First Love

First Love

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Quanto sarebbe povero il mondo del cinema contemporaneo se non esistesse Takashi Miike! Lo dimostra in modo roboante First Love, dinamitardo noir notturno in cui il regista giapponese si permette ogni tipo di libertà, svicolando dal genere e meticciandolo con qualsiasi deriva. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Tutto in una notte

Una notte a Tokyo seguiamo Leo, un giovane pugile, che incontra il suo “primo amore”, Monica, una callgirl drogata ma rimasta innocente. Monica viene involontariamente coinvolta nel traffico di droga. Lungo tutta la notte un poliziotto corrotto, uno yakuza, il suo nemico giurato e un killer inviato dalle triadi cinesi li perseguiteranno. [sinossi]

Al termine della proiezione nella sala del Marriott, tradizionale sede della Quinzaine des réalisateurs, Hatsukoi/First Love di Takashi Miike è stato accolto da grida di giubilo, rese ancora più forti e tonanti dalla presenza sul palco del regista nipponico, venuto sulla Croisette ad accompagnare il film in compagnia della sua protagonista, la giovane e bella Sakurako Konishi. Al suo ottantanovesimo lungometraggio in ventotto anni, a cui si devono aggiungere due o tre serie televisive – tra quelle la fondativa MPD Psycho –, un paio di videoclip, episodi in film collettivi, il backstage di Gemini di Shinya Tsukamoto e perfino la versione teatrale di Zatoichi, Miike è assurto defiintivamente al ruolo di regista di culto, punto di riferimento essenziale per continuare a ragionare sul concetto di narrazione popolare nipponica. Non c’è nulla, e First Love lo ribadisce a ogni pie’ sospinto, che possa competere col furore iconoclasta racchiuso nel cinema di Miike, nella sua capacità innata di maneggiare i materiali senza mai farvisi asservire ma straziandoli, riducendoli di fatto in brandelli, mescolandoli ad altro in un meticciamento perpetuo che è non solo cifra stilistica ma anche e soprattutto sguaiato manifesto politico. La politica delle immagini di Miike, in quell’affastellamento parossistico e delirante di situazioni ben oltre il limite del concepibile, è infatti anche testamento in continuo sviluppo ed evoluzione di un Giappone ancestrale che deve essere spazzato via, perché sotto la comoda coperta dell’onore nasconde una lordura nauseabonda, vomitevole. Era così ventiquattro anni fa, all’epoca di Shinjuku Triad Society (che in profluvio di adrenalina spazzava via il mito del codice d’onore) ed è così anche oggi. Non è un caso che la cinese trapiantata a Tokyo per portare avanti le attività criminali della Triade anche oltremare guardi con commozione l’uomo tutto d’un pezzo incarnato al cinema da Ken Takakura – per Kinji Fukasaku, Tomu Uchida e Yoji Yamada, ma anche a Hollywood alla corte di Sydney Pollack per The Yakuza e Ridley Scott per Black Rain. Quel mondo, se è mai esistito davvero, ora può rivivere solo sullo schermo. I fuorilegge di Miike non hanno nulla di onorevole, in primo luogo proprio i membri della yakuza: tradiscono, segregano le donne, si uccidono tra loro, sparano alle spalle senza porsi troppi interrogativi morali.

First Love, che nasce dalla penna di Masaru Nakamura, alla decima collaborazione con Miike (tra queste si annoverano titoli imperdibili quali Bird People in China, Dead or Alive 2, Big Bang Love, Juvenile A e Sukiyaki Western Django) si muove su uno dei terreni prediletti dal regista di Ichi the Killer, il noir così espanso da divenire parossistico. In tal senso è significativo il modo in cui Miike risolve la prima sequenza, che si apre sul protagonista Leo – molto bravo Masataka Kubota – impegnato nell’allenamento quotidiano come boxeur. La sequenza si conclude sul ring, e quando Leo colpisce con un buon montante l’avversario lo stacco di montaggio fa rotolare per strada un’altra testa, quella di uno spacciatore filippino staccata a colpi di machete dalla Triade. Al di là dell’effetto, spiazzante e proprio per questo ai limiti del comico, lo stacco di montaggio riporta al centro del discorso l’attenzione alle gerarchie che è sempre stata una delle derive più prolifiche del cinema di Miike: nel Giappone multiculturale e del libero mercato – anche del crimine – l’ultima ruota del carro restano i filippini, ma perfino i potenti cinesi sono considerati impuri, inadatti a confrontarsi con la supposta nobiltà della yakuza nipponica. Questo aspetto, così come il gioco sul corpo smembrato e ricomponibile – la testa del filippino è ancora in movimento, il corpo ci metterà qualche secondo a capire di dover capitolare al suolo – introduce lo spettatore in un universo completamente miikiano, imprevedibile e giocoso ma privo delle scaturigini puramente demenziali con cui si trova a volte a confrontarsi.
Livido e notturno, First Love è un rutilante viaggio nell’oscurità, quasi un Tutto in una notte alla salsa teriyaki: come nel film di John Landis, dopotutto, anche in First Love, il malcapitato Leo e la paranoica e dipendente dalle droghe prostituta Monica – che il giovane ha involontariamente difeso dall’uomo che la stava braccando – devono attraversare le tenebre per tornare a poter vedere il sole. Attorno a loro si agitano e li inseguono uomini di tutte le congreghe criminali, ma anche poliziotti corrotti.

Costruito in due parti speculari e che si parlano attraverso una dialettica perfettamente condotta, First Love vede da un lato la costruzione dell’inghippo (che può apparire complicato, ma solo perché ogni personaggio sta in pratica tradendo coloro con i quali fa affari) e dall’altro la risoluzione, in un crescendo di violenza che si traduce in una vera e propria carneficina condotta all’interno di un centro commerciale. In questo viaggio al termine dell’umanità e della notte, Miike compie una raffinata operazione di smitizzazione, svuotando di senso il rituale della yakuza, vanificando la leggenda tutta cinese del combattente con un braccio solo – il one armed swordsman di cui fu straordinario cantore Chang Cheh ma che è figura iconica di tutto il wuxia –, teorizzando l’inutilità o la deliberata tossicità delle forze dell’ordine, e scardinando persino le regole del melodramma amoroso, quello che potrebbe inscenarsi (e in parte così è) tra Leo e Monica, tra l’ex pugile che è convinto di essere prossimo a morire per un tumore al cervello e la prostituta che nel delirio d’astinenza dalle droghe pensa di essere perseguitata dalla figura paterna e vede in chiunque la aiuti il viso di un compagno di liceo che la difese dalla violenza del genitore.
Come sovente accade Miike mette alla berlina i padri, e il concetto stesso di famiglia, ma dimostra di possedere un’anima puramente romantica, e lo testimoniano due momenti, l’incontro al passaggio a livello tra Monica e il già citato compagno di classe oramai cresciuto e con moglie in attesa di partorire, e l’inquadratura finale, con quel totale che si distacca per una volta da un mondo che ha mostrato fino a quel momento con dovizia di particolari per lo più truculenti e ruba un bacio sul richiudersi della porta di casa tra i due protagonisti. Il viaggio al termine della notte è concluso, il cinema torna a vivere. Takashi Miike, che pure in molti continuano a sminuire o a considerare superato (dimostrando una preoccupante cecità di sguardo), è uno dei giganti del cinema contemporaneo, violento e dolcissimo. Come tutti gli anarchici.

Info
First Love sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
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