Bull

Bull è il racconto dell’incontro tra una quattordicenne che vive solo con la nonna e la sorellina in un sobborgo di Houston e il suo vicino di casa, un afrodiscendente che sbarca il lunario nei rodei che un tempo lo ritenevano una leggenda. Opera prima di Annie Silverstein in concorso in Un certain regard.

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In una zona abitativa quasi abbandonata a ovest di Houston, una ragazzina ribelle si trova a doversi confrontare con il suo altrettanto ostinato e implacabile vicino, un torero di mezza età che ha visto i suoi giorni migliori nell’arena; è una collisione che li cambierà entrambi. [sinossi]

Ha alcuni indiscutibili meriti Bull, il film con cui esordisce alla regia di un lungometraggio la texana Annie Silverstein, già vincitrice sulla Croisette nel 2014 come miglior cortometraggio con Skunk. Il primo di questi meriti è quello di posare gli occhi sul sud degli Stati Uniti d’America cercando in tutti i modi di non lasciarsi avviluppare nelle spire dell’ovvietà, in quella medietà generalizzata con cui quella peculiare area degli States viene in questi ultimi anni messa in scena – anche da occhi non autoctoni, come dimostra la parabola per certi versi discendente che sta attraversando Roberto Minervini. Il Texas narrato da Silverstein è sì povero e “svaccato”, ma possiede una dignità che altrove non viene lui concesso (in tal senso sarebbe da recupera in quest’ottica l’intera filmografia di Richard Linklater, un cineasta che ha fatto del suo rapporto con la terra natia uno dei punti di forza della propria poetica) e soprattutto si smarca da alcuni topos, a partire dal rapporto tra le “razze”. Se Bull mette in scena l’incontro – da principio inevitabilmente scontro – tra una quattordicenne bianca resa bulla e ribelle da una situazione familiare ai limiti del sopportabile, visto che la ragazzina vive solo con la nonna e la sorellina, essendosi il padre volatilizzato nel nulla e avendo la madre in prigione, e un ex stella del rodeo afrodiscendente, costretto a declinare la verbalizzazione della propria gloria solo al passato, non è per superare un ideale steccato che dividerebbe il mondo di origine europea e anglosassone a quello che trova i propri avi tra gli africani schiavizzati. No, tutt’altro. Non esiste sguardo pietistico in Bull così come non si cerca mai la semplificazione del discorso. Si depauperano i climax emotivi, semmai, seguendo lo schema un po’ usurato delle produzioni indipendenti, ma non si avverte mai la spinta alla banalizzazione di ciò che viene messo in scena. Vale a dire essenzialmente il territorio letto attraverso l’unica lente non deformante, quella dell’umanità che lo abita quotidianamente.

Il film è infatti tutto su Kris e su Abe, il vicino di casa con cui la ragazzina ha un rapporto a dir poco burrascoso: la narrazione si apre infatti sul cane di Kris che ha in bocca il corpo senza vita di una gallina di Abe, e successivamente sull’uomo che minaccia la quattordicenne di fare fuoco sulla bestia qualora dovesse tornare a fare scorribanda nel pollaio. Per inasprire lo scontro Kris irrompe in casa di Abe quando lui è fuori città per un rodeo – non sale più in sella ai tori, come ai bei tempi, ma si frappone tra loro e i toreri malcapitati che sono ruzzolati a terra dopo esser stati disarcionati – e porta con sé una banda di amici a dir poco balordi tra i quali c’è anche il ragazzino per cui spasima. A questo punto, quando trova la casa distrutta, Abe passa alle maniere forti e chiama la polizia, ma non se la sente di proseguire con la denuncia quando a intercedere per Kris è la nonna (che svolge un ruolo non troppo dissimile da quello di Abe nei rodei, tracciando un punto di contatto invisibile e labile tra due contendenti, la bestia-Kris e l’uomo-Abe), e decide di punire la ragazzina costringendola a fare dei lavori per lui, dal pulire la casa ad accompagnarlo nel ranch dell’amico dove tiene delle lezioni per aspiranti toreri.
Fin qui la trama, che come si sarà potuto intuire non esce in maniera forte dall’alveo del prevedibile. O meglio, non del tutto. È molto interessante notare per esempio come Silverstein decida di escludere il mondo maschile dall’intimità di Kris. Non c’è figura paterna, non c’è nessun uomo durante l’intera durata del film che metta piede nella casa della ragazzina, dove sono ammesse solo la nonna e l’adorata sorellina. Il mondo maschile è fuori, e per quanto Kris ne sia attratta non lo affronta mai in un’ottica di subordinazione. Anche con Abe, così come farà con una vecchia fiamma della madre che la spinge a vendere droga per conto suo, Kris si pone sempre in modo paritetico. È lei a guidare il pick-up di Abe quando il torero non riesce a reggersi in piedi. È lei a fargli l’iniezione, è lei ad assumersi sulle spalle responsabilità che vanno ben oltre la sua età.

Non si tratta però di un racconto di un’adolescenza costretta a maturare troppo in fretta, per quanto senza dubbio il tema sia presente nel film. Si avverte semmai la necessità da parte di Silverstein di rompere gli schemi abituali dello spettatore, stracciando alcuni cliché. Lo dimostra più d’ogni altra cosa ovviamente la scelta di donare ad Abe un ruolo che nell’immaginario collettivo è tipicamente bianco, quasi identitatio. Abe è un cowboy, i suoi amici afrodiscendenti sono cowboy: i loro figli giocano con il lazo, imparano a cavalcare un toro, hanno ai piedi gli stivali. Allo stesso modo la rottura degli schemi di Kris, figura femminile che non cede mai alle storture identificative del femmineo nell’immaginario, sta a simboleggiare la possibilità di una terza via, di un’uscita dagli schemi che sia naturale, non forzata. Nel rifiuto della prassi familiare, che trova la sua sublimazione nella triplice scena di pianto – dapprima Kris spia la nonna piangere in solitudine sul letto, quindi lei stessa e la madre, che ha colpito con un pugno un carceriere e non potrà godere della buona condotta, prorompono in un pianto che non ha nulla di liberatorio ma acquista un valore catartico non indifferent e – si annida anche il rigetto di un ruolo preordinato, di un percorso standardizzato. L’unico rammarico lo si ha nel constatare come questa rottura degli schemi Silverstein non sia stata in grado di rifletterla anche nelle scelte estetiche, visto che Bull appartiene, in ogni scelta della messa in quadro, al campo dell’indie duro e puro, senza sterzate di alcun tipo. Ma si tratta in ogni caso di un esordio da non sottostimare, ravvivato anche dalle splendide interpretazioni di Rob Morgan e dell’esordiente Amber Havard.

Info
Bull sul sito del Festival di Cannes.
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