Blue My Mind – Il segreto dei miei anni

Blue My Mind – Il segreto dei miei anni

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Blue My Mind è l’esordio alla regia della svizzera Lisa Brühlmann: un coming of age che ben presto dirazza muovendosi in direzione dell’horror e del fantastico. Non tutto viene risolto in modo convincente, ma il film è un’opera prima interessante e ricca di ambizioni.

Non sarà il canto delle sirene che ci innamorerà…

Mia ha quasi 16 anni ed è in piena pubertà. Sospinta da inedite pulsioni, in classe ha fatto comunella con altre ragazze che, come lei, vanno in cerca di trasgressione. A differenza delle sue amiche Mia però si sta trasformando non solo in una donna, ma in una sirena… [sinossi]

Ci sono molti modi di mettere in scena l’adolescenza e va dato atto alla regista svizzera Lisa Brühlmann (al suo esordio nel lungometraggio) di averne scelto uno piuttosto spiazzante: la protagonista di Blue My Mind – Il segreto dei miei anni cambia così tanto nella fase dello sviluppo che, dopo il primo ciclo mestruale, inizia a trasformarsi in una sirena. Il termine “blue” del titolo ha più di una valenza: blu è il colore del mare, l’elemento a cui Mia (la bella Luna Wedler) è destinata, ma “blue” è anche un gorgo malinconico e depressivo, mentre “blue movies” sono i film porno o soft porno. Nella mente di Mia, e nel film, ci sono tutti questi elementi sintetizzati nel simbolismo della sirena, creatura marina, ammaliante ed erotica quanto potenzialmente distruttiva.
Nell’incipit del film – dopo il prologo che mostra Mia bambina di fronte alla scoperta del mare – troviamo una classica ricorrenza di parecchi coming of age: la protagonista si è appena trasferita con la famiglia in una nuova città (Zurigo) e non ha ancora amici. Nella classe in cui è capitata ci sono il consueto gruppo di bulletti ma pure le brave ragazze: la scelta di Mia è immediata e fin da subito Blue My Mind mette le carte in tavola. Non c’è nessun dibattersi tra giusto o sbagliato perché la protagonista è nettamente protesa ad aderire al gruppetto di ribelli capitanato da tre ragazze che bevono, fumano e sono sessualmente attive. Lisa Brühlmann in una manciata di minuti prende una direzione inequivocabile che porta il film a immergersi in un sostrato dove dominano desideri e pulsioni, riprese spesso con una camera a mano più erotizzante che intimista. Nel film la verbalizzazione (in particolare con gli adulti) è ridotta all’osso e i dialoghi tra ragazze sono quasi sempre divagazioni all’interno di azioni che delineano un periodo iniziatico: i furti di cosmetici ai grandi magazzini, la sbronza e le prime droghe, l’attrazione latente (ma neppure troppo) tra Mia e la “leader” del gruppetto, Gianna (Zoe Pastelle Holthuizen), i primi rapporti sessuali della protagonista. Che però vive una mutazione che non confida a nessuno, visto che tra le dita dei suoi piedi si sono formate bizzarre membrane e che le sue gambe si stanno lentamente squamando.

Unendo elementi horror alla femminile scoperta di istinti soverchianti Blue My Mind fa un po’ pensare a Il cigno nero di Aronofsky e un pochino anche a Thelma di Joachim Trier, solo per restare a esempi recenti. Nel modo di mostrare, il film della Brühlmann è disinibito ma non scevro di un certo moralismo: se le case dei genitori sono linde e moderne, i ragazzi sguazzano in ambienti un po’ sporchi e squallidi, le riprese dei balli sballati e della bocca rossa di Mia un po’ alla volta trasudano malessere e tutto sommato l’incapacità di trovare un equilibrio tra le smanie e le voglie non porta granché di buono. In fin dei conti se il film – che ha vinto il Premio del Cinema Svizzero nel 2018 per miglior film, sceneggiatura e interpretazione femminile – veleggia convinto nell’inabissarsi della protagonista non lo fa di certo con gioia o senza farla pagare alla fanciulla. Vien da chiedersi dunque il perché…
La sirena è una figura ardua da maneggiare: seduce e porta all’abbandono della regola, alla fine del discernimento di fronte al richiamo dei sensi, ma simboleggia anche una natura femminile spezzata che dovrà affrontare il proprio destino. La sirena, mezza fanciulla e mezza pesce, rappresenta anche l’appartenenza al regno animale e psichicamente il ritorno di una parte rimossa: parafrasando Freud, riportando alla coscienza alcuni impulsi incompatibili con la vita razionale possiamo però superare la nevrosi mentre non elaborandoli mai possiamo soccombere. La sirena può comportare rovina ma pure salvezza a seconda di quanto siamo in grado di accogliere gli istinti che trascina con sé: la scelta del film è, in questa accezione, punitiva e tombale. Lo stratagemma della “donna marina” è qui metafora di un eros che reca danno in primo luogo a chi se ne fa attraversare mentre altrove può essere una forma che sovverte l’elemento politico (come la sirena sui generis messa in scena nell’ultimo film di Fruit Chan, Three Husbands) e altrove ancora può essere il sintomo di una parte inconscia per impedire l’espressione psicotica. In Blue My Mind questi ulteriori elementi sembrano mancare e il divenire “sirena” indica soprattutto lo smarrimento di fronte alle pulsioni e ovviamente alla metamorfosi del corpo durante la pubertà. Se la regista sceglie la strada che porta alla scoperta dei sensi e delle percezioni forti non manca l’impressione che, una volta scelta la via, non ci siano più uscite di sicurezza in questo discreto esordio che ci fa scoprire una Zurigo underground accanto a una borghesia adulta piuttosto triste. E qui, forse, c’è qualcosa di non pienamente espresso. Mia ha di fronte a sé una famiglia algida, di cui dubita, e altri pochi adulti, di cui dubita: nel film c’è una traccia circa la difficoltà, per una ragazza oggi, di trovare uno spazio condiviso con gli adulti in cui elaborare gli istinti e non solo per reprimerli o esserne travolta. Ma questa traccia è flebile (la protagonista stessa rigetta ogni confronto) e la debolezza di questa terza dimensione – rispetto al tormento individuale e alle scene con i coetanei – rende il film allusivo ma meno netto rispetto al suo stesso potenziale. Il progressivo concentrarsi sul farsi realmente sirena di Mia è un’idea inusuale ed è interessante che la sirena non incanti ma sia solo vittima di se stessa. Eppure tutto questo finisce per far emergere il mero lato individuale della metamorfosi di una monade che, così posta, non può che essere ineluttabilmente tragica e totalmente disperata.

Info
Blue My Mind, il trailer.
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