Tutti Pazzi a Tel Aviv

Tutti Pazzi a Tel Aviv

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Già presentato con successo a Venezia nella sezione Orizzonti, Tutti pazzi a Tel Aviv di Sameh Zoabi propone un discorso semplificato sulla crisi israelo-palestinese, ma riesce a intrattenere con mestiere, grazie anche a un divertito sguardo su un linguaggio universale come quello della soap opera.

La soap ai tempi della crisi

Salam, trentenne palestinese che lavora per una popolare soap opera, deve attraversare ogni giorno un posto di blocco israeliano per arrivare a Ramallah, dove ci sono gli uffici della produzione. Un giorno, una battuta di troppo provoca il fermo dell’uomo, e il suo interrogatorio da parte del militare Assi; con grande sorpresa di Salam, questi gli rivela che sua moglie è una fedele spettatrice della soap. Un po’ per gioco, Assi si propone per scrivere un episodio della serie; il suo copione si rivela inaspettatamente valido… [sinossi]

Applaudito a Venezia nella sezione Orizzonti, oggetto di passaparola tra il pubblico, già molto chiacchierato come esempio di riuscita commedia popolare di produzione mediorientale: Tutti pazzi a Tel Aviv, nuovo lavoro del regista palestinese Sameh Zoabi, sembra avere le carte in regola per conquistarsi la sua consistente nicchia di spettatori anche nelle sale italiane. In realtà, a ben vedere, il film di Zoabi si innesta su una tradizione tutt’altro che nuova, ovvero quella della rivisitazione delle crisi locali attraverso il filtro della commedia: lo stesso regista, da questo punto di vista, si era già prodotto in una ricognizione del conflitto arabo/israeliano (seppur solo come sfondo) nel suo esordio Man Without a Cell Phone, risalente al 2011; mentre, andando più indietro nel tempo, un film europeo come Il mio nuovo strano fidanzato (datato 2004) aveva già trattato la pluridecennale crisi sotto forma di commedia multietnica. La cifra della commedia, quindi, è tutt’altro che estranea alla messa in scena dei conflitti consumatisi a quelle latitudini, inserendosi al contrario in un filone abbastanza rodato.

Tutti pazzi a Tel Aviv, tuttavia, ha in più l’idea di prendere un linguaggio altamente standardizzato (e internazionale) come quello della soap opera, costruendoci sopra un intreccio comico che chiama in causa direttamente i luoghi del conflitto, così come le distorsioni (cognitive e culturali) che questo ha prodotto. La componente più interessante del film di Sameh Zoabi, in effetti, è proprio la sovrapposizione e la dialettica continua tra l’estetica volutamente camp, eccessiva e dai colori sgargianti, delle immagini della serie Tel Aviv On Fire (era anche il titolo originale del film; perché modificarlo?) e la perseguita verosimiglianza dell’intreccio – specie nella fotografia metallica e tendente al grigio del posto di blocco dove si incontrano i due protagonisti. Una ricerca di verosimiglianza, va specificato, che comunque si ferma al comparto visivo del film, infrangendosi poi (consapevolmente) contro le semplicistiche schermaglie tra lo sceneggiatore per caso Salam e il militare Assi: rappresentanti, entrambi, di due stereotipi in fondo non troppo lontani da quelli che il film vorrebbe mettere alla berlina.

È comunque diretto con mestiere, Tutti pazzi a Tel Aviv, incarnando un modello di cinema popolare capace di guardare al pubblico internazionale (compreso quello dei festival), che superi lo stereotipo di una produzione locale dedita esclusivamente al cinema d’autore. Questa idea di cinema, Sameh Zoabi la mette in campo guardando innanzitutto alla commedia americana, da una parte al filone del buddy movie, dall’altra ai primi lavori di Woody Allen; rivolgendo inoltre il suo sguardo, come ulteriore componente, a certi esempi di commedia francese consolidatisi negli ultimi decenni – i primi esempi che vengono in mente sono Francis Veber e Patrice Leconte – con un’attenzione al pubblico e ai ritmi comici che si sposa a una blanda, ma presente, componente di analisi sociologica. Su tutto, una rappresentazione della crisi inevitabilmente semplificata, funzionale a un messaggio edificante – nel segno di un evanescente pacifismo – che non lascia mai molti dubbi sulla conclusione del film. Un messaggio che ha il principale limite – strutturale, ma non per questo meno presente – di sovrapporre le regole di un prodotto di fiction, quello della storia nella storia, alle complesse dinamiche di una crisi politica di lunga durata.

Tutti pazzi a Tel Aviv si rivela comunque capace di intrattenere con efficacia, affidandosi in larga parte alla comicità stralunata e spaesata – quella che vuole mettere in scena l’intellettuale per caso – del suo protagonista Kais Nashif. Non è un caso che l’interprete palestinese abbia ottenuto, a Venezia, il premio per il Miglior Attore nella sezione Orizzonti: la sua mimica facciale, fatta di minuscole quanto avvertibili variazioni, è capace di suscitare da sola l’effetto comico, con una modulazione gestita solo attraverso il tono di voce e il movimento di pochi muscoli. L’effetto di straniamento, a tratti irresistibile, emanato dalla prova del protagonista, riesce a controbilanciare in parte la ripetitività delle gag, una struttura narrativa non molto solida, nonché una serie di personaggi trattati con un certo semplicismo (ne è esempio lo zio del protagonista, produttore della soap). Il giochino del film tra realtà e finzione, e le estemporanee trovate comiche legate alle ossessioni dei due protagonisti (vedi i continui riferimenti all’humus) mostrano la corda sulla lunga durata; mentre la prevedibile “morale” che emerge dal tutto ha esattamente i crismi del semplicismo – sicuramente voluto – che ci poteva aspettare.

Alla fine, di questo Tutti pazzi a Tel Aviv restano quindi soprattutto le luccicanti immagini della soap, la curiosità sociologica (magari un po’ fine a se stessa) recata da un genere televisivo straordinariamente longevo, così come viene declinato a quelle latitudini, oltre a una riflessione strumentale e un po’ furbesca – ma efficace – sull’universalità di quello che è un linguaggio popolare per eccellenza. Certamente non molto, ma quanto basta per portare a casa un prodotto di intrattenimento, con tanto di studiata coloritura sociale, senza grossi affanni.

Info
Il trailer di Tutti Pazzi a Tel Aviv.
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