On va tout péter

On va tout péter

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On va tout péter segna il ritorno alla regia di Lech Kowalski, grande eretico del cinema “apolide”. Un’opera che sfiora l’apologesi operaista ponendosi però domande tutt’altro che semplici o banali sul senso della lotta, sul concetto di rivoluzione, sul sistema e la sua inevitabile cancrena in cui a pagare sono sempre gli ultimi della classe. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Compagni dai campi e dalle officine

Un mix di blues e rock and roll: questo è il segreto di una rivolta di successo. Quando sono arrivato nel cuore della Francia nella fabbrica di attrezzature automobilistiche GM & S, minacciata di chiusura, ho sentito che sarebbe stato dato un concerto eccezionale. E così è stato: parole inventate da dipendenti spinti oltre i limiti del sopportabile, musica scritta da esseri umani determinati a sconvolgere tutte le regole, comprese quelle della lotta… E poiché il suono era abbastanza forte da attirare i media nazionali, il concerto ha risuonato in tutto il paese. Ero lì, macchina fotografica in mano, a comporre il mio film grazie al lirismo scatenato di questi uomini e donne, in ritiro, ma con loro. [sinossi]

C’è un momento chiave in On va tout péter, ritorno alla regia di Lech Kowalski a quattro anni di distanza da I Play for Your Story, ed è quando di ritorno da uno degli estenuanti incontri con il ministero e il padronato, la voce commentante del regista ammette di aver creduto per un determinato periodo che quella messa in atto dagli operai della GM & S potesse ambire alla denominazione di rivoluzione. Invece, conclude Kowalsi, è solo una lotta per mantenere il proprio stile di vita, per continuare attraverso il lavoro a svolgere il ruolo oramai ottenuto in società. Può sembrare un dettaglio di poco conto, o un passaggio superfluo, ma in questa dichiarazione si annida la dialettica più profonda e proficua del film: qual è in fin dei conti il ruolo della lotta? A cosa deve portare? Perché la si combatte o si sceglie di aderirvi? Gli operai rischiano il posto di lavoro, ovviamente, e ne sono ben consapevoli: i loro rappresentanti sindacali li hanno avvisati del fatto che la nuova proprietà, la cui offerta di rilevare l’impresa è al vaglio della magistratura – e su questa attesa si costruisce parte consistente del film – ha deciso di tagliare più della metà dei posti di lavoro. Un lavoro che è tutta la vita dei quasi trecento operai, anche di coloro che portano avanti degli hobby fuori dalla fabbrica, come ad esempio andare a pesca sportiva di carpe. Una pesca sportiva che prevede di agganciare all’amo il pesce ma di non farlo morire, lasciandolo di nuovo in acqua ad altri pescatori che lo cacceranno, lasciandolo senza fiato e agonizzante per alcuni lunghi istanti prima di restituirlo all’illusione della libertà. Esattamente come opera il sistema del Capitale, il primo vero e grande nemico contro cui dovrebbe scagliarsi compatta la classe subalterna dei lavoratori. Ma si può sperare in una rivoluzione reale quando i cittadini (e citoyen è un termine che in Francia acquista un valore storico tutt’altro che secondario) si sono oramai tramutati definitivamente in consumatori, parte integrante del sistema dal quale si stanno facendo stritolare?

La forza di On va tout péter sta proprio nella sua volontà di non cedere al manicheismo, e pur sposando in pieno la causa operaista di non lasciarsi assoggettare dal dogma, rinunciando al potere deflagrante della dialettica. Kowalski partecipa alla lotta, è nel mezzo degli scioperi, dei blocchi stradali, delle infinite discussioni interne alla fabbrica, in attesa di una risposta che il governo e il padronato non ha alcuna fretta di dare, ben sapendo come lo iato possa produrre fratture ben più insanabili. Eppure, nel cuore della lotta, il regista di D.O.A e Story of a Junkie non rinuncia a ragionare sulla strategia, da quella comunicativa – attorno alla quale si costruisce l’ideologia dominante, quel macronismo che in Italia alcuni improvvidi commentatori politici hanno eletto a punto di riferimento di una supposta sinistra inesistente in realtà nella concretezza dei fatti – a quella strettamente politica. E allo stesso tempo a mostrare la quotidianità di una classe ridotta sempre a stereotipo, mai analizzata, guardata sovente dall’alto verso il basso persino da chi a parole aderisce alle rivendicazioni messe in atto. In questo senso, con ogni probabilità involontariamente, On va tout péter si concretizza anche come risposta, o per meglio dire compendio e stratificazione di In guerra, il film con cui Stéphane Brizé portava nel concorso di Cannes lo scorso anno la protesta operaia. Lì, nella sua commistione di realtà e finzione, Brizé optava per una scelta di campo che non prevedeva però ulteriori ramificazioni del discorso; Kowalski al contrario parte dalla lotta che rivoluzione non diventerà mai per teorizzare la necessità del rovesciamento completo del sistema, della distruzione sistemica e sistematica di ogni avamposto del potere, di ogni sua propaggine.
In questo senso ogni volta che entrano in scena i gendarmi, cani di guardia del suddetto sistema, il film vive uno scarto verso l’alto, come testimonia in particolar modo il dialogo tra l’operaio pescatore di carpe e un poliziotto a sua volta amante di lenza ed esche. Kowalski opta per uno stile da guerrilla-movie che è però anche profondamente criptico, estemporaneo, deviante, come dimostrano i punti di ripresa, i movimenti ad allontanarsi dai soggetti che prendono la parola. Se vi è un rigore è un rigore punk, battagliero, concettualmente anarchico, mai prono di fronte all’ovvio e alla prassi.

Nella totale consapevolezza del proprio ruolo Kowalski, nell’ultima strenua resistenza (quando la polizia annuncia che è arrivato il momento di “usare la forza”) fa diventare la videocamera un elemento della lotta, facendosi trascinare via dalle guardie in soggettiva. Ma, contrariamente a quanto farebbe un regista engagé ma parte integrante del sistema borghese, Kowalski non conclude su queste immagini On va tout péter. Torna invece sugli operai, loro sì vere vittime del sistema, loro sì protagonisti effettivi e determinanti della lotta. In questa scelta, che da etica si fa naturalmente politica, Kowalski dimostra il ruolo del cinema, e dell’audiovisivo nel suo complesso. Non un ruolo di commento, né di adesione egotica, ma di partecipazione alla lotta, con tutte le conseguenze che questo può portare con sé. Ironico, brillante, caustico – le reiterate riprese della polizia stradale che non sa guidare le vetture in dotazione – e tragico senza mai rinunciare allo spirito di rivalsa, On va tout péter è un’opera che teorizza la rivoluzione, e in attesa che le classi subalterne si uniscano in un’unica lotta partecipa alle loro rivendicazioni. Politica nell’atto, e non solo nell’occhio.

Info
On va tout péter sul sito della Quinzaine.
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