per questo Project Gutenberg, presentato al Far East Film Festival 2019 si pone come film di falsari crepuscolare, cogliendo l’anima romantica della professione di contraffattore di banconote e soprattutto la vena artistica. Riuscire a riprodurre filigrane, numeri di serie e via dicendo è lavoro di un grande pittore e illustratore e questo il cinema l’ha capito a cominciare da Vivere e morire a Los Angeles nella figura del pittore maledetto, ma anche altri film come il recente The Forger. Project Gutenberg arriva buon ultimo a cercare di creare nuove sequenze di falsificazione, a cominciare dall’inizio stesso del film, folgorante, dove il protagonista in carcere riproduce un francobollo. Mancherà sempre tuttavia quel soffio vitale che rende il film di Friedkin ineguagliabile. Una delle scene di questo tipo partorite dalla settima arte, appartiene peraltro al repertorio del cinema classico di Hong Kong e della sua new wave, vale a dire ad A Better Tomorrow, film che appare un punto di riferimento per Project Gutenberg per più di un motivo. Felix Chong gioca alla citazione espansa, mette nelle mani a Chow Yun-fat le classiche due pistole riproducendo così la figura iconica dell’epoca d’oro di John Woo & co. Ma subito dopo l’attore avrà due fucili al posto dei revolver, il tutto all’interno di una lunga scena mozzafiato con dovizia di esplosioni nella giungla thailandese. Successivamente lo stesso fronteggerà il personaggio di Lee Man nell’altra classica scena delle due pistole che si incrociano in una posizione di stallo. Scena che verrà poi replicata e corretta, visto che era in realtà all’interno di un flashback rivelatosi menzognero, dove invece le pistole a incrociarsi sono parecchie. Come dire: certe cose ora le possiamo fare molto meglio. E in generale Project Gutenberg sviluppa la dimensione geografica, che nel noir classico era confinata nella ex-colonia britannica, toccando vari punti del pianeta alla film di di 007. Da Vancouver alla Thailandia per tornare a Hong Kong, e anche con tutta una serie di mete in realtà solo enunciate da scritte.

Buona parte della narrazione è nel flashback di Lee Man, indotto finalmente a confessare e a raccontare la sua storia con il fantomatico Painter. Ma già all’inizio l’esplosione da lui preannunciata torna indietro in flashforward: era un suo sogno, un suo timore. Da subito Felix Chong mette un segnale sulla soggettività del racconto del personaggio e sul suo carattere di relativismo. Di lui che per di più è un abile falsario. Le verità possibili sono infinite come l’immagine alle sue spalle, durante l’interrogatorio, che si riproduce per effetto di due specchi contrapposti. Il gioco è complesso e allo spettatore toccherà mettere insieme i vari pezzi, collegando le scene in un meccanismo a incastro, come se giocasse con il cubo di Rubik che si vede all’inizio. Project Gutenberg funziona con questa narrazione contorta, fatta di colpi di scena e sostituzioni. Un congegno narrativo elaborato per un film che non lesina effetti spettacolari. Ma il plot complesso riduce i personaggi a semplici pedine, a pure e vuote funzioni narrative senza spessore. E, se vogliamo tornare a quel cinema glorioso hongkongese di riferimento, manca del tutto la sua dimensione epica, a partire dai personaggi stessi, che faceva di quei film i degni epigoni del western di Sam Peckinpah e Sergio Leone o del polar di Jean-Pierre Melville.

Info
Il trailer di Project Gutemberg.
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