La ragazza d’autunno
di Kantemir Balagov
Già autore con Tesnota di uno degli esordi più potenti degli ultimi anni, il russo Kantemir Balagov cade con il suo secondo film, La ragazza d’autunno, presentato in Un certain regard al Festival di Cannes, in una molesta maniera autoriale, fatta di estenuati tempi lunghi e della oziosa ricerca della bella confezione.
Signora, lei è una donna molto distratta
1945. La Seconda Guerra Mondiale ha devastato Leningrado e distrutto i suoi abitanti, fisicamente e moralmente. Anche se l’assedio è finito, la morte aleggia ancora sulla città. Nel mezzo di queste rovine, due giovani donne, Iya e Masha, tentano di affrontare la ricostruzione e di dare un senso alle loro vite. [sinossi]
È sempre utile e istruttivo tenere a mente quel che diceva Troisi a proposito del fatto che il film più difficile da fare per un regista non è il primo, ma il secondo. Ce lo ricorda, involontariamente, il regista russo Kantemir Balagov che, dopo un esordio folgorante con Tesnota, incappa già in una preoccupante involuzione con La ragazza d’autunno, presentato in Un certain regard a Cannes 2019.
Di sbagliato – o, quantomeno, di rischioso – in questo suo secondo film vi era già proprio il soggetto e l’ambientazione, perché laddove in Tesnota Balagov aveva scelto un setting a lui congeniale e un periodo storico da lui vissuto da giovanissimo (la fine degli anni Novanta vista dal microcosmo di Nalchik, capitale della Repubblica autonoma russa di Kabardino-Balkaria, da dove il regista proviene), ne La ragazza d’autunno invece si ripiega sul più classico tema dei postumi della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso esperiti a Leningrado (vale a dire San Pietroburgo), vittima di un lunghissimo assedio da parte dei nazisti. Siamo già, insomma, in un campo per certi versi risaputo, che quasi spontaneamente chiama l’imbalsamazione della ricostruzione storica, la povertà, la fame, la fragilità dell’esistenza in quegli anni e tutti gli stereotipi del caso modellati nel corso dei decenni da parte del cinema.
Balagov dunque, volente o nolente, si è trovato molto meno libero di quanto non fosse stato con Tesnota e, pur avendo scelto di non mostrare quasi mai degli esterni (evidentemente anche per ragioni produttive), allo stesso tempo non ha potuto fare a meno di rendere la casa ammobiliata in cui vivono le due protagoniste come una sorta di exemplum di quel che poteva essere un tipico appartamento del genere: lunghi corridoi, stanze labirintiche, colori accesi, oggetti super-impolverati abbandonati qua e là; insomma tutto l’armamentario di una ricostruzione d’epoca accurata ma in fin dei conti inerte, dove il regista sembra più interessato a illuminare con attenzione e con gusto che a raccontarci la storia che ci vuole raccontare. Quella – vale a dire la storia – è in effetti, d’altronde, molto debole. La spilungona del titolo è Iya, un’infermiera tanto delicata quanto tendente all’autismo; le è stato affidato un bambino che lei fa morire; quando la mamma, Masha, torna dal fronte in cui ha combattuto in prima linea, naturalmente rivuole indietro quel figlio, e – visto che è morto – cerca di farne un altro; se poi non ci dovesse riuscire lei, ci dovrà pensare la frigida – e forse anche lesbica – Iya.
Da un lato l’ossessione maternità-ricostruzione sembra essere più un retropensiero contemporaneo da parte da Balagov che una vera ossessione dei tempi, come d’altronde ci raccontava il Rossellini di Germania anno zero, dove ogni figlio in più era pur sempre una bocca da sfamare. Dall’altro Balagov dirotta ben presto la narrazione verso terreni non previsti, non dati in partenza, forse per assenza di vero materiale narrativo coerente con l’incipit. La stessa Iya che, stando al titolo a lei dedicato, dovrebbe essere la protagonista, mostra ben presto di avere poco da dare: non diventa mai un vero personaggio, resta una giraffona stolida che si aggira in un mondo di nani. E così pian piano si prende la scena Masha, la mamma che ha perso il figlio; ma, anche lei, oltre a essersi presa una mezza cotta per un giovane dal naso adunco e parecchio bruttino, non ha molto altro da riservarci. Va a finire allora che Balagov indugia a tratti in maniera esasperante nei tempi di ogni singola sequenza, prolungando i silenzi, le stasi, in cerca di un qualche significato recondito da far emergere, aggrappandosi forse disperatamente ai primi piani delle due donne, primi piani in cui mostra comunque il suo talento, ma in questo caso – come detto – vanamente sprecato.
E allora forse sarebbe stato utile ricordarsi proprio di un film come Germania anno zero, dove tutto era rapidissimo, concitato, perché si aveva la percezione non intellettuale ma fisica che la vita è breve, che si può morire da un momento all’altro, che non appena si esce in strada si corre il rischio di non tornare indietro. Per Balagov invece tutto questo non conta, e viene a tratti anche la sensazione che manchi in lui il desiderio di immergersi fino in fondo in quel che racconta, perché altrimenti non ci mostrerebbe le varie situazioni che accadono ai personaggi sotto una chiave sempre leggermente sopra-tono, sempre vagamente grottesca, come nel tentativo di strizzare sempre un po’ l’occhio allo spettatore. E non è certo così che si spalanca la tragedia di una donna che vuole figli e non può più averne.
La sufficienza del voto vale dunque non tanto per il film come è venuto, quanto nella speranza che non si sia già perso lungo il cammino un autore che sembrava tanto promettente.
Info
La scheda di La ragazza d’autunno sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Dylda
- Paese/Anno: Russia | 2019
- Regia: Kantemir Balagov
- Sceneggiatura: Aleksandr Terekhov, Kantemir Balagov
- Fotografia: Kseniya Sereda
- Interpreti: Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Ksenia Kutepova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Vasilisa Perelygina, Viktoria Miroshnichenko
- Durata: 134'
- Data di uscita: 09/01/2020




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