Cannes 2019 – Minuto per minuto

Cannes 2019 – Minuto per minuto

Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2019!

Cannes 2019, edizione numero settantadue del festival, il sesto nella cosiddetta “era Lescure”. Il tappeto rosso è sempre più rosso e l’attesa per alcuni film e autori si fa come al solito spasmodica. Andrà tutto secondo i piani? Due settimane o poco meno di cinema; la corsa verso la conquista della Palma d’Oro è aperta. Come sempre, cercheremo di raccontarvi un po’ di Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!

 

Sabato 25 maggio 2019
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23.30
Chiusura mesta per il Festival di Cannes 2019: Hors normes dei registi di Quasi amici e C’est la vie – Prendila come viene Eric Toledano e Olivier Nakache è una cocente delusione. Nato in seguito all’incontro dei registi con due associazioni che che si occupano di ragazzi autistici offrendo inoltre un impiego ai giovani della banlieu (una realtà già mostrata in un loro documentario), il film non riesce a trovare uno stabile perno narrativo attorno al quale far ruotare le sue storie e, con buona pace dei talentuosi Vincent Cassel e Reda Kateb, resta un susseguirsi di scene senza nerbo né reali personaggi in azione. [d.p]

21.13
Ora siamo proprio alla fine. Ecco i premi della giuria presieduta da Inarrítu.
Palma d’Oro: Parasite di Bong Joon-ho.
Grand Prix: Atlantique di Mati Diop.
Miglior regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne per Le jeune Ahmed
Premio speciale della giuria: Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles ex-aequo con Les Misérables di Ladj Ly.
Interpretazione femminile: Emily Beecham per Little Joe di Jessica Hausner.
Interpretazione maschile: Antonio Banderas per Dolor y gloria di Pedro Almodóvar.
Miglior sceneggiatura: Céline Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu.
Menzione speciale: Elia Suleiman per It Must Be Heaven.

11.15
Il Festival di Cannes è agli sgoccioli. Oggi, dopo la tradizionale giornata di “recuperi” dei film del concorso (ma per esempio manca proprio il più atteso, Once Upon a Time… In Hollywood di Quentin Tarantino: l’ennesimo smacco per coloro che non sono riusciti a entrare in sala in nessuna delle tre proiezioni), si proclamerà il titolo vincitore. Un’edizione senza dubbio ricca, forse la migliore del decennio. Ieri nel frattempo sono stati assegnati i premi di Un certain regard. Il premio principale l’ha ottenuto A vida invisível de Eurídice Gusmão del brasiliano Karim Aïnouz, che era dato per favorito da molti. Kantemir Balagov con Beanpole ottiene la miglior regia, mentre Albert Serra con Liberté “strappa” il premio speciale della giura. Una menzione va anche a Jeanne di Bruno Dumont, mentre la migliore interprete è Chiara Mastroianni per Chambre 212 di Christophe Honoré. [r.m.]

 

Venerdì 24 maggio 2019
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20.10
L’ultimo film presentato in concorso a Cannes 2019 è il terzo lungometraggio di Justine Triet, Sibyl, che ha ormai perso il credito che aveva dopo l’eccellente esordio con La bataille de Solférino e dopo il mezzo falso di Victoria. Sibyl si muove proprio sulla falsariga di Victoria, sia scegliendo la stessa attrice protagonista (Virginie Efira), sia lavorando sulle identiche convulsioni di crisi da mezza età. La psicoanalista Sibyl, che lascia il suo lavoro per scrivere un romanzo, è una sibilla che vorrebbe prevedere e controllare quel che le accade, immaginando ripetutamente parti del romanzo che sta per scrivere, ma finisce per essere travolta dagli eventi. Provando a puntare veramente troppo in alto, visto che guarda un po’ al Resnais di Providence e un po’ al Godard de Il disprezzo, Sibyl finisce per rivelarsi come un nulla di fatto, dove le aspirazioni artistiche non si fanno mai vera sofferenza e dove tutto pare il giochino auto-assolutorio della crisi di una regista che sta ragionando troppo presto e in maniera troppo insistita sulla sua empasse registica. [a.a.]

18.22
Il penultimo film presentato in concorso è It Must Be Heaven, sesto lungometraggio del palestinese Elia Suleiman. Tra le righe di uno spassoso film comico Suleiman rfilette sull’imperante controllo della società occidentale, sul pensiero diviso in categorie, e firma un’elegia dolcissima verso la sua terra. Applausi convintissimi al Grand Théâtre, fin dall’ingresso in sala del regista. Potrebbe perfino vincere la Palma d’Oro. Chissà… [r.m.]

17.25
Un po’ di premi. Partiamo dalla Semaine de la Critique e dalle scelte della giuria capitanata da Ciro Guerra (e poi Amira Casar, Marianne Slot, Djia Mambu e Jonas Carpignano).
Grand Prix Nespresso: J’ai perdu mon corps di Jérémy Clapin.
Prix Fondation Louis Roederer de la Révélation: Ingvar E. Sigurðsson per A White, White Day di Hlynur Pálmason.
Prix Découverte Leitz Cine du court métrage: She Runs de Qiu Yang.
Quindi i premi dei vari partner della Semaine.
Prix Fondation Gan à la Diffusion: The Jokers Films, distributore francese di Vivarium di Lorcan Finnegan.
Prix SACD: César Díaz per Nuestras madres.
Prix Canal+ du court métrage: Sans mauvaise intention di Andrias Høgenni. [e.a.]

14.37
Se lo sapesse Cortini. L’estate sta finendo, ma Mektoub, My Love: Intermezzo è ancora inondato di luce, vita, passione. Di cinema. In attesa del secondo canto, messo agli atti che i minuti sono solo 208, segnalata ai più curiosi e pruriginosi una lunga sequenza nei bagni della discoteca (più sofferta e un po’ disperata, che acrobatica), non ci resta che arrenderci alla poetica di Kechiche, al suo sguardo, allo sguardo sempre altrove di Amin, ai fremiti, ai trenini, all’estate. Non è ancora finita. Con qualche riserva, ma che importa? [e.a.]

 

Giovedì 23 maggio 2019
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21.30
Mescola un po’ le carte The Gangster, the Cop, the Devil, opera seconda di Lee Won-Tae. Uno spietato e invisibile serial killer, un poliziotto spaccone e dai modi spicci e un malavitoso dalle spalle particolarmente larghe e dal pugno letale. Diventerà presto un buddy movie. Alternanza di battute, omicidi e pestaggi, alcune sequenze mirabili, cast di livello. Su tutti, il corpulento Ma Dong-seok (Train to Busan), una specie di Bud Spencer sucoreano. Bravo e grosso, perfettamente in parte. Tutto già visto, scivola via piacevolmente. [e.a.]

20.20
Nel primo pomeriggio invece è stato presentato, in concorso a Un certain regard, il cinese Summer of Changsha, film sentimental-poliziesco diretto da Zu Feng, che inizia con un’indagine a proposito di un misterioso omicidio – la cui vittima è stata smembrata – e che pian piano sfocia in un dramma esistenziale, in cui sia l’ispettore protagonista (interpretato dallo stesso regista) che la sorella del morto debbono fare i conti con i rispettivi sensi di colpa e con l’attrazione dell’uno per l’altra. Zu Feng, dunque, costruisce un buon dramma, dilungandosi forse troppo a tratti, ma risultando efficace nel ritratto di queste solitudini tendenti all’auto-annullamento che in fondo finiscono per incontrarsi. [a.a.]

19.03
È stato presentato nel pomeriggio l’unico film italiano del concorso, Il traditore di Marco Bellocchio, il suo miglior film dai tempi – probabilmente – di Buongiono, notte. Come nel film sulle BR e sulla prigionia di Aldo Moro, Bellocchio torna a ragionare sullo Stato, sull’Italia e sul modo in cui “la famiglia Paese” viene attaccata e indebolita da una contro-visione del mondo e dei valori. E lo fa adottando il punto di vista più scomodo possibile, quello di Tommaso Buscetta, il reietto per eccellenza, quello che ha parlato, che ha messo su pubblica piazza e nei tribunali i fatti – da sempre privati e segreti – della mafia sicula. Ma in fin dei conti qual è la famiglia “giusta” da scegliersi? Quella dei corleonesi che non si facevano scrupoli a uccidere fratelli e figli di ex amici o quella dello Stato che alla fine volta le spalle a Buscetta nel momento in cui questi, dopo l’omicidio di Falcone, decide di attaccare i vertici delle istituzioni, incarnati da Andreotti? Forse, la famiglia semplicemente non esiste, così come non esiste l’Italia, che deve affidare il suo vessillo a un traditore. Il traditore è un grande romanzo nero e dostoevskijano che ci ricorda come può essere grande il cinema italiano quando ha la lucidità e la necessaria forza visionaria per affrontare la storia del paese e le sue contraddizioni. [a.a.]

12.21
Ieri sera la Quinzaine des réalisateurs ha accolto Babak Anvari, il trentasettenne regista iraniano che ha alimentato un piccolo culto con la sua opera prima Under the Shadow, proiettato in molti festival nel 2016. Uscito dall’Iran Anvari ha ottenuto un contratto con la sua opera seconda con Netflix. Anche Wounds, come il precedente, è un horror, ma le ambizioni di utilizzare il genere per mettere in scena la tragedia della realtà sono messe da parte a favore di una narrazione popolare, onesta ma priva di slanci. Anvari dirige molto bene, e questo permette a Wounds di elevarsi al di sopra delle produzioni a lui similari, ma è evidente che si tratti di un progetto meno personale. Molto bravi, in ogni caso, i protagonisti guadagniniani Armie Hammer e Dakota Johnson. [r.m.]

12.09
Il ritorno a Cannes del figliol prodigo Xavier Dolan dopo i molti problemi avuti con The Death and Life of John F. Donovan (che se ne andò alla chetichella a Toronto, e praticamente non è stato visto quasi da nessuno in giro per il mondo) si rivela un mezzo buco nell’acqua. Paradossalmente la sequenza migliore di Matthias & Maxime è proprio un tuffo nell’acqua di un lago, con lunga nuotata che dimostra le qualità artistiche dell’ex enfant prodige. Peccato che attorno alla propria solidità registica Dolan non costruisca pressoché nulla, e che la sua storia d’amore possieda il respiro un po’ asfittico delle opere prime del Sundance. Il talento è innegabile, ma l’ispirazione latita da tempo, oramai. E il ragazzo nonostante sia all’ottavo film ha solo trent’anni. [r.m.]

11.40
Così come si è aperta, ovvero all’insegna dello humour francofono anarcoide di Le Daim di Quentin Dupieux, si chiude oggi la Quinzaine 2019 con lo spassoso e genialoide Yves di Benoît Forgeard. Storia del complicato rapporto tra un rapper e il suo frigorifero Yves, dall’intelligenza artificiale assai sviluppata, il film di Forgeard, tra riflessioni sul consumismo compulsivo e sull’industria discografica (altrettanto votata al “consumo”), dimostra una volta di più la vitalità e la liberissima, inarrestabile creatività della commedia d’oltralpe. [d.p]

01.30
Un poliziesco firmato da Arnaud Desplechin, cosa chiedere di più? Naturalmente declinato alla maniera del regista, con uno sguardo umanissimo e sensibile, una regia ammaliante, un’estrema affezione nei confronti dei propri attori/personaggi. Presentato in concorso ieri sera, Roubaix, une lumière ambientato nella cittadina di Roubaix, dove Desplechin è nato e ha trascorso la sua infanzia, è il resoconto dettagliato del lavoro quotidiano di un commissario di polizia e di un suo giovane sottoposto, che si ritrovano ad utilizzare tutte le loro doti maieutiche per spingere alla confessione una coppia di assassine. Analisi approfondita dei concetti di colpa, redenzione e perdono, Roubaix, une lumière è inoltre un graduale disvelamento del senso di appartenenza, dei protagonisti e del regista, al luogo in cui si è cresciuti, al relativo contesto sociale, al genere umano. [d.p.]

 

Mercoledì 22 maggio 2019
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23.37
La giornata ci ha visto per una volta saltare il tradizionale pranzo dell’aioli perché alla Quinzaine des réalisateurs veniva presentato Ang hula, vale a dire The Halt, diciannovesimo lungometraggio della carriera di Lav Diaz. Riflessione sullo stato delle Filippine al giorno d’oggi, il film è un durissimo pamphlet contro Duterte, pur non privo di derive grottesche e perfino demenziali. Quattro ore e mezza di cinema purissimo, potente, che mostra un Diaz dallo stile sempre più teso a un utilizzo meno parco del montaggio. Forse la retorica è più debordante del solito, ma all’interno restano pagine dense di un immaginario ricchissimo. [r.m.]

17.05
L’odore della gente sulla metropolitana. L’odore dei poveri. La lotta di classe. Morandi. Questo e molto altro in Parasite (Gisaengchung) di Bong Joon-ho, colpo al cuore, alla mente, agli occhi – forse, vai a capire le giurie – del concorso cannense. Doppietta memorabile con Once Upon a Time… In Hollywood e conferma di un talento imprevedibile (Memories of Murder, The Host, Snowpiercer). Arriverà nelle sale italiane, ottima notizia. Magari con qualche medaglia al collo. [e.a.]

12.05
Ultima proiezione questa mattina per Nina Wu, nuovo film del regista taiwanese Midi z, presentato a Un certain regard e di cui si parlava un gran bene. In effetti per larga parte assistiamo a un dramma allucinogeno dalle aspirazioni lynchiane in cui un’attrice in bolletta diventa all’improvviso una star. Tensione, virtuosismi registici, inquietudine montante, confusione tra realtà e finzione e così via. Poi però Nina Wu crolla per via di un finale moralista, in cui è come se volesse spiegare l’alienazione dell’immagine – e sull’immagine che è già icona e non più corpo – di Mulholland Drive. [a.a.]

 

Martedì 21 maggio 2019
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19.45
Il film che il festival ha fatto di tutto per non far vedere alla stampa è arrivato. Entrati dopo una fila di oltre tre ore in Debussy (ma parte dei blu e TUTTI i gialli sono rimasti fuori anche dalla Bazin: questo è inaccettabile, e il festival dovrebbe avere l’accortezza di porvi rimedio) ci siamo trovati di fronte a un’epifania. Once Upon a Time… In Hollywood è un Quentin Tarantino a tratti inatteso, che utilizza la mitologia e il pop come strumenti laterali ma in realtà ragiona e torna a discettare di un punto fondamentale della sua poetica: il cinema come elemento che “salva”. Torna poi, come già in The Hateful Eight, il discorso della rappresentazione di se stessi nella società e della necessità di fingere per rimanere reali. Un film magnifico, che rischia (e le reazioni in sala sembrano confermarlo) di risultare incompreso. [r.m.]

17.20
Mentre la frenesia è fuori controllo in queste ore per le prime proiezioni di Once Upon a Time… In Hollywood di Quentin Tarantino, ce ne siamo andati al Marriott a vedere un film della Quinzaine: l’argentino Por el dinero, diretto da Alejo Moguillansky, riflette su tutto il baraccone rappresentato dal cinema e dal teatro, sulla volontà artistica e su quel che ne consegue. Quattro scalzacani, tra cui vi è lo stesso regista, mettono in piedi una compagnia di giro che vaga per il Sud America e mettono in scena una rappresentazione basata sul tema del denaro. Anarchia e libertà espressiva commuovono nel film di Moguillansky, anche se a tratti si ha l’impressione che le promesse vengano disattese, che cioè sia più importante l’ambizione del fare un film sul fare film rispetto al film stesso. In ogni caso, il gesto è potente, audace e volutamente suicida. E per questo va sostenuto. [a.a.]

13.20
Confessione intima e racconto senza remore del suo essere artista italo-americano a Roma, Tommaso di Abel Ferrara è il percorso umano e urbano di un individuo in cerca di una possibile adesione ai propri “ruoli”: regista, padre, marito, ex-alcolista, ex-tossico dipendente, uomo. Forte della prestazione attoriale del suo alter ego filmico Willem Dafoe – indimenticabile protagonista di L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese – Ferrara intraprende dunque in Tommaso un percorso cristologico totale, autoriflessivo e autoironico (ma non per questo meno vero), che prevede un “calvario”, una “passione” e una “resurrezione”, il tutto senza dimenticare la comprensione delle umane debolezze, a partire dalle proprie. Fuori concorso a Cannes 2019. [d.p]

13.12
Proposto a Cannes Classics nella mattinata il restauro di Diary of a Nurse, film cinese del 1956 diretto da Jin Tao, restauro promosso dal China’s Classic Film Restoration Program e curato dal laboratorio bolognese de L’immagine ritrovata. Il film ci catapulta immediatamente in una delle tante vesti che ha indossato il cinema cinese nel corso dei decenni, questa è quella della fiducia nella rivoluzione e trasformazione maoista, raccontata sempre tramite i codici del cinema popolare. Qui sentimento e rivoluzione, commedia e propaganda, piccola-borghesia ritrosa ma non cattiva e uomo nuovo (anzi, donna nuova) si mescolano e, superate le varie fratture, si uniscono verso l’unico obiettivo che tutti supera: la costruzione di un grande complesso industriale e di una gigantesca comune in una zona semi-disabitata del nord est del paese. Diary of a Nurse è un film meno invecchiato di quel che potrebbe sembrare a prima vista, anche perché i meccanismi della commedia sentimentale funzionano, e allo stesso tempo il tema centrale – altruismo contro egoismo – è sviluppato in maniera efficace. [a.a.]

11.01
La mattinata si è invece aperta alla Quinzaine – come oramai d’abitudine – con Koirat eivät käytä housuja, vale a dire Dogs Don’t Wear Pants, terzo lungometraggio del cineasta finlandese Jukka-Pekka Valkeapää. Dopo The Visitor e They Have Escaped Valkeapää si muove in un terreno ibrido, tra incapacità di elaborare il lutto e farsa tragicomica sul tema del BDSM e della dominazione. Un lavoro divertente e che conferma l’interessante immaginario del regista finnico, che sembra però ancora alla ricerca di una definitiva maturazione autoriale. [r.m.]

10.49
Ieri sera la giornata si è conclusa con Frankie di Ira Sachs. Al di là delle evidente debolezze del film – un fragile dramma con tocchi ironici su un’attrice di successo malata di tumore che raccoglie attorno a sé i parenti e gli amici per un’ultima vacanza a Sintra, in Portogallo – a sorprendere è la collocazione in concorso, del tutto inadeguata a un lavoro simile, troppo piccolo, prevedibile e privo di profondità per ambire anche solo alla lontana alla conquista di un premio, e comunque inadatto a una competizione come quella allestita quest’anno. [r.m.]

01.30
Presentato nella serata di ieri alla Semaine, Abou Leila opera prima del francese di origine algerina Amin Sidi-Boumédiène, è una complessa rielaborazione dell’esplosione del terrorismo islamico in Algeria negli anni ’90 (il film è ambientato nel 1994), ben prima dunque dell’11 settembre 2001. Nella sua durata fluviale di oltre due ore, il film cambia più volte registro passando dal poliziesco, all’horror onirico con echi lynchiani, allo splatter vero e proprio. Fin troppo reticente nella sua parte iniziale, il film rivela gradualmente la forza del suo portato metaforico, sostenuto da un’ottima, fluida regia e, soprattutto, da brillanti idee di messinscena, che sovrapponendo i piani di presente e passato, realtà e sogno, giorno e notte contribuiscono a restituire quel clima di incertezza che da sempre provoca l’esplosione degli istinti violenti dell’animale-uomo. [d.p.]

 

Lunedì 20 maggio 2019
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18.01
Sembrava potenzialmente interessante il nuovo film dei Dardenne, presentato nel pomeriggio in concorso, Le jeune Ahmed, dedicato alla figura di un ragazzino radicalizzato. E invece i fratelli registi, pluripremiati qui alla Croisette, affrontano un tema così delicato con una leggerezza fastidiosa, finendo tra l’altro per fare una sorta di remake non dichiarato de Il ragazzo con la bicicletta, loro film del 2011. L’Ahmed del titolo è un ragazzino belga, arabo di seconda generazione, che viene blandito da un imam cattivo mentre, al contempo, un’insegnante di arabo – buona – cerca di spiegargli la giusta e pacifica adesione all’Islam. Lo schematismo è palese e anche dato per scontato, visto che ad esempio la figura dell’imam non è per nulla credibile per come parla e per come si comporta (le sue frasette ripetute a memoria chi dovrebbero poter convincere?); ma il film deraglia ancor di più nella seconda parte, quando addirittura il nostro protagonista si vede circuito da una bionda ragazzina francese che lo vuole baciare e lui la rifiuta con spiegazioni pseudo-religiose sull’impurità che portano tutto sul versante della commediola superficiale e che chiamano la risata grossolana del pubblico. Un argomento così cruciale e drammatico della nostra contemporaneità avrebbe meritato ben altro approfondimento. [a.a.]

16.20
In concorso con Portrait de la jeune fille en feu, Céline Sciamma abbandona le traiettorie adolescenziali e contemporanee delle opere precedenti – non solo i lunghi Naissance des pieuvres, Tomboy e Diamante nero, ma anche il corto Pauline e le sceneggiature di Quando hai 17 anni del fanciullesco La mia vita da zucchina – per mettersi alla prova con l’afflato sentimentale e soprattutto intellettuale di un racconto tardo settecentesco, intriso di pittura, letteratura, musica. Quasi un dazio da pagare per molti autori transalpini. [e.a.]

12.25
In mattinata alla Quinzaine des réalisateurs è stato presentato il nuovo film di Rebecca Zlotowski, Une fille facile. Racconto dell’estate di una sedicenne di Cannes, dove viene raggiunta dalla cugina che vive a Parigi e ha tutta l’intenzione di sfruttare la propria avvenenza per garantirsi un futuro, il quarto lungometraggio della regista francese si potrebbe definire un “film facile”. Le ambizioni non mancano, così come la voglia di discutere del classismo insito nella società, ma tutto viene banalizzato, ridotto all’osso, mai affrontato nelle sue estreme conseguenze. Un coming of age estetizzante e un po’ vuoto, valorizzato solo dalla presenza scenica della protagonista Mina Farid (molto più monolitica e inespressiva Zahia Dehar, divenuta celebre quando era ancora minorenne per un caso di prostituzione che aveva coinvolto i celebri calciatori Ribéry e Benzema. [r.m.]

11.31
Forse il cinema è morto, come dice qualcuno, o almeno sta lentamente morendo. Ma ha ancora un pubblico. E basta vederlo qui a Cannes, dove migliaia di accreditati passano la maggior parte del tempo in coda per vedere i film, disposti anche a menare le mani pur di entrare, magari dopo essere stati ‘rimpallati’ da una proiezione attesa ansiosamente nel corso di un’ora e mezza di fila sotto la pioggia. Ieri, ad esempio, ci è capitato di restare fuori a un film della Quinzaine, diretto da un esordiente – Erwan le Duc – e dunque potenzialmente non così atteso, quando per di più lo stesso film era già passato in mattinata, e dunque era una replica, e quando (quasi) in contemporanea al Palais stavano proiettando ben due titoli del concorso principale, A Hidden Life di Terrence Malick e Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma. Perciò quando in Italia si dice che è finita l’esperienza collettiva della visione in sala, è solo perché fa comodo dirlo e non si vuole – o non si ha la voglia, o non si ha il coraggio – stimolare il pubblico a mantenere viva la splendida macchina cinematografica. [a.a.]

11.20
Pur scottati ieri sera dall’assenza del Pibe de Oro, abbiamo comunque voluto recuperare in mattinata Diego Maradona, film – presentato fuori concorso – che è diretto da Asif Kapadia, già autore in passato di diversi documentari biografici – con l’utilizzo precipuo di materiale di repertorio – dedicati a star geniali e maledette, come Senna (2010) e Amy (2015). Il nuovo lavoro di Kapadia non si discosta molto da questi altri due modelli, perseguendo in maniera certosina la pratica di costruire una narrazione forte ed empatica solo a partire da immagini d’epoca, qui arricchite da alcune sequenze inedite, come ad esempio l’arrivo di Maradona allo stadio di Napoli in macchina per la sua presentazione d’onore al pubblico partenopeo nell’ormai lontano 1984. Non svela comunque granché di nuovo Diego Maradona, ma non era questo che si chiedeva a Kapadia e non erano queste le sue intenzioni. Come al solito, il suo scopo è di fare ordine nell’ambito di un materiale vastissimo e di costruire una narrazione a partire dall’episodico racconto spettacolare audiovisivo della contemporaneità debordiana, trovandovi a posteriori una coerenza e una continuità biografica. E, in tal senso, il risultato risponde alle ambizioni, anche se vi è qualche digressione eccessiva che smorza l’efficacia del tutto. [a.a.]

 

Domenica 19 maggio 2019
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21.17
Lo ammettiamo senza problemi: eravamo pronti a invadere la sala Grand Théâtre Lumière per vedere Diego Maradona, il documentario di Asif Kapadia che passa oggi alle 23. Il motivo? In sala era prevista la presenza del Pibe de Oro. Purtroppo invece all’ultimo momento il numero 10 più forte di ogni tempo ha dato la proverbiale “buca”. Il film lo si recupererà domani, ma un velo di tristezza ha colto buona parte degli accreditati. Nel frattempo il Napoli, con inconsapevole omaggio al suo eroe dei due scudetti, sta battendo 1-0 l’Inter. [r.m.]

19.10
Viaggio, parabola, in questo caso anche calvario. Un ponte tra un passato oscuro e il nostro scricchiolante presente. È tornato a forme narrative più lineari Terrence Malick, in concorso col fluviale A Hidden Life, ma non ha abbandonato le suggestioni estetiche deflragrate con The Tree of Life e nemmeno quel susseguirsi di domande, riflessioni, arrovellamenti. Un cinema inondato di luce, natura, fede; un cinema generosamente personale, filosofico, volutamente lontano dalla prassi mainstream. [e.a.]

16.05
Film di finzione e, soprattutto, sulla finzione girato da Werner Herzog in Giappone Family Romance, LLC., fuori concorso a Cannes, racconta di una società (la Family Romance del titolo) che si occupa di fornire familiari in affitto per ogni evenienza, pubblica e privata. Con immagini rigorosamente lo-fi (il film è stato girato con uno smartphone) il regista teutonico si diverte a mettere alla berlina la società e la sua cellula base, ovvero la famiglia, firmando una riflessione sulla messinscena e sul ruolo dell’attore-performer, che sarà pure priva di appagamento estetico, ma di certo intrisa di un corroborante humour nerissimo. [d.p.]

12.28
Ha un potere immaginifico stordente The Lighthouse, l’opera seconda di quel Robert Eggers che fece molto parlare di sé quattro anni fa con The Witch. Se in quel caso lo spunto era il New England in odor di stregoneria del Diciassettesimo Secolo, qui il tutto si fa più estremo: sempre il New England, ma in mezzo al mare, all’interno di un faro sul finire dell’Ottocento. Tra deliqui onirici, sensi di colpa e riferimenti evidenti alla letteratura marinaresca – su tutti La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, ma anche l’onnipresente Moby Dick, citato espressamente in una linea di dialogo e terzo film a Cannes a farlo dopo I morti non muoiono e Bull: ritorno di fiamma? – Eggers costruisce un incubo paranoide, denso ma anche forse fin troppo semplice, senza dubbio colmo di fascino. Girato con aspect ratio 1.19:1, sulla falsariga di classici a cavallo dell’espressionismo come Aurora e M (l’esordio invece sfruttava l’1.66:1, il cosiddetto European Flat), The Lighthouse è irradiato, oltre che dalla scarna luce del faro, dalle strepitose interpretazioni di Willem Defoe e Robert Pattinson. Diventerà oggetto di culto, c’è da esserne certi. [r.m.]

01.33
Non è – e forse non poteva essere – allo stesso livello di Fuochi d’artificio in pieno giorno, il nuovo film di Diao Yinan, presentato nel pomeriggio in concorso a Cannes. The Wild Goose Lake ripercorre in realtà le stesse dinamiche di noir violento e feroce del film che vinse l’Orso d’Oro alla Berlinale 2014, ma appare più confuso, più dilatato, oltre che compiaciuto della sua qualità registica, e soprattutto sembra perdere la carica politica. Certo, assistiamo a un confronto serrato in cui poliziotti e criminali fanno a gara a chi ha il grilletto più facile, ma la questione sembra più che altro rientrare in una dinamica di genere, di rilettura dell’action hongkonghese, invece che di vera riflessione sullo stato della Cina contemporanea. Non che un regista debba per forza ragionare sempre sulle contraddizioni del proprio paese, anche se questa ci pare ogni volta una qualità in più, ma è pur vero che alla lunga The Wild Goose Lake sembra persino vestirsi da semplice divertissement, magari cinico e disperato, ma pur sempre un gioco sembra essere. [a.a.]

00.44
Ci voleva il “solito” film rumeno per far svettare verso l’alto il concorso. È toccato a Corneliu Porumboiu e al suo splendido La Gomera. Un noir ellittico e profondamente ironico, scritto in punta di penna e in grado di coniugare a una naturalezza estrema del racconto popolare una rara densità teorica. Nel mezzo di questa complessa storia di criminalità si cela infatti un discorso ramificato sui codici del linguaggio, verbale, sonoro e visuale. Sarebbe da Palma d’Oro, se esistesse una giuria in grado di comprenderlo. [r.m.]

 

Sabato 18 maggio 2019
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20.44
Torniamo per un momento alla scorsa giornata quando è stato presentato nella sezione Cannes Classics il restauro di The Horse Thief, classico cinese del 1986 diretto da Tian Zhuangzhuang, uno dei nomi fondamentali del cinema mandarino della rinascita, quello degli anni Ottanta, della cosiddetta Quinta Generazione (coetaneo di Zhang Yimou e Chen Kaige). Come voleva tradizione e prassi di quegli anni, anche per non incappare nelle maglie della censura, The Horse Thief è ambientato nel passato e non nella contemporaneità, e racconta la vita di un – per l’appunto – ladro di cavalli, che sa di sbagliare, ma non può fare a meno di agire in questo modo per sopravvivere e per far sopravvivere sua moglie e suo figlio, in una terra – il film è ambientato in Tibet – che non dà nulla nonostante – e, anzi, forse proprio per – la sua strabiliante bellezza. Dilatato, immaginifico, visionario, ipnotico, psicomagico, The Horse Thief è tra gli esempi più radicali di un cinema cinese d’autore che ormai sembra sparito nella contemporaneità. E infatti, purtroppo, Tian Zhuangzhuang non dirige più un film dal 2009. [a.a.]

20.39
È lo stesso Albert Serra, sul palco della Salle Debussy, a definire “estremamente difficile” il suo nuovo film Liberté, che il festival presenta in concorso nella sezione Un certain regard. Tratto da una pièce teatrale di Serra, messa in scena anche al Volksbühne durante la Berlinale del 2018, Liberté racconta una notte di libertinaggio sfrenato nella Germania del Diciottesimo Secolo. In questo groviglio di corpi, umori, urina e vomito, si agitano non solo i personaggi (tra questi un meraviglioso Helmut Berger) ma anche e soprattutto la riflessione politica di Serra, che parte dall’ipocrisia aristocratica per arrivare alla creazione/distruzione della borghesia attraverso il mercimonio del corpo, apice e summa del Capitalismo. Un’opera radicale, ostica, molto sgradevole a tratti alla vista, eppur potente e inquietante. Resterà probabilmente poco compreso, ma è un altro tassello estremamente affascinante della poetica del regista spagnolo. [r.m.]

20.15
È folgorante l’esordio al lungometraggio del quarantacinquenne Jérémy Clapin, animatore parigino che si era già fatto ampiamente notare coi corti Palmipedarium (2012), Skhizein (2008) e Une histoire vertébrale (2004). Presentato alla Semaine de la Critique, ma inseguito un po’ da tutti, J’ai perdu mon corps poggia su solidissime basi narrative e mette in mostra una serie di ammirevoli sequenze – notevolissima quella coi ratti, ma tutto il lungometraggio brilla per fluidità e soluzioni grafiche e di regia. Dopo il deludente Les hirondelles de Kaboul, l’industria animata transalpina ritrova subito la sua qualità arrembante. [e.a.]

14.43
In Un certain regard è stato presentato Jeanne di Bruno Dumont, secondo capitolo del dittico dedicato dal regista a Giovanna d’Arco dopo Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc, visto alla Quinzaine des réalisateurs un paio di anni or sono. Con il consueto stile spiazzante, quasi francescano ma non privo di suggestioni slapstick, Dumont racconta la vita della Pulzella di Francia dalla sconfitta patita nel tentativo di conquistare Parigi fino alla messa a morte per rogo. In mezzo, ovviamente, il processo. Rigoroso e anarcoide, Jeanne diventa una messa alla berlina della falsa dialettica, e una riflessione sul concetto di sacro e di fede. Il fatto che sia ambientato, nella seconda metà, nella cattedrale di Notre-Dame d’Amiens fa riflettere – in questo caso suo malgrado – sulla reale eredità lasciata dai luoghi di culto, e di cui molto si è discusso durante e dopo l’incendio di Notre-Dame a Parigi poco più di un mese fa. [r.m.]

13.10
Torna uno dei grandi maestri del cinema documentario mondiale, Patricio Guzmán, con un film come La Cordillera de los sueños – presentato fuori concorso a Cannes – che ancora una volta riflette sui tragici destini del suo paese, il Cile. E stavolta, dopo esser partito dall’acqua (La memoria dell’acqua) e dalla luce (Nostalgia della luce), Guzmán riflette sul Cile partendo dalle rocce eterne e misteriose della Cordillera delle Ande, monolite che occupa la maggior parte del territorio cileno, per farne un esempio di osservatore oscuro, poroso, opaco e bellissimo di quello che i suoi “figli” compiono a valle, partendo ovviamente proprio dai crimini della dittatura; la Cordillera diventa allora per Guzmán il contenitore placido e atemporale di tutte le virtù che potrebbero ritrovare i cileni e che il regista ancora si augura che possano ri-manifestarsi. [a.a.]

13.02
Sincero sguardo autoptico sui ricordi e il proprio mestiere, Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar trasmette con malinconia la crisi personale e creativa dell’autore spagnolo, che consegna un film triste senza essere pienamente drammatico e dove anche il gioco metanarrativo, tra scrittura, teatro e cinema appare deprivato di una reale pregnanza teorica. È un film esile ed effimero proprio come l’umana esistenza Dolor y Gloria, la confessione filmata di un autore stanco, privo di energia e di desiderio. [d.p.]

09.50
All’insegna dell’horror e per concludere la serata in stato di grazia ci siamo quindi spostati alla Salle Debussy, dove veniva presentata alla stampa (ma, come pessima abitudine di questa edizione, metà della sala era appannaggio degli inviti) la copia restaurata in digitale della versione statunitense di Shining di Stanley Kubrick. Presentazione lunghissima, con sbrodolamento inutile di Thierry Frémaux e Alfonso Cuarón – che arriva addirittura a elogiare il digitale contro la pellicola, per un film diretto e pensato in 35 millimetri: complimenti! – e toccanti ricordi di Katharina Kubrick, figlia del regista, e Leon Vitali, assistente alla regia e storico sodale di Kubrick. Sul film non ha senso aggiungere molto, se non che la versione europea, con alcune scene in meno per una riduzione totale di ventisette minuti, continua a essere la migliore: maggiormente compatta, molto più teorica e paurosa. Ciò detto Shining era, è e resta un capolavoro sublime, di fronte al quale in sala si torna come dei bambini, e si prova la tentazione di chiudere gli occhi salvo poi sbirciare tra le dita, proprio come fa il piccolo Danny di fronte alle gemelline che gli si mettono davanti nel corridoio. [r.m.]

09.40
Torniamo con la mente a ieri sera. In serata abbiamo recuperato Zombi Child, nono lungometraggio diretto da Bertrand Bonello e ritorno a Cannes dopo il gran rifiuto (di tutte le sezioni) per Nocturama. Questo nuovo film, che gioca attorno al mito del voodoo e degli zombi per discutere una volta di più dell’eredità “rivoluzionaria” francese tradita o dimenticata, ha trovato accoglienza alla Quinzaine des réalisateurs, dove il film, il regista e il suo cast sono stati accolti da grida di giubili e scrosci di applausi. Dopo una prima metà che sembra promettere moltissimo, e che arriva anche ad esaltare – tra riflessi carpenteriani e à la Argento – il film si richiude su se stesso, collassa e diventa quasi inerte. Viene davvero da dire peccato, perché l’occasione appare sprecata. La regia di Bonello è in ogni caso elegantissima, di una bellezza sinuosa. [r.m.]

 

Venerdì 17 maggio 2019
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20.40
Teniamocela stretta Jessica Hausner, cineasta austriaca che inanella da anni film più che interessanti. Cinque anni dopo Amour fou, la Hauser presenta in concorso il misuratissimo e sagace Little Joe, dramma sci-fi che declina etica della genetica, rapporti interpersonali e incomunicabilità e un atipico e compassato scenario d’invasione aliena. La lotta per la sopravvivenza ha protagonisti inattesi, traiettorie geometriche e sonorità lievemente disturbanti… [e.a.]

20.15
I buoni propositi non fanno un buon film. Ha più limiti che pregi Les hirondelles de Kaboul di Zabou Breitman e Eléa Gobbé-Mévellec, lungometraggio d’animazione presentato nella sezione Un Certain Regard. Kabul, i talebani, la condizione delle donne e via discorrendo sono il cuore pulsante di una parabola morale che ricorda troppo da vicino operazioni come The Breadwinner di Nora Twomey e il più vivace The Prophet, nobilitato dalla presenza di uno stuolo di talentuosissimi animatori. Lo sguardo sembra sempre lontano, troppo didascalico, schematico anche nelle scelte grafiche e registiche. In live action non sarebbe cambiato di una virgola… [e.a.]

14.53
Alla Quinzaine des Réalisateurs è stato il giorno di Hatsukoi, vale a dire First Love, l’ottantanovesimo lungometraggio diretto da Takashi Miike. Ed è stato un tripudio. Noir notturno divertentissimo, ironico e perennemente spiazzante, First Love contiene al proprio interno tutta la poetica di Miike, il suo anarchismo iperviolento, la sua voglia di sputacchiare ridendo in faccia al mondo, magari mentre si sanguina per una coltellata al ventre. Un piacere per gli occhi e per il cervello. [r.m.]

13.43
Puro intrattenimento pop corredato di glitter, cambi d’abito e, naturalmente, tanta musica, Rocketman di Dexter Fletcher prende alla lettera tutto l’immaginario che da decenni circonda il personaggio di Elton John per dare vita a un biopic-musical immersivo e galvanizzante, sostenuto da ottime performance attoriali (davvero bravo il protagonista Taron Egerton) e che si prende anche la briga di esagerare – tra levitazioni, uomini-razzo, bambini palombari canterini – abbracciando senza remore il kitsch più libero e delirante. [d.p]

12.00
Mentre i film di Tarantino e di Xavier Dolan li vedremo in 35mm, perché così sono stati girati, siamo al contempo costretti a vedere i film di Cannes Classics, dunque i classici del cinema, in digitale. Un ben strano paradosso. Eppure, è così, perché la tecnologia avanza e si restaurano numericamente i film anche se forse non ve n’è il bisogno. Chissà infatti se Moulin Rouge, film del 1952 di John Huston su Henri de Toulouse-Lautrec girato in uno splendido Technicolor, aveva davvero bisogno di essere digitalizzato, visto che su youtube c’è una copia paradossalmente dai colori più vivaci di quella vista ieri sera in anteprima mondiale qui alla Croisette. In ogni caso, riscoprirlo è stato davvero un piacere, a dimostrazione una volta di più della poetica sorniona di Huston, capace di far emergere man mano le stratificazioni del discorso fino a vestire il suo film di una riflessione sull’artista e sulla sua tragica condanna a non poter partecipare ai piaceri della vita, a essere sempre separato da essa, semplice spettatore e patetico osservatore. [a.a.]

11.30
È un esperimento assai originale e coraggioso quello portato avanti dalla regista Aude Léa Rapin nella sua opera prima Les héros ne meurent jamais, presentata in proiezione speciale alla Semaine de la critique di Cannes 2019. Mescolando cinéma verité, metempsicosi e un viaggio in Bosnia sulel tracce della memoria della guerra, il film non riesce del tutto a coniugare i suoi ingredienti e resta un’interessante ma non del tutto riuscita riflessione sull’identità. Alla Semaine. [d.p]

10.44
Ogni tanto ai festival si palesa una commedia. È accaduto in mattinata nel concorso di Un certain regard con The Climb, esordio dell’attore americano – evidentemente di origine italiana – Michael Angelo Covino, anche interprete del film, accanto al co-sceneggiatore Kyle Marvin. Il filo del racconto è esile e ben presto mostra la corda, ma The Climb – nel raccontare la storia di un’amicizia lungo percorsi incidentati – ha una sua qualità da film indie, tutto giocato sull’understatement, o meglio su un finto understatement anche registico, perché la semplicità di messa in scena nasconde piuttosto una cura maniacale per tempi comici-attoriali e di movimenti di macchina, tanto che la maggior parte delle inquadrature sono in piano-sequenza. Ciò detto, però, dopo un po’ il gioco comincia ad annaspare, ed è un peccato. [a.a.]

10.33
Quando sull’immagine di una luna la proiezione di questa mattina alla Salle du Soixantième la proiezione di Atlantique di Mati Diop si è interrotta, e si sono accese le luci, è stato lecito pensare a una vera e propria maledizione lanciata contro l’esordio al lungometraggio della nipote di Djibril Diop Mambéty. Invece l’unica maledizione è quella che i migranti morti in mare e ritornanti lanciano contro i loro padroni ivoriani, che li hanno sfruttati in vita nei cantieri. Un film a suo modo non privo d’ambizione, un po’ semplicistico ma dal potere misterico non disprezzabile, evidentemente programmatico eppur interessante. La regista di Mille soleils deve ancora maturare, e forse il concorso è premio generoso, ma almeno il tentativo di rinnovare il racconto di una diaspora c’è. [r.m.]

01.20
Da attento osservatore della realtà sociale che lo circonda qual è, non poteva che essere Ken Loach a realizzare il primo film sul lavoro che più di ogni altro caratterizza il nostro tempo: quello del corriere a domicilio. Presentato in Concorso Sorry We Missed You segue le vicende di un padre di famiglia che accetta di diventare “lavoratore autonomo” per un franchise di consegne, accettando ritmi sostenuti, l’assenza di diritti, le multe per i ritardi, la distanza dalla propria famiglia, in un crescendo cristologico ben indirizzato verso il martirio. Perché in fondo, il vero problema del nostro tempo non è l’assenza del lavoro, ma “il lavoro” in sé, o almeno quello che oggi è diventato. Toccante e a tratti emotivamente devastante, Sorry We Missed You è l’ennesimo film “necessario” dell’autore britannico, l’unico per il quale l’aggettivo “didattico” ha sempre un’accezione positiva. [d.p.]

 

Giovedì 16 maggio 2019
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19.25
La Quinzaine del nuovo corso morettiano parte bene con Le daim di Quentin Dupieux, ma parte ancor meglio col premio alla carriera a John Carpenter. Fiumana di gente per l’incontro col geniale cineasta (e musicista) statunitense e gran folla anche per la proiezione de La cosa (The Thing, 1982), titolo chiave della carriera di Carpenter. Fu un disastro. Incompreso, maltrattato, schiacciato dalla fantascienza solare e ottimista di Spielberg e soci. Eppure era ed è un film straordinario, tesissimo, claustrofobico, visivamente e narrativamente ancora sorprendente. Come Alien, regge benissimo il passare del tempo. Sembra nuovo, lo sembrerà sempre. [e.a.]

19.05
La selezione randomica di Cannes Classics offre ovviamente perle imperdibili. Non uno sguardo d’insieme, un progetto, un reale ragionamento sul cinema del passato, sui registi, sui generi o altro, ma una semplice eppure splendente raccolta di titoli quasi sempre fondamentali. Tra questi, due anni dopo la presentazione della versione restaurata di Momotaro, Sacred Sailors, troviamo l’imprescindibile La leggenda del serpente bianco di Taiji Yabushita, lungometraggio d’animazione a colori che ha dato il via all’industria degli anime, al dominio inziale della Toei, alla crescita e formazione di una generazione di artisti straordinari. [e.a.]

18.54
Un paio d’ore fa d’improvviso la sala stampa posta al primo piano del Palais si è ridestata. In molti sono corsi alla balconata per vedere meglio, qualcuno ha alzato il cellulare al cielo per fotografare e riprendere. Forse il volo di uno stormo d’uccelli? L’apparizione del volto di Luis Buñuel a mo’ di divinità atea? Una star che nessuno immaginava di vedere quest’anno a Cannes? No. Nulla di tutto ciò. Sulla terrazza posta di fronte al Palais una ragazza in costume da bagno posava come modella per uno studio di fotografia. Chi volesse trovare delle metafore sullo stato della critica e del giornalismo non faticherebbe molto. [r.m.]

18.40
Melodramma con vedovanza corredato di scoperta dell’infedeltà della defunta A White, White Day dell’islandese Hlynur Pàlmason presentato oggi alla Semaine, punta tutto sull’interpretazione del suo protagonista, Ingvar Sigursson (Storie di cavalli e di uomini) sulla sua alchimia con la giovane attrice che nel film incarna la nipotina e sui selvaggi paesaggi islandesi. Al punto che, quando la tensione esplode e la rabbia del personaggio trova il suo climax, l’empatia risulta assente e la tragedia, tra fucili, coltelli a serramanico e mani grondanti sangue, si fa grossolana. [d.p.]

16.38
Vanno fatti i complimenti all’organizzazione del Festival che per il film del concorso del pomeriggio diviso tra Salle Bazin e Grand Théâtre Lumière ha preso l’assurda decisione di relegare solo una parte dello spazio nel secondo per la stampa. Il risultato? Una gran parte degli accreditati non è entrata in sala per vedere Atlantique, il primo lungometraggio di Mati Diop. Quel che si dice un vero e proprio pastrocchio, con il timore che non sia certo l’unico di questa edizione. [r.m.]

15.20
Sulla scorta di altre esperienze di cinema soggettivo di guerra, come ad esempio la più recentemente eclatante – e riuscita – rappresentata da Still Recording, si pone anche For Sama, film documentario – e preziosa testimonianza da Aleppo – co-diretto da Waad Al Kateab ed Edward Watts, presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel primo pomeriggio in una sala desolatamente vuota. Va detto che, in effetti, la stampa – e questa era una proiezione press – segue in maniera a volte ossessivamente conformista i film che si devono seguire, senza – o quasi – tentare strade diverse di programmazione. Non che, in effetti, For Sama sia chissà quale film rivelatorio sulla guerra in Siria, e anzi rientra ormai in un genere a sé stante, di cui si continua a sentire il bisogno anche se forse si sta raggiungendo la saturazione. Sembra cinico dirlo, di fronte a un film che fa della testimonianza diretta la sua ragione d’esistenza – la regista e operatrice, Waad Al Kateab, racconta se stessa e la sua famiglia, a partire dalla storia d’amore con il marito medico e dalla nascita della loro figlia Sama -, ma forse più che del racconto in presa diretta, dell’instant movie, è anche il caso che qualcuno cominci a pensare di fare un film sulla Siria in cui cercare di ragionare, di sviscerare meglio le ragioni del conflitto, di lasciare un po’ da parte il lato privato e di affrontare di petto il dibattito pubblico sulla questione, visto che ancora adesso in ben pochi sono riusciti a capire quali e quante forze in campo ci siano in questa terribile guerra. [a.a.]

14.50
In mattinata la Quinzaine des réalisateurs ha accolto il nuovo lavoro di Lech Kowalski, On va tout péter. Kowalski porta la videocamera nel cuore della lotta operaia in difesa del lavoro in una fabbrica che progetta pezzi da assemblare nell’industria automobilistica. Nell’approcciarsi al film operaista il regista non opta mai però per un afflato manicheo, ponendosi domande tutt’altro che semplici (“credevo fosse una rivoluzione, e invece era solo una lotta in difesa dei posti di lavoro”, commenta sulle immagini a un certo punto) e dimostrando come anche quando la camera diventa strumento di lotta non può mai davvero sostituirsi al corpo umano, all’operaio, allo sfruttato. Un lavoro politico essenziale e brillantissimo, sorta di risposta e compendio a In guerra di Stéphane Brizé. [r.m.]

11.08
Delude in mattinata il nuovo film del regista russo Kantemir Balagov, Beanpole, presentato in concorso in Un certain regard. Balagov aveva esordito con un film potentissimo, Closeness, e finisce per cadere in quella che da sempre è la prova più difficile per un regista, non il primo film quanto il secondo. Rispetto alla furia esistenziale e di messa in scena del suo esordio, qui Balagov si disperde già in una maniera autoriale che sa tanto di già visto. Nel mettere in scena il dramma di due donne nella Leningrado della ricostruzione post-Seconda Guerra Mondiale, il regista infatti sembra interessato più a lavorare su estenuati tempi lunghi e sull’eleganza di confezione che a raccontarci qualcosa di specifico. E questa stessa disperata ricerca di maternità di una delle due pare paradossalmente colorarsi di divertissement più che di vero travaglio emotivo, esposta com’è sempre con un mezzo sorrisetto che traspare dai toni leggermente grotteschi di ogni situazione. Peccato, perché si ha l’impressione di aver già perso per strada un autore molto promettente. [a.a.]

01.08
Avvistato un oggetto non identificato in Concorso a Cannes stasera. Si tratta di Bacurau co-diretto dal regista di Aquarius Kleber Mendonca Filho insieme con Juliano Donnelles. Animato da un anarchico spirito rivoluzionario, spossato da cambi di registro e di ritmo, il film, con un plot non poi tanto dissimile da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, racconta della strenua difesa del proprio territorio e delle relative tradizioni antropologiche attuata da una piccola comunità brasiliana, che si schiera fiera contro l’invasore yankee. Tra dolly svolazzanti, fluidi camera car, tendine e dissolvenze incrociate e poi ancora un drone a forma di UFO e una misteriosa sostanza psicotropa, Bacurau esita a lungo prima di scegliere la sua strada, ma il suo messaggio politico è sempre ben netto e presente, in ogni sua folle virata di stile. [d.p.]

 

Mercoledì 15 maggio 2019
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19.08
È stato accolto con pochi applausi e alcuni buuu di disapprovazione Les Misérables, il film con cui Ladj Ly esordisce al lungometraggio di finzione. In realtà, nonostante alcune evidenti debolezze, il film propone la necessità di ragionare sulla Francia attuale attraverso l’unica arma possibile: il conflitto. Senza possedere il potere cinematografico di Fa’ la cosa giusta o L’odio (a cui guarda evidentemente), e con alcuni difetti della produzione francese contemporanea – si veda alla voce Polisse – il film di Ly mostra la voglia di rappresentare la naturale propensione alla rivolta di una popolazione, soprattutto giovanile, che non ha altre possibilità di dialettica con un potere (non solo quello sbirresco, per quanto sia l’epicentro della narrazione, ma anche lo stesso mondo dominante della banlieu) ottuso e teso alla conservazione. In questo senso il finale indica una via di rappresentazione della Francia in sommovimento non banale, e che merita una riflessione. Interessante notare anche come qui pochi anni fa venne rifiutato Nocturama, che ha uno sguardo non completamente dissimile ma mette in scena la Francia benestante, e non la wilderness della periferia. [r.m.]

17.00
Ha preso il via quest’oggi al Festival di Cannes anche la 58esima edizione della Semaine de la Critique, riservata a registi alla loro opera prima e seconda. Il compito di aprire le danze, fuori concorso, come film d’apertura, è toccato a Litigante, secondo film del colombiano Franco Lolli. Il suo è uno struggente e commovente melodramma familiare in cui in scena tra i personaggi vi è anche la vera madre di Lulli, malata di cancro, che sostanzialmente fa il ruolo di se stessa tra ospedali e chemioterapie. Ma, come suggerisce il titolo, il film è tutto un litigio, non ci si sopporta tra familiari, eppure ci si trova costretti ad amarsi. Prodotto da Sylvie Pialat, vedova di Maurice, Litigante diventa allora doppiamente autobiografico, visto che vi è più di una similitudine tra il percorso della produttrice e quello della protagonista, stretta tra l’educazione di un figlio, la mancanza di un padre e la malattia della madre. [a.a.]

14.55
Si è aperta anche la seconda sezione competitiva della selezione ufficiale, Un certain regard. A farlo è stata la regista esordiente Annie Silverstein con Bull, coming of age che mette in relazione una quattordicenne che vive solo con la nonna e la sorellina – il padre è assente, la madre è in carcere – e un cowboy afrodiscendente che cerca di sbarcare il lunario nei rodei di cui un tempo era leggenda. Un lavoro interessante, che si muove nel classico solco dell’indie a stelle e strisce ma sa anche qua e là trovare strade personali per esprimersi. Bravissima la giovane protagonista, Amber Havard. [r.m.]

11.08
Apertura all’insegna del grottesco più folle e stralunato stamane alla Quinzaine, nell’anno uno della direzione di Paolo Moretti. Le daim di Quentin Dupieux aka Mr. Oizo, con protagonista un Jean Dujardin feticisticamente innamorato della propria giacca scamosciata, è infatti una spassosa riflessione sulla gratuità del cinema, che ci rivela una volta di più quanto non si possa essere folli e bizzarri senza essere al tempo stesso filosofici e teorici. [d.p.]

01.03
Come già scritto si è partiti dunque con The Dead don’t Die, il ritorno dietro la macchina da presa per Jim Jarmusch a tre anni di distanza da Paterson e Gimme Danger. E le attese sono ben presto evaporate come le nuvolette nere che fuggono dai corpi decapitati dei non morti nel corso del film. L’omaggio ironico all’horror si esaurisce dopo poche sequenze, il gioco si fa ben presto ripetitivo, le stilettate politiche non raggiungono il bersaglio, o forse sono troppo facili per incidere veramente. Resta la mattanza di un cast scelto tra amici e fedeli sodali. Un po’ pochino. [r.m.]

 

Martedì 14 maggio 2019
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19.45
La questione delle proiezioni stampa scivola sempre più nel nebuloso, perché Cristina Piccino de Il Manifesto denuncia l’esistenza di proiezioni “segrete”, appannaggio solo di alcuni eletti che avrebbero avuto modo di vedere il film di Jarmusch già questa mattina, avvantaggiandosi notevolmente nel lavoro con i rispettivi quotidiani. Nulla di nuovo sotto il sole e ancor meno di sconvolgente, a dirla tutta, ma l’ennesima conferma del sotterraneo classismo di un festival che tiene molto a tenere distinte le posizioni possibili tra i vari gradi di accrediti stampa. [r.m.]

16.57
Gli accrediti stampa si avvicinano all’edizione numero 72 del festival, che si aprirà ufficialmente stasera con la proiezione di The Dead don’t Die di Jim Jarmusch, con un misto di ansia e preoccupazione: come funzionerà il rinnovamento delle proiezioni per la stampa? Si resterà fuori? Si entrerà senza problemi in sala? Si riuscirà a scrivere dei film prima della chiusura dei giornali (questo aspetto riguarda solo i quotidianisti, ovviamente)? Tutto è ancora da decifrare, ma questo resterà il punto di discussione, al di là del valore dei singoli film, per molti giorni. [r.m.]

Info
Il sito ufficiale del Festival di Cannes 2018.

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    di Resoconto dettagliato delle condizioni di vita di un lavoratore contemporaneo, Sorry We Missed You è l’ennesimo film “necessario” di Ken Loach, forse l’unico regista per il quale l’aggettivo “didattico” ha sempre un’accezione positiva. In concorso a Cannes 2019.
  • Cannes 2019

    A Hidden Life RecensioneA Hidden Life

    di È tornato a forme narrative più lineari Terrence Malick, in concorso al Festival di Cannes 2019, ma non ha abbandonato le suggestioni estetiche deflagrate con The Tree of Life e nemmeno quel susseguirsi di domande, riflessioni, arrovellamenti. Un cinema inondato di luce, natura, fede; un cinema generosamente personale, filosofico.
  • Cannes 2019

    bacurau recensioneBacurau

    di , Animato da un anarchico spirito rivoluzionario, galvanizzato da cambi di registro e di ritmo, Bacurau di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles esita prima di scegliere la sua strada, ma il suo messaggio politico è sempre ben netto e presente, in ogni sua folle virata di stile. In concorso a Cannes.
  • Cannes 2019

    La Gomera recensioneLa Gomera

    di La Gomera è un'isola delle Canarie, ed è lì che il poliziotto Cristi si reca per imparare il linguaggio parlato a “fischi”. Lo scopo è portare a termine un complicato colpo criminale. Corneliu Porumboiu torna alla regia con un'opera avvincente e profondamente teorica.
  • Cannes 2019

    les miserables recensioneLes Misérables

    di Con Les Misérables Ladj Ly prende spunto ideale dal capolavoro letterario di Victor Hugo per cercare di raccontare il conflitto nella Francia di oggi. Un’ambizione non di poco conto, cui fa da contrappasso una messa in scena che non sa rinunciare alla retorica ma viene in parte scardinata da un finale aggressivo e barricadero. In concorso al Festival di Cannes.
  • Cannes 2019

    Quello che verrà è solo una promessa recensioneQuello che verrà è solo una promessa

    di Quello che verrà è solo una promessa è il nuovo lavoro di Flatform, collettivo artistico con base tra Milano e Berlino. Una riflessione sullo scorrere della natura, e sul concetto di movimento tra spazio e tempo nel cinema, in un piano sequenza vorticoso. Alla Quinzaine des réalisateurs.
  • Cannes 2019

    Le daim RecensioneLe daim

    di Film d'apertura della Quinzaine, Le daim di Quentin Dupieux è una spassosa riflessione sulla gratuità del cinema e sulla natura di quella perversione che chiamiamo cinefilia.
  • Cannes 2019

    bull recensioneBull

    di Bull è il racconto dell'incontro tra una quattordicenne che vive solo con la nonna e la sorellina in un sobborgo di Houston e il suo vicino di casa, un afrodiscendente che sbarca il lunario nei rodei che un tempo lo ritenevano una leggenda. Opera prima di Annie Silverstein in concorso in Un certain regard.
  • Cannes 2019

    On va tout péter recensioneOn va tout péter

    di On va tout péter segna il ritorno alla regia di Lech Kowalski, grande eretico del cinema “apolide”. Un’opera che sfiora l’apologesi operaista ponendosi però domande tutt’altro che semplici o banali sul senso della lotta e sul concetto di rivoluzione.
  • Cannes 2019

    first love recensioneFirst Love

    di Quanto sarebbe povero il mondo del cinema contemporaneo se non esistesse Takashi Miike! Lo dimostra in modo roboante First Love, dinamitardo noir notturno in cui il regista giapponese si permette ogni tipo di libertà.
  • Cannes 2019

    zombi child recensioneZombi Child

    di Con Zombi Child Bertrand Bonello sembra portare avanti il percorso già intrapreso in Nocturama, legando la messa in scena dell’adolescenza con la morte e la fine della civiltà. Stavolta a occupare il cuore del discorso è il rituale voodoo.
  • Cannes 2019

    Les hirondelles de Kaboul RecensioneLes hirondelles de Kaboul

    di , Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2019, il pur volenteroso Les hirondelles de Kaboul di Zabou Breitman e Eléa Gobbé-Mévellec si rivela un’operazione piuttosto prevedibile e superficiale nei contenuti e nelle scelte estetiche.
  • Animazione

    Taiji YabushitaTaiji Yabushita e i classici della Toei Dōga

    Cannes Classics ha aperto il ricco programma col restauro de La leggenda del serpente bianco di Taiji Yabushita, primo lungometraggio animato a colori, pietra miliare e seminale per il nascente colosso Toei Dōga e per la futura industria degli anime. Una buona occasione per pubblicare un breve saggio su Yabushita e i (suoi) classici della Toei.
  • Cannes 2019

    A White, White Day RecensioneA White, White Day

    di Melodramma con vedovanza corredato di scoperta dell’infedeltà della defunta, A White, White Day dell’islandese Hlynur Pàlmason non costruisce alcuna empatia con il suo protagonista, al punto che, quando la tragedia esplode, risulta tutto assai gratuito e grossolano. Alla Semaine.
  • Cannes 2019

    jeanne recensioneJeanne

    di Jeanne è il secondo capitolo del dittico che Bruno Dumont ha dedicato alla figura di Giovanna d'Arco, interpretata come il precedente dalla giovanissima Lise Leplat Prudhomme. Un film meno musicale del precedente, rigoroso e slapstick allo stesso tempo.
  • Cannes 2019

    liberté recensioneLiberté

    di Liberté è il settimo lungometraggio diretto da Albert Serra in sedici anni di carriera. Un viaggio nel libertinismo settecentesco, con la Francia prossima a crollare sotto i colpi della Rivoluzione. Un film ostico ma affascinante.
  • Cannes 2019

    Family Romance, LLC. RecensioneFamily Romance, LLC.

    di Film di finzione e, soprattutto, sulla finzione girato da Werner Herzog in Giappone, Family Romance, LLC. è una brillante riflessione sulla messinscena, magari priva di appagamento estetico, ma di certo intrisa di un corroborante humour nerissimo. Fuori concorso a Cannes 2019.
  • Cannes 2019

    the lighthouse recensioneThe Lighthouse

    di The Lighthouse è il secondo lungometraggio di Robert Eggers, che conferma il talento visivo del cineasta statunitense. Tra Coleridge e l'horror paranoide, con qualche debolezza di scrittura e di struttura. Alla Quinzaine des réalisateurs.
  • Cannes 2019

    une fille facile recensioneUne fille facile

    di Une fille facile, quarto lungometraggio diretto da Rebecca Zlotowski, è un coming of age che racconta l'estate di una sedicenne di Cannes sconvolta dall'arrivo della cugina, che vive a Parigi ed è più grande di lei di qualche anno.
  • Cannes 2019

    J'ai perdu mon corps RecensioneJ’ai perdu mon corps

    di È folgorante l’esordio al lungometraggio del quarantacinquenne Jérémy Clapin, animatore parigino che si era già fatto ampiamente notare coi suoi precedenti cortometraggi. Presentato e premiato alla Semaine de la Critique.
  • Cannes 2019

    Abou Leila RecensioneAbou Leila

    di Opera prima di Amin Sidi-Boumédiène, Abou Leila è una complessa rielaborazione dell’esplosione del terrorismo islamico in Algeria negli anni ’90, un’opera coraggiosa e perturbante, che cambia più volte registro, dal poliziesco, all’horror onirico con echi lynchiani, allo splatter vero e proprio. Alla Semaine di Cannes 2019.
  • Cannes 2019

    Tommaso RecensioneTommaso

    di Confessione intima e racconto senza remore del suo essere artista italo-americano a Roma, Tommaso di Abel Ferrara è il percorso umano e urbano di un individuo in cerca di una possibile adesione ai propri “ruoli”: regista, padre, marito, uomo. Fuori concorso a Cannes 2019.
  • Cannes 2019

    Dogs Don’t Wear Pants recensioneDogs Don’t Wear Pants

    di Dogs Don’t Wear Pants è il terzo lungometraggio del cineasta finlandese Jukka Pekka Valkeapää. Un film che parte come un oscuro dramma sull'elaborazione impossibile del lutto e si trasforma in una tragicommedia sul mondo del BDMS.
  • Cannes 2019

    the halt recensioneThe Halt

    di The Halt è il film di Lav Diaz che più si approssima al concetto di pamphlet, in uno slancio all'arma bianca contro il potere di Duterte. Ambientato nel 2034 è l'immagine delle Filippine che hanno perso il sole, e vivono immersi nell'oscurità. Alla Quinzaine des réalisateurs.
  • Cannes 2019

    Yves RecensioneYves

    di Storia del complicato rapporto tra un rapper e il suo frigorifero, Yves di Benoît Forgeard, tra riflessioni sul consumismo compulsivo e sull’industria discografica (altrettanto votata al “consumo”), dimostra una volta di più la vitalità e la liberissima, inarrestabile creatività della commedia d’oltralpe. Film di chiusura della Quinzaine.
  • Cannes 2019

    La famosa invasione degli orsi in Sicilia RecensioneLa famosa invasione degli orsi in Sicilia

    di Presentato al Festival di Cannes, La famosa invasione degli orsi in Sicilia è un rispettoso adattamento della fiaba illustrata di Dino Buzzati, ed è anche la conferma del notevole stato di salute dell'industria animata francese.
  • Cannes 2019

    wounds recensioneWounds

    di Wounds segna l'esordio oltreoceano di Babak Anvari, già regista del piccolo cult-movie Under the Shadow. Anche qui maneggia bene la materia horror, anche se il film appare un po' troppo fine a se stesso.
  • Cannes 2019

    Mektoub, My Love: Intermezzo Abdellatif KechicheMektoub, My Love: Intermezzo

    di In concorso a Cannes 2019, Intermezzo è un passo ulteriore verso un grandioso affresco, un diario intimo e amoroso (e teorico) di un cineasta, dei suoi personaggi, di una generazione, di un luogo sospeso nel tempo e nello spazio. Mektoub è vita, cinema, è un flusso inarrestabile. Potrebbe anche non finire mai.
  • Cannes 2019

    Hors normes RecensioneHors normes

    di , Scelto come chiusura di Cannes 2019, Hors normes di Éric Toledano e Olivier Nakache è un film episodico che non riesce a trovare un saldo perno narrativo attorno al quale far ruotare le sue storie e finisce ripetutamente fuori strada, in una lunga serie di vicoli ciechi.
  • Cannes 2019

    The Gangster, the Cop, the Devil RecensioneThe Gangster, the Cop, the Devil

    di Mescola un po’ le carte l'opera seconda di Lee Won-Tae, presentata fuori concorso a Cannes 2019. Battute, omicidi e pestaggi, alcune sequenze mirabili, cast di livello. Tutto già visto, scivola via piacevolmente.
  • Cannes 2019

    Grand PrixCannes – Grand Prix e Palma d’Oro 1939-2019

    L'Albo d'Oro 1939-2019 del Festival di Cannes, dalla vittoria di Union Pacific di Cecil B. DeMille trionfo di Bong Joon-ho con Parasite.
  • Cannes 2019

    I premi di Cannes 2019I premi di Cannes 2019

    Ultimo atto sulla Croisette, i premi di Cannes 2019. Esclusioni eccellenti, qualche riconoscimento un po' troppo generoso (l'ennesimo per i Dardenne), ma anche e soprattutto la consacrazione di Bong Joon-ho...
  • Cannes 2019

    Les héros ne meurent jamais RecensioneLes héros ne meurent jamais

    di Cinéma verité, metempsicosi e un viaggio in Bosnia sono gli ingredienti di Les héros ne me meurent jamais di Aude Léa Rapin, interessante ma non del tutto riuscita riflessione sull’identità. Alla Semaine.
  • Festival

    Festival di Cannes 2019Festival di Cannes 2019 – Bilancio

    Prima di archiviare definitivamente Cannes 2019, proviamo a tracciare una sorta di piccolo bilancio. Ovviamente abbozzato e sommario, vista la dimensione spropositata della kermesse transalpina...

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