Bacurau

Animato da un anarchico spirito rivoluzionario, galvanizzato da cambi di registro e di ritmo, Bacurau di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles esita prima di scegliere la sua strada, ma il suo messaggio politico è sempre ben netto e presente, in ogni sua folle virata di stile. In concorso a Cannes 2019.

Aria di rivoluzione

Tra pochi anni, nel piccolo villaggio brasiliano di Bacurau. La popolazione piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di ‘turisti’ americani è arrivato nella zona. [sinossi]

Le forme e i modi di un cinema autenticamente politico possono essere molteplici e sorprendenti. Con buona pace dell’etica dell’estetica del neorealismo nostrano – e di miccicheiana memoria – Bacurau, co-diretto dal regista di Aquarius Kleber Mendonca Filho insieme con lo scenografo Juliano Dornelles, mira a squadernare i suoi temi di lotta politica e sociale attraverso cambi di registro e di ritmo, fino a sfibrare, spossare lo spettatore, pungolandolo con i numerosi strumenti audiovisivi e narrativi a sua disposizione.

Fantascienza distopica, western e parabola antropologica sulla resistenza, Bacurau, pur recuperando in un ruolo centrale il talento espressivo di Sonia Braga, rispetto al precedente Aquarius amplia il raggio della sua energia centrifuga rivoluzionaria, estendendola dal singolo individuo a una piccola comunità e da lì, auspicabilmente, al Brasile odierno, e oltre.

Ambientato in un futuro (assai) prossimo, il film coglie la popolazione di Bacurau – remoto villaggio brasiliano che prende il nome da un volatile notturno – in un luttuoso momento collettivo: la matriarca Carmelita è appena defunta all’età di 94 anni. Di lì a breve, il paesino scompare dalle carte geografiche, il segnale telefonico anche, in compenso fanno la loro apparizione due ambigui turisti in moto che fanno da apripista a un manipolo di statunitensi armati fino ai denti. Gli yankee hanno per obiettivo una “turistica” battuta di caccia all’uomo, ma presi dal loro Safari goliardico, sottovalutano il desiderio di sopravvivenza di quella comunità e delle sue ancestrali tradizioni.
A Bacurau coesistono infatti vita e morte (si veda, all’interno del film la costante presenza delle bare), istruzione e prostituzione, medicina ufficiale e tradizionale; gli abitanti mostrano un rapporto disinvolto con la nudità, la sessualità, l’alcool e tengono poi particolarmente al loro piccolo museo, dove tra le immagini di passate atrocità sono appesi in bella mostra fucili e armi di vario genere, pronte ad essere rispolverate. Nel villaggio poi, fa ogni tanto la sua comparsa un sindaco cialtrone, che elargisce vecchi libri, cibi e medicine scadute, insieme alla sua politica da karaoke. Naturalmente filoamericana.

Animato da un anarchico e salubre spirito rivoluzionario, Bacurau fa coerentemente della ribellione anche una sua scelta stilistica e, specie nella lunga parte introduttiva, si prodiga a descrivere il milieu indigeno con dolly svolazzanti, fluidi camera car, tendine e dissolvenze incrociate, mentre fanno la loro comparsa poi un drone a forma di UFO e una misteriosa sostanza psicotropa.
Con l’arrivo degli yankee, sono le strategie belliche a prendere il sopravvento, declinate in battute di caccia decise a tavolino da un luciferino Udo Kier e messe in atto dalla sua squadra di viziati soldatini in cerca di emozioni forti, ultimo strumento di un imperialismo statunitense deprivato di ogni etica e senso, che non sia l’estensione del suo dominio.

Ma è infine con l’attesa, liberatoria e assai ironica mattanza finale che Bacurau, la cui trama a questo punto non appare poi troppo dissimile da quella di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, libera ogni energia repressa e volontà rivoluzionaria, nel nome dell’identità locale e contro il volgare e incauto invasore.
Nonostante qualche digressione (si veda la lunga riunione strategica di Udo Kier con la sua truppa), e una sostanziale ma in fondo funzionale reticenza nel rivelare i suoi obiettivi, Bacurau riesce dunque ad alimentare costantemente il suo messaggio politico, sempre ben netto e presente, in ogni sua folle virata di stile.
E nel corso del film, necessariamente si fa strada nello spettatore una domanda fondamentale: il futuro prossimo qui descritto assomiglia più al passato o a un presente già in atto? Gli echi del glorioso Cinema novo di un tempo e della sua portata rivoluzionaria, la politica filo statunitense dell’attuale presidente Bolsonaro, conflagrano infatti rumorosamente sullo schermo, mentre si fa strada la convinzione che per sopravvivere e difendere la propria identità la lotta, eventualmente, in caso di aggressione, anche armata, sia inevitabile.

Info
Bacurau sul sito del Festival di Cannes.
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