Normal

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Partendo da riflessioni sui procedimenti di convenzionale plasmazione socio-antropologica del genere, Normal di Adele Tulli espande la portata del suo discorso verso la fredda analisi di uno scenario universale di script comportamentali. La fine dell’uomo, schiacciato da costanti modelli autoprodotti, che tuttavia risalgono nel tempo a patterns secolari. Intelligente, elegante, semplicemente da vedere.

Maschio alfa

Il pedinamento dell’essere umano, sotto sue varianti maschili e femminili, in un ampio arco anagrafico, dall’infanzia alle soglie del matrimonio. Ciò diviene occasione per riflettere sui processi di plasmazione dell’identità di genere, attraverso la narrazione di riti iniziatici, individuali, collettivi, costantemente dominati dalla meccanica prevedibilità della sovrastruttura culturale. [sinossi]

In primo luogo Normal di Adele Tulli appare (e ingannevolmente) cinema della constatazione. Constatare ritmi e geometrie dell’esistenza umana, nella sua perdurante manifestazione tramite processi di meccanica messa in forma. L’essere umano percorre strade preordinate, dove il suo comportamento è dettato da modelli preesistenti, dall’ambiente circostante, pure dallo spazio in cui trova l’inevitabile cornice d’espressione e dal quale riceve decisive influenze. Per diversificati frammenti audiovisivi il film sembra comporre un percorso a tappe anagrafiche nel delinearsi di un unico e schiacciante modello esistenziale, in cui la determinazione di genere è calata dall’alto tramite procedimenti di plasmazione fisica e comportamentale. In prima battuta sono gli oggetti ad aggiungersi alla fisionomia dell’essere umano: dai buchi per orecchini, sorta di rito iniziatico per bambine, all’incontro con il mondo maschile del motociclismo infantile con tanto di tuta e casco, Tulli procede alla narrazione della creazione in fieri di due distinti modelli di genere, passando poi al racconto delle loro codificate modalità d’incontro.
A poco a poco Normal si trasforma anche nella radiografia di una sorta di palcoscenico artificiale automaticamente assunto dalla collettività come naturale, in cui i comportamenti sono dettati da regole scritte e non scritte, soprattutto ben inscritte in dinamiche di gruppo. Esibirsi nel gruppo e per il gruppo diviene una necessità (auto)imposta secondo un procedimento di assimilazione etica. Se l’essere umano incontra primariamente processi di messa in forma individuale, di seguito va incontro all’omologazione nei confronti di aspettative sociali innescate dalla sua appartenenza a un tradizionale genere sessuale piuttosto che all’altro. Così Tulli dà conto di riti di gruppo fortemente caratterizzati dalla consueta idea di maschio e femmina (il delirio di massa di ragazze adolescenti per un giovane divo; il softair e la sfida del tagadà per i giovani uomini…), mentre gli incontri tra giovani uomini e donne si snodano secondo le medesime coordinate di auto-esibizione e adesione a ruoli prestabiliti.

Accade poi lo stesso nel caso del matrimonio: dai corsi pre-nuziali ai seminari di preparazione al ruolo di moglie e madre Normal prosegue nella disamina di un freddo allestimento/proseguimento della macchina-società in cui l’essere umano è ridotto a mero esecutore di patterns predefiniti in un’ottica di pura abilità nel saper riprodurre ciò che è già dato prima dell’individuo. Tulli allunga la propria analisi anche verso i relativi procedimenti collaudati di auto-narrazione: il servizio fotografico per i due futuri sposi dà conto di movimenti, modalità e comportamenti ai quali adeguarsi per la riuscita di un convenzionale album di famiglia che fissi i suoi protagonisti nei loro rispettivi ruoli. Non vi è spazio per la variabile, e se c’è essa è rapidamente ricompresa nei medesimi modelli – si ricava questa impressione dalla pre-chiusura con la cerimonia di un’unione civile tra due uomini, dove niente è poi così diverso da un qualsiasi matrimonio eterosessuale.

Così, se Normal prende le mosse da un apparente studio sul genere, la sua riflessione sembra espandersi in realtà verso territori ancora più ampi. Nel suo piccolo il film di Adele Tulli sembra infatti condurre un discorso che strada facendo allarga il proprio raggio verso una riflessione pressoché universale sugli schiaccianti meccanismi di formalizzazione dell’esistenza, rinchiusa in una pletora di sovrastrutture culturali vissute come norma automatizzata. Nella sua breve durata il film adotta un linguaggio fortemente personale, che lavora molto sui suoi materiali di prima mano in un progetto evidentemente estetizzante. Di convenzionalmente documentario resta il ricorso a voci (poche) e volti prelevati dalla realtà, ma consapevolmente inscritti in un prezioso lavoro sull’inquadratura. Basti pensare al rito di gruppo degli esercizi al parco di mamme con tanto di passeggino: l’ampiezza del frame permette a Tulli di restituire quel frammento in tutta la sua sostanza di rito automatico, composto di movimenti modulari e iterativi lontani da qualsiasi spontaneità motoria.
Altrove Tulli sembra affidarsi alle risorse di luci, colori e deformazioni filmiche per enfatizzare l’artificio del rito collettivo – l’addio al nubilato in limousine, in cui è avvertibile anche una consapevole assunzione del cattivo gusto visivo. Il confine tra constatazione e critica è molto sottile: Normal sembra proporre la pura datità di processi collettivi nell’attimo stesso in cui sceglie consapevoli e calcolate geometrizzazioni visive e deformazioni espressive verso la messa in forma di quotidiane mostruosità. Il risultato è un’opera che sembra contenere nel suo algido distacco oggettivo una simultanea critica ai processi socio-antropologici narrati. D’altra parte quei modelli comportamentali sono comunque frutto dell’uomo, profondamente desideroso di risparmio psichico e per questo proteso alla creazione di confortevoli modelli in cui l’investimento individuale sia minimo, affidato com’è alla pura imitazione, riproduzione e reiterazione di un secolare pregresso. Le convenzioni del genere sessuale non sono che un sottoinsieme di una montagna di script, mirati alla psicotica serenità della norma. Opera profondamente intelligente ed elegante, Normal è assolutamente da vedere, per uscire dalla sala atterriti o magari rinfrancati. Ché riconoscendosi in tutti questi riti precostituiti qualcuno potrà pure pensare «Hai visto? Nella mia vita non ho mai sbagliato nulla». Probabilmente però non sarebbe più capace di superare un test captcha.

Info
Il trailer di Normal.
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