I figli della violenza

I figli della violenza

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I figli della violenza è Los olvidados, vale a dire “i dimenticati”. Il terzo film diretto in Messico da Luis Buñuel è anche il primo in cui il cineasta esplora diverse forme del racconto e del concetto di reale. A Cannes Classics è stato programmato in una versione restaurata in digitale.

I dimenticati

Nei sobborghi di Città del Messico Jaibo, un giovane delinquente che è scappato dal riformatorio, è alla testa di una banda di delinquenti. Pedro, uno dei ragazzi della banda, raccoglie Ojitos, un bambino abbandonato per strada. I destini dei personaggi si incrociano quando Jaibo, di fronte a Pedro, uccide un ragazzo che accusa di tradimento. [sinossi]

I figli della violenza è un titolo borghese. Riconduce al concetto di colpa, e con l’utilizzo del termine figli all’ereditarietà del Male, al passaggio attraverso il DNA di geni negativi, che spingono alla violenza. Nel titolo italiano i ragazzi protagonisti non possono essere altro rispetto a ciò che sono perché è nella loro storia ancestrale essere attratti dagli aspetti più retrivi del vivere sociale. Per questo sarebbe opportuno che d’ora in avanti anche in Italia si scegliesse di ragionare sul film utilizzando solo ed esclusivamente il titolo originale. Los olvidados è traducibile con “i dimenticati”, un termine che non trascina con sé colpe o tare ereditarie. Quei ragazzi capitanati da Jaibo conducono la vita che conducono perché qualcuno li ha dimenticati. La “colpa” è esterna. Cambia completamente la prospettiva politica tra Los olvidados e I figli della violenza, si abbandonano le secche del pietismo cristiano – forse il più acerrimo nemico di Buñuel – per approdare a un rigore scientifico nella lettura della società e delle sue storture.
Nel 1951 Los olvidados partecipò al Festival di Cannes, dove ottenne il premio per la miglior regia. La Palma d’Oro, all’epoca ancora chiamato Grand Prix, fu un ex-aequo tra Miracolo a Milano di Vittorio De Sica e La notte del piacere di Alf Sjöberg, ma il festival vide la partecipazione di alcuni eterni capolavori quali Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, I racconti di Hoffman di Powell e Pressburger, e Un posto al sole di George Stevens. Il riconoscimento per la messa in scena a Buñuel acquisisce un valore critico del tutto peculiare. Los olvidados segna infatti un evidente e fortissimo cambio di muta da parte del regista spagnolo. Una nuova pelle che si insedia al posto della precedente senza per questo smentirla, o negarne il significato.

Luis Buñuel emigra in Messico nel 1940, quando la Seconda Guerra Mondiale invade la Francia, la terra in cui si era trasferito dopo la laurea e che non aveva abbandonato, a maggior ragione considerata la salita al potere di Francisco Franco. Nel 1946 dirige il suo primo film messicano, Gran Casino. Chi ha avuto dimestichezza con le sue opere a cavallo tra gli anni Venti e Trenta (Un chien andalou, L’âge d’or, Las Hurdes – Tierra sin pan) faticherà a cogliere nei primissimi film messicani di Buñuel la sua cifra stilistica. Il surrealismo è terra straniera, luogo della memoria e retaggio del passato. Il Messico è l’industria, quella in cui prosperano nomi fondamentali come quelli di Emilio Fernández, Roberto Gavaldón, Miguel Contreras Torres, Ismael Rodríguez, Julio Bracho, Alejandro Galindo, Miguel Zacarías. È terra di cinema, il Messico, e di cinema sanamente popolare, deflagrante, accorato e dolorosissimo. Con questo mondo Buñuel entra in contatto, da questo mondo e da questa visione del cinema – figlia della rivoluziona zapatista, nonostante tutti i contorcimenti della socialdemocrazia – proromperà la sua nuova vena creativa.
Los olvidados è un oggetto miracoloso, un film che a distanza di quasi settant’anni dalla sua realizzazione mantiene un potere devastante, quello di spingere l’occhio verso immagini che non possono essere tollerate, e di farlo evitando qualsivoglia filtro di rappresentazione senza per questo dimenticare mai l’oggetto-cinema, la sua necessaria falsità, la sua ricostruzione del reale. Ogni spettatore auspica di vedersi reciso l’occhio alla maniera del cane andaluso invece di doversi trovare di fronte allo spettacolo ben oltre il macabro del cadavere del giovane Pedro buttato via in una discarica, esattamente come ogni forma di consumo in una società che accumula per creare immondizia. Immondizia di se stessa, dell’altro, di ogni cosa. Pedro è immondizia, agli occhi del benessere borghese. Lo sarà sempre. Merita di stare tra le bottiglie sbeccate e gli utensili non più utili allo scopo per il quale sono stati creati. È devastante il finale de Los olvidados, eppure non si può pensare di chiudere gli occhi, né di voltare lo sguardo altrove. Bisogna continuare a guardare, perché quella morte è adagiata di fronte alla macchina da presa con un’umanità dolorosa, intima, di una sincerità spiazzante. Lo sguardo più morale degli anni Cinquanta si sviluppa nella totale immoralità del vero, così evidente da essere quasi abbagliante per gli occhi.

Se è vero che Los olvidados è il fratello minore – su base anagrafica – de Las Hurdes – Tierra sin pan, è altrettanto vero che sarebbe riduttivo, e un po’ semplicistico, sovrapporre i due lavori. Nel 1933, dopo la sbornia surrealista, Buñuel torna al reale nel modo più brutale e barbarico che esista, schiacciato contro la carcassa imputridita di un mulo, in una delle aree più povere e dimenticate della Spagna, la comarca nel bel mezzo dell’Extremadura. Diciott’anni dopo, nel Messico di Miguel Alemán Valdés (fautore del cosiddetto “miracolo messicano”, il grande sviluppo economico dovuto all’industrializzazione del Paese), la situazione è ben diversa. Ed è ben diverso anche l’impeto a posare lo sguardo tra i dimenticati, cercare il proprio spazio tra i bambini abbandonati per la strada, costretti a un continuo, imperterrito, selvaggio homo homini lupus. Il realismo à la Buñuel non ha eguali nell’intera storia del cinema, e sebbene imitabile non è di fatto possibile pensare di raggiungerlo. Senza mai perdere di vista l’etica su ciò che si sta mettendo davanti alla macchina da presa Buñuel non rinuncia mai alla costruzione attraverso il potenziale immaginifico della Settima Arte. Il suo realismo non si muove nel solco del pauperismo, né si lascia incantare dalle sirene del lirismo. È secco e brutale, ma allo stesso tempo umanista. Stilisticamente rigoroso, ma in grado di scarti laterali che lasciano senza fiato, come quelle corse riprese a perdifiato, come se la macchina da presa stessa agonizzasse nello sforzo. Corse disperate, perché inutili. Prive di scampo come sempre nel cinema dei grandi maestri. Si fugge per permettere alla macchina/fucile di prendere meglio la mira. Nel paradosso estremo, e che Buñuel non schiva mai, è la stessa macchina da presa a uccidere Pedro. To Shoot, direbbero gli anglofoni. Nel riprendere il reale è il cinema stesso a compiere il gesto dell’aguzzino, a mettere fine alle sofferenze. Pedro è nell’immondizia, ma la macchina da presa non si stacca da lui. Non può. Anche la macchina da presa è dunque tra l’immondizia, ma è ancora viva. Eternamente viva. Omicida.
C’è un potere misterico e terraceo che si propaga dallo schermo quando irrompono le immagini di Los olvidados. Un potere di fronte al quale non si può opporre resistenza. Un potere tragico e crudele, dolcissimo e profondamente umano, politico e in grado di intrattenere. Sessantotto anni dopo la prima proiezione il ritorno a Cannes sottolinea la sua immortalità. In una terra, quella del cinema mainstream di oggi, che di dimenticati ne ha tanti, e fa di tutto per continuare a dimenticarli.

Info
I figli della violenza, trailer.
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