Still Human

Still Human

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Still Human, esordio della regista hongkonghese Oliver Chan, è il delicato racconto dell’amicizia tra un operaio rimasto invalido e la sua badante, un’immigrata filippina che sogna di diventare fotografa. Con la straordinaria coppia composta da Anthony Wong e Crisel Consunji. Produce Fruit Chan. Al Far East di Udine.

La bontà è un sistema complesso

La giovane filippina Evelyn si trasferisce a Hong Kong per fare da badante a Leung Cheong-wing, un uomo paralizzato dal torace in giù che da vive solo in una casa popolare. Lentamente i due supereranno le reciproche diffidenze e tra loro si stabilirà un rapporto di autentico affetto. [sinossi]

Una badante filippina immigrata, un disabile divorziato che vive da solo in un casermone popolare di Hong Kong, la diffidenza tra di loro che un po’ alla volta diventa amicizia: ci sarebbe materiale bastante per disseminar retorica a ogni fotogramma. E invece Still Human è un film asciutto, semplice, intelligente, efficace: prodotto da Fruit Chan (con il cui cinema condivide la capacità di riflettere la dimensione politica in ogni relazione umana), Still Human è – come The Crossing – l’esordio di una regista, Oliver Siu Kuen Chan, con la mano ferma e le idee chiare. La badante Evelyn (la brava esordiente Crisel Consunji) e il burbero disabile Leung Cheong-wing (un eccellente Anthony Wong, cui il Far East ha attribuito quest’anno il premio alla carriera) sono personaggi a tutto tondo, sfaccettati e credibili che in nessun frangente risuonano funzionali a un messaggio, creature artificiali nate da uno script. La regista, anche sceneggiatrice e montatrice, gestisce un film che si muove con naturalezza tra le sfumature delle relazioni, i piccoli dispetti quotidiani e le frustrazioni, le necessità tragicamente contrapposte che allontano gli affetti famigliari, la persistente capacità umana di volersi bene, di essere vicini agli altri e comprenderli: un’impresa difficile, visto che si guarda più a Kore-eda che a Quasi amici (il cui confronto con Still Human potrebbe servire al massimo per capire quanto sia spesso ipocrita e povera la commedia “sociale” europea). Ma un’impresa pienamente vinta. Merito anche del coraggio di essere spesso sfrontati e graffianti nel parlare di un’immigrata e di un paraplegico, mettendo in scena il realismo delle situazioni (compresi lo sporco della casa e le feci da pulire) senza mai rappresentare i protagonisti come due vittime ma come due persone che si adattano e reagiscono alle cose che accadono, e che assieme diventeranno più forti.

Scandito attraverso le quattro stagioni, il racconto va dall’estate in cui Evelyn arriva a Hong Kong ed entra nella vita del suo “padrone” (che inizialmente chiama “signore”) all’estate successiva, quando Evelyn e Cheong-wing saranno molto cambiati. Pare che nella megalopoli vivano circa 380mila collaboratori domestici immigrati, quindi è del tutto naturale che Evelyn si sia già messa in contatto – tramite Facebook – con altre donne filippine che, durante il primo dei vari incontri che punteggiano il film, le danno consigli su come non farsi sfruttare e fregare dal datore di lavoro. Si affacciano in questa scena le diverse personalità delle domestiche e i diversi ceti sociali delle famiglie cui prestano servizio: Evelyn è quella che ha la sfiga di essere al “soldo” del più povero e derelitto, uno che vive in pochi metri quadri in una casa popolare e a cui deve persino pulire il sedere. Per far capire quanto poco la regista voglia puntare sul patetismo di superficie, basti pensare che questa scena è mostrata in montaggio parallelo con una in cui Cheong-wing e un amico si sparano una carrellata di film porno. Tornata a casa con tanti consigli delle amiche più esperte, Evelyn inizia a sfruttare il fatto che lei non sa il cantonese e il suo padrone non sa l’inglese: tra loro è difficile persino comunicare pertanto il primo istinto da parte di entrambi è quello di mantenere una distanza di sicurezza. La barriera linguistica sarà la prima a essere superata, perché Cheong-wing vorrà imparare un po’ di inglese (per non farsi a sua volta fregare dalla badante) e in seguito insegnerà il cantonese alla sua filippina. Gli stereotipi, per cui i filippini sono docili e un po’ scemi o per cui il padrone di casa è sempre un po’ stronzo, sono però destinati a essere messi in crisi per il semplice fatto che i due protagonisti sono persone perbene, buone, capaci di darsi reciproco affetto. Un po’ alla volta i confini si abbatteranno completamente e i due cominceranno a trattarsi come esseri umani, abbandonando i ruoli e cercando semplicemente di vivere assieme al meglio. Still Human scandisce bene la progressione del loro rapporto ma anche i personaggi collaterali come la sorella di Cheong-wing, capace di stridenti asperità ma soprattutto sopraffatta dai sensi di colpa, il figlio lontano (è molto intelligente che l’obiettivo del protagonista e del film non sia quello di andare negli Stati Uniti per la sua laurea), le amiche di Evelyn che in una scena sembrano prendersi involontariamente gioco dell’immaginario upper class di Sex and the City lanciandosi in una serata libera in quel di Hong Kong (facendo pensare a quanto sia facile fare una serie sull’emancipazione femminile quando le protagoniste sono tutte ricche…). Il film sfrutta bene anche il valore dei dispositivi tecnologici, attraverso i quali Cheong-wing intrattiene rapporti con il figlio che si sta per laureare e con cui l’uomo darà una mano alla sua badante iscrivendola online a un concorso di fotografia: la tecnologia è, semplicemente, usata dai personaggi per soddisfare le proprie esigenze esistenziali ed emotive, è piegata all’umano – cosa possibile dunque – e non viceversa. Evelyn vorrebbe infatti fare la fotografa (il film è un po’ ispirato alla storia di Xyza Cruz Bacani, una fotografa filippina partita col suo lavoro proprio da Hong Kong dove inizialmente faceva lavori umili) e con la sua macchina ritrae la realtà che la circonda, le persone, i visi e i sogni. E Cheong-wing le darà più che una mano per realizzare la sua aspirazione. Attraversando momenti di dolore – i ricordi del protagonista, ex operaio edile, circa l’incidente che lo ha paralizzato e quelli sull’amato figlio andato via per studiare negli Stati Uniti – di tensione e di comicità, Still Human si rivela un film molto puntuale nella creazione di tutti i conflitti, nelle loro risoluzioni e nell’orchestrazione complessiva degli elementi di contorno.

La riuscita parte da una scelta precisa: quella di mettere in scena due persone giuste, di buon cuore, che si riconoscono reciprocamente come tali. Nessuno vuole fregare l’altro, sebbene nel mondo proliferi il “mors tua vita mea”, ed entrambi sanno voler bene al prossimo, una dote complessa e pertanto difficile da raccontare. Still Human è una vicenda di solidarietà umana negli strati bassi della popolazione, tra uno che vive di pensione di invalidità e un’immigrata che gli deve fare il bagno e girarlo nel letto, ma che non scade neanche mezzo secondo nel patetico e nell’artificioso. La multidimensionalità dei personaggi – ironici, feriti, a volte impauriti dagli altri e sulla difensiva – unita dalla loro complessa bontà d’animo è la forza di questo bel film sull’empatia: al di là delle origini nazionali e dei rapporti di parentela, le persone possono essere in grado di capirsi e di aiutarsi e semplicemente dovrebbero farlo in nome dell’umano. Il finale, un po’ facile e forse fin troppo ottimista, colloca il film nel novero della commedia sentimentale e non del dramma, cercando un aggancio più saldo con il grande pubblico cui destina un messaggio pienamente positivo e senza ombre. Vedendo Still Human vien però da chiedersi perché il cinema europeo e pure italiano sia raramente in grado di realizzare un racconto sentimentale così poco banale e così poco schematico, prediligendo spesso la maniera e l’ovvietà che alla fine non possono commuovere e soprattutto non si fanno mai portatori di alcuna forza orgogliosamente morale.

Info
Il trailer di Still Human.
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