Il grande spirito

Il grande spirito

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Le fantasie western e lo sfondo delle ciminiere dell’Ilva non riescono a redimere Il grande spirito di Sergio Rubini, sorta di kammerspiel a due voci su una terrazza, privo però del necessario supporto di dialoghi sensati.

Pazzi su una terrazza

Periferia di Taranto. Nel corso di una rapina, uno dei tre complici, Tonino detto Barboncino approfittando della distrazione degli altri due, ruba il malloppo e scappa. La sua corsa procede verso l’alto, di tetto in tetto fino a raggiungere la terrazza più elevata, per rifugiarsi in un vecchio lavatoio, dove trova uno strano individuo dall’aspetto eccentrico: sostiene di chiamarsi Cervo Nero e di appartenere alla tribù dei Sioux. In questa immobilità forzata a Tonino non rimane che un’unica disperata alternativa: allearsi con questo squilibrato che si comporta come un pellerossa e che, proprio perché guarda il mondo da un’altra prospettiva, potrà forse fornirgli la chiave per uscire dal vicolo cieco in cui è finito. [sinossi]

Pazza, pazza, pazza su una terrazza cantava Raffaella Carrà in una delle sue immarcescibili hit. È grossomodo questo il riassunto della trama, assai esile, di Il grande spirito, nuova regia di Sergio Rubini che fa capolino in questo ultimo scorcio di stagione cinematografica dopo il passaggio al Bif&st – Bari International Film Festival. L’attore e regista pugliese, che per l’occasione gira coraggiosamente buona parte del film in dialetto locale – scelta assai apprezzabile – riprende la tendenza inaugurata con il precedente Dobbiamo parlare ambientando questo suo nuovo kammerspiel, stavolta a due voci, su una terrazza condominiale tarantina cui fa da sfondo l’esiziale ciminiera fumante dell’Ilva.

Lo sfondo è il messaggio, verrebbe da dire parafrasando Marshall McLuhan, giacché la critica al capitalismo industriale che tutto calpesta e distrugge, comprese le vite di chi abita nel suo vasto raggio d’azione, resta qui in filigrana, all’interno di un racconto un po’ picaresco, un po’ western, malinconico e vagamente impegnato. Sempre che di racconto si possa parlare, dal momento che di fatto, nel corso delle quasi due ore di Il grande spirito non succede poi molto.

Protagonista del film è Tonino (Rubini stesso) detto il Barboncino per via di un fatale errore commesso durante una rapina. Spettinato e trasandato, l’uomo ha appena sottratto il bottino di un furto in banca ai suoi complici, quando intraprende un’ardimentosa fuga sui tetti di Taranto che ha come approdo il lavatoio di un palazzo periferico, a poche centinaia di metri dalla famigerata acciaieria. Qui vive Renato (Rocco Papaleo), una sorta di barbone dei tetti che si crede un Sioux, si fa chiamare Cervo nero e dice di essere in grado di comunicare con “Il grande spirito”. Dal momento che Tonino, nel corso della fuga, si è fratturato una gamba, non gli resta che fermarsi lì e cercare un modo per convivere con il bizzarro individuo, magari riuscendo anche a fargli recuperare il malloppo, finito sepolto in un cantiere edile.

Due outsider su un terrazzo, questa è l’idea centrale per una pièce di teatro filmato incastonata tra due fughe sui tetti. E una volta poi raggiunto l’approdo in cui si volge buona parte del film, data l’immobilità forzosa del personaggio di Rubini, il centro propulsore energetico del tutto diventa per forza di cose un esagitato Rocco Papaleo, che ce la mette tutta per dar vita a un folle sognatore ed ecologista, cui però sceneggiatori e regista conferiscono un troppo labile portato drammatico. Se si eccettua un fugace riferimento al padre operaio deceduto per i veleni dell’Ilva e quell’iniziale raccordo di montaggio che pone in relazione il falò di Cervo nero e la fiamma sempiterna della ciminiera dell’acciaieria, Il grande spirito dimentica infatti di declinare il suo impegno eco-socio-politico in altre fogge, abbandonando lo spettatore in quel lavatoio, in attesa che qualcosa accada o che il film finisca. I due personaggi d’altro canto non diventano mai davvero “uniti contro il capitalismo industriale” e il ruolo risolutivo assegnato al denaro risulta piuttosto ambiguo con quel suo suggerire che in fondo, magari in un altrove lontano e dagli echi western, può davvero dare la felicità.

Poco interessato al versante della commedia – le esternazioni deliranti del personaggio di Papaleo sono più preoccupanti che divertenti – Rubini sembra volersi concentrare prevalentemente sul versante malinconico e decadente della vicenda, ma la sceneggiatura, seppur firmata a sei mani dallo stesso attore e regista con Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini appare piuttosto distratta e vaga, al punto che dimentica di fornire ai due protagonisti delle motivazioni e dei drammi pregressi credibili. Se infatti al ladruncolo Tonino è riservato un unico flashback utile solo a rivelare le ragioni del suo – a lui poco gradito – soprannome canino, per quanto concerne il personaggio di Papaleo tutto è spostato sulla metafora dell’Ilva, che probabilmente l’ha fatto impazzire, stranamente non ammalare di cancro e la cui presenza incombente in ogni caso non riesce mai a giustificare l’inanità del suo esercizio attoriale, dai risultati, quanto a credibilità e immedesimazione, piuttosto altalenanti.

A parte le grida scomposte e la gestualità esagitata del personaggio, soltanto un paio di momenti di scrittura – due funzionali dettagli – riescono a supportare Papaleo nella sua lotta furibonda alla ricerca di un personaggio che non c’è. Si tratta dell’istante fugace in cui lo vediamo catalogare con cura dei volantini promozionali del supermercato (forse qui risiede la critica al capitalismo? Troppo breve per esserne certi) e poi di quell’incontro, sospeso tra il divertente e il patetico, del Sioux tarantino con un gruppetto di ragazzi intenti a fumare una sigaretta (magari durante la ricreazione sul tetto di una scuola, chissà, non è dato saperlo). Per il resto, ogni singola scena su quella terrazza appare solo ribadire quanto questa strana coppia sia semplicemente “strana” e nulla più.

Dato l’impianto “teatrale” della vicenda – l’unica location, i due personaggi stralunati – sarebbe poi stato opportuno corroborare il film con dei dialoghi appropriati e incalzanti, ma sfortunatamente Il grande spirito appare gravato da discorsi e monologhi faceti che virtualmente anelano a insondabili profondità filosofiche del calibro di «quando dormi l’anima se ne va in un paese lontano», pensiero ribadito poco più avanti con un «l’anima se ne va di qua e di là». Quanto al riferimento al messaggio politico-ecologico veniamo poi a sapere che «gli yankee hanno costruito la ciminiera laddove prima era tutta prateria e ci pascolavano i bufali».

Quanto poi al “cattivo” (ciminiera fumante a parte) di questa vicenda, anche questo risulta poco credibile e ancor meno interessante, dal momento che si incarna nell’avido nipote di Renato/Cervo nero, un bigio individuo che vuole ricoverare lo zio in una struttura per malati di mente in modo da poter innalzare a superattico il suo appartamento periferico – anch’esso sottratto al parente demente – con l’ambita vista industriale di cui si è già ampiamente detto. E dal momento poi che il riferimento principale del film è il western, ecco che per i ruoli femminili le sfumature previste sono soltanto due: la prostituta avida (Bianca Guaccero) e la prostituta – per necessità – dal cuore d’oro (Ivana Lotito), oltretutto vittima di maltrattamenti coniugali.

Malattia mentale, violenza domestica, un bottino da recuperare, l’incontro di due perdenti, l’Ilva che incombe. Non mancavano certo gli spunti per fare de Il grande spirito un nuovo interessante esperimento di cinema civile nostrano, ma più volte nel corso della visione viene da chiedersi se l’idea del film non fosse semplicemente quella di mettere due pazzi su una terrazza e tutto il resto un mero accessorio posticcio inserito forzosamente in seconda battuta. Peccato, in fondo sarebbe bastato capovolgere il peso specifico e narrativo degli ingredienti.

Info
Il trailer de Il grande spirito.
La scheda de Il grande spirito sul sito del Bif&st.
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