Taiji Yabushita e i classici della Toei Dōga

Taiji Yabushita e i classici della Toei Dōga

Contenitore dallo sguardo randomico, ma indubbiamente scrigno di preziosissimi gioielli, la sezione Cannes Classics del Festival di Cannes ha ospitato nel 2016 la versione restaurata di Momotaro, Sacred Sailors di Mitsuyo Seo, prima pellicola animata nipponica, e in questa edizione 2019 ha aperto il ricco programma col restauro de La leggenda del serpente bianco di Taiji Yabushita, primo lungometraggio animato a colori, pietra miliare e seminale per il nascente colosso Toei Dōga e per la futura industria degli anime. Una buona occasione per pubblicare un breve saggio su Yabushita e i (suoi) classici della Toei. Un viaggio tra opere d’antan, dall’estetica peculiare e affascinante, che speriamo di rivedere presto nel loro originale splendore.

L’odierna e fertile industria degli anime, nelle varie diramazioni per il grande e piccolo schermo e per le produzioni straight-to-video, deve molto al lavoro di Taiji Yabushita, produttore, regista, sceneggiatore e animatore che ha segnato indelebilmente gli anni Sessanta, decennio contraddistinto da una crescita qualitativamente e quantitativamente prodigiosa [1].
Nato a Osaka nel 1903, Taiji Yabushita è stato tra i fondatori della Nichidō Eigasha, poi assorbita dal colosso del mondo degli anime Toei Dōga, e ha firmato nel 1958 la regia de La leggenda del serpente bianco (Hakujaden), primo lungometraggio a colori prodotto in Giappone e in Asia. Un passaggio epocale, un passo in avanti fortemente simbolico che cancellava le estreme difficoltà del secondo dopoguerra, sospingendo l’animazione nipponica verso un celere processo di industrializzazione: gli oltre duecentomila disegni, portati a termine in venti mesi grazie agli investimenti della Toei Company, rappresentavano il punto di arrivo di Yabushita e il punto di partenza per un’intera generazione di animatori.

Tra il 1958 e il 1967, Taiji Yabushita firma la regia di ben sette lungometraggi: un numero decisamente assai elevato per il cinema d’animazione, segno evidente del ruolo predominante all’interno della Tōei. La carriera del cineasta di Osaka, cominciata decenni prima come semplice intercalatore, si delinea tra gli anni Quaranta e Cinquanta [2]. Nel 1949, dopo essere stato tra i fondatori della Nihon Dōgasha, co-dirige con Masao Kumagawa il cortometraggio The Animals Play Baseball (Dobutsu dai yakyu sen). Successivamente dirige Kappa kawatarō (1954), The Merry Violin (Ukare violin, 1955), Issunboshi (1956), The Black Woodcutter and the White Woodcutter (Kuroi kikori to shiroi kikori, 1956) e, prima produzione targata Toei Dōga, Kitty’s Graffiti (Koneko no rakugaki, 1957) in coregia con Yasuji Mori. È fondamentale, quantomeno dal punto di vista storico, The Merry Violin: commissionato dalla Toei Company, il cortometraggio a colori convince il presidente della compagnia Ōkawa Hiroshi delle potenzialità degli animatori della Nichidō Eigasha, prontamente assunti dalla nascente Toei Dōga.

Tredici anni dopo Momotaro, Sacred Sailors (Momotarō: Umi no Shinpei, 1945) di Mitsuyo Seo, primo lungometraggio in bianco e nero nipponico, i vertici della Toei decidono di investire nel cinema d’animazione, cercando di contrastare anche sul piano narrativo e artistico le produzioni Disney [3]. Pescando a piene mani da miti e leggende asiatiche, La leggenda del serpente bianco traccia una strada ben precisa per la nascente industria degli anime: gli intenti e lo stile di Yabushita sono chiari fin dai titoli di testa, con i paesaggi monocromatici dal raffinato gusto pittorico, così prossimi alle opere di Hokusai. Il cinema di Yabushita è costruito sui dettagli, su un’animazione certosina e cromaticamente assai vivace che riproduce un trattenuto movimento all’interno dell’inquadratura: la cifra stilistica della mise-en-scène della prima pellicola della Toei è infatti il quadro fisso, con i personaggi che entrano ed escono di scena, spesso incorniciati da edifici o dalla vegetazione. Sono pochi i movimenti di macchina, così come i piani sequenza, cadenzati da dissolvenze. Il film seminale dei moderni anime è paradossalmente assai distante dai successivi sviluppi estetici del piccolo e del grande schermo: antitetico alla marcata dinamicità e alle ardite soluzioni registiche delle serie televisive della seconda metà degli anni Sessanta e degli anni Settanta, il primo lungometraggio di Yabushita disegna personaggi sinuosi, enfatizzati dal sistematico utilizzo del rotoscopio [4]. Dalla storia del travagliato amore tra il coraggioso Xu-Xian e la bella principessa Bai-Niang, tratta da un’antica leggenda cinese e adattata per il grande schermo da Shin Uehara, traspare l’incessante ricerca dell’eleganza, di un afflato pittorico che sembra (in)volontariamente soffocare il movimento [5]. Si vedano ad esempio l’essenziale incipit musicale che richiama l’animazione in silhouette e la cutout animation di Noburō Ōfuji e la sequenza dell’uragano e della trasformazione di Bai-Niang, con le dissolvenze dei fondali fissi, gli zoom e la centralità irrinunciabile del personaggio. Il film esce nelle sale il 22 ottobre 1958 e trova persino una distribuzione statunitense nel 1961, col fuorviante titolo Panda and the Magic Serpent [6].

Di ispirazione orientale è anche la seconda pellicola diretta con Akira Daikubara da Yabushita, Magic Boy (Shōnen sarutobi Sasuke, 1959), che segna il passaggio dal formato European Widescreen al più spettacolare CinemaScope [7]. A contribuire a una maggiore dinamicità concorre il soggetto avventuroso, con ninja e arti magiche nel medioevo giapponese. Pur non rinunciando a personaggi di chiara ispirazione disneyana, come i tanti animali del bosco, e ancora limitato da un utilizzo in fin dei conti controproducente del rotoscopio, Magic Boy mette in mostra dei fondali visivamente suggestivi e una sequenza finale dalle apprezzabili derive orrorifiche. Evidentemente più a suo agio col CinemaScope, Yabushita sfrutta tutta l’ampiezza dello schermo per rendere spettacolare lo scontro decisivo tra Sasuke e il demone Yakusha, tra fiamme, orrende trasformazioni e un un epilogo scheletrico reso ancor più lugubre dalla colonna sonora di Toru Funamura.
Senza un attimo di sosta, Yabushita dirige l’anno successivo il terzo lungometraggio. Realizzato in collaborazione con Daisaku Shirakawa e Osamu Tezuka, Le tredici fatiche di Ercolino (Saiyūki, 1960) è un libero adattamento del classico racconto cinese Viaggio in Occidente di Wu Ch’eng-en e del manga Boku no Son Gokū dello stesso Tezuka [8]. Il lavoro a sei mani si rivela difficoltoso, come i ritmi produttivi imposti dalla Tōei, e il risultato artistico è altalenante. I numerosi siparietti musicali e comici finiscono per annacquare un soggetto potenzialmente molto interessante e la fluidità dei movimenti dei personaggi, soprattutto umani, non è ancora all’altezza degli ottimi fondali. Funziona soprattutto l’anarchia narrativa tipica delle opere cinematografiche e televisive di Tezuka: Le tredici fatiche di Ercolino, ancora ritagliato su un pubblico assai giovane, è una briosa avventura fantasy che sembra scalfire l’elegante ma un po’ rigida compostezza de La leggenda del serpente bianco.
La pellicola dell’anno successivo è Robin e i due moschettieri e mezzo (Anju to Zushiōmaru, 1961), che Yabushita dirige con Yūgo Serikawa. Il film è ispirato al romanzo Sanshō Dayū (L’intendente Sanshō) di Ōgai Mori e rappresenta l’apice artistico di Yabushita, più in sintonia con un soggetto melodrammatico e con l’ambientazione nel periodo Heian [9]. Il CinemaScope esalta la realizzazione grafica e cromatica dei fondali, premiando lo sforzo degli animatori di rendere la profondità di campo, mentre l’attenzione quasi maniacale per i dettagli sia degli interni che degli esterni si lega perfettamente col taglio più adulto del lungometraggio. Ancora una volta, Yabushita è protagonista della prorompente crescita dell’animazione giapponese, testimoniata dalla ricchezza cromatica di un’opera squisitamente pittorica.
Le meravigliose avventure di Sinbad (Sinbad no bōken, 1962), codiretto con Yoshio Kuroda, è il lungometraggio firmato da Yabushita prima del terremoto produttivo ed economico provocato dal successo della serie televisiva Astro Boy (Tetsuwan Atom, 1963-66) della Mushi Production di Osamu Tezuka. Alla realizzazione di Sinbad, appesantito da una comicità un po’ ingenua, partecipa lo stesso Tezuka, all’ultima collaborazione con la Tōei. La rapida crescita e i fulminei cambiamenti dell’industria dell’anime suggeriscono nuove strade e nuovi talenti e lo stile classico di Yabushita appare oramai datato, nonostante siano passati solo cinque anni da La leggenda del serpente bianco. Ad esempio desta ottime impressioni The Little Prince and the Eight-Headed Dragon (Wanpaku Ōji no orochi taiji, 1963) di Serikawa, col suo character design più spigoloso, la maggiore fluidità delle animazioni e della messa in scena e i fondali stilizzati ma cromaticamente affascinanti [10].

Yabushita si occupa per alcune stagioni di produzioni televisive e dirige ancora due lungometraggi, La storia di Alice… fanciulla infelice (Shōnen Jack to Mahōtsukai, 1967) e The Madcap Island (Hyokkori hyotanjima, 1967), prima di lasciare la Toei nel 1968 e realizzare due brevi documentari sulla storia dell’animazione nipponica [11]. Sia La storia di Alice… fanciulla infelice che The Madcap Island sono due progetti minori e il secondo ha un budget evidentemente limitato: eppure, proprio a fine carriera, Yabushita dimostra di sapersi confrontare con soggetti dalla struttura narrativa quasi schizofrenica e dalla comicità che sconfina a più riprese nella lucida follia. Entrambi i lungometraggi sfoggiano un ritmo sfrenato, sconquassato e, soprattutto nel caso di The Madcap Island, in perenne bilico tra il fragoroso disastro e l’opera geniale (e probabilmente incompresa). L’originale e strampalata versione comica de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, sceneggiata da Hisashi Inōe e Morihisa Yamamoto, chiude virtualmente la carriera di Yabushita riportandolo alla spensieratezza narrativa e alla libertà creativa e grafica del corto in bianco e nero Kitty’s Graffiti.
In dieci anni il panorama dell’animazione giapponese è completamente mutato e la Toei può permettersi di investire su giovani dallo straordinario talento come Isao Takahata e Hayao Miyazaki: Il segreto della spada del sole (Taiyō no Ōji – Horusu no daibōken, 1968) apre una nuova stagione, tra virtuosismi registici, personaggi in chiaroscuro e una sorprendente fluidità delle animazioni. Mentre i nuovi e fortunati progetti della casa di produzione sono affidati a Kimio Yabuki e Hiroshi Ikeda, La leggenda del serpente bianco e Taiji Yabushita, che si spegnerà nel 1986 a ottantadue anni, appartengono oramai a un glorioso passato [12].

Note
1. Gli OAV o OVA, Original Anime Video (Orijinaru bideo animēshon), definizione recentemente ricalibrata in Original Anime DVD (OAD), nascono nel 1983 con Dallos (Darossu) di Mamoru Oshii e hanno un’ampia diffusione soprattutto durante gli anni Ottanta, quando sono territorio di sperimentazione e palestra per nuovi autori. La serie più rappresentativa e corposa è Legend of the Galactic Heroes (Ginga eiyū densetsu, 1988-2000).
2. L’intercalatore (inbetweeners) è l’addetto alla realizzazione dei fotogrammi (inbetweens) compresi tra i fotogrammi-chiave (keyframe) che determinano l’inizio e la fine di un movimento. Normalmente il ruolo dell’intercalatore era ricoperto da apprendisti animatori e rappresentava il primo passo di una carriera. Hayao Miyazaki, ad esempio, esordì alla Toei Dōga come intercalatore nel lungometraggio Doggie March (Wan wan chūshingura, 1963) di Daisaku Shirakawa, supervisionato proprio da Yabushita e da Sanae Yamamoto.
3. Il primo lungometraggio d’animazione asiatico è il cinese Princess Iron Fan (Tiě shàn gōngzhǔ), diretto nel 1941 dai fratelli Wan Gu-Chan e Wan Lai-Ming. Il film è una libera trasposizione del classico della letteratura cinese Viaggio in Occidente di Wu Ch’eng-en.
4. La tecnica del rotoscopio, usata dagli animatori per ricalcare sequenze precedentemente filmate, è stata ideata da Max Fleischer, che nel 1914 la utilizzò per il cortometraggio Out of the Inkwell. Tra le animazioni in rotoscopio dei Fleischer Studios vanno ricordati quantomeno i lungometraggi I viaggi di Gulliver (Gulliver’s Travels, 1939) e Mr. Bug Goes to Town (noto anche come Hoppity Goes to Town e Bugville, 1941) e le serie cortometraggi di Superman (1941-42), Braccio di Ferro (Popeye the Sailor, 1937-42) e Betty Boop (1930-39).
5. La leggenda del serpente bianco (Báishézhùan) è una tra le più popolari leggende cinesi. La prima versione scritta, risalente alla dinastia Ming, è di Féng Mènglóng (1574 – 1645).
6. Il titolo americano scelto dalla distribuzione Globe Pictures puntava evidentemente a sottolineare l’importanza del simpatico orsetto, uno degli elementi, al pari dei numeri musicali, mutuati dalla tradizione disneyana.
7. I rapporti dei due formati sono 1.66:1 e 2.35:1. Il CinemaScope, brevettato negli anni cinquanta dalla 20th Century Fox, venne utilizzato per la prima volta nel 1953 per La tunica (The Robe) di Henry Koster.
8. Il racconto di Wu Ch’eng-en aveva già ispirato alcuni cortometraggi, come Kirigami zaiku Saiyūki: Son Gokū monogatari (1926) di Noburō Ōfuji, Son Gokū (1928) di Takahiro Ishikawa e Saiyuki: Son Gokū (1936) di Minoru Ishiyama. Lo stesso Tezuka realizzerà la serie televisiva The Monkey (Gokū no daibōken, 1967). Delle successive versioni ricordiamo almeno la serie fantascientifica Starzinger (Esu efu saiyūki sutājingā, 1978-79) di Yūgo Serikawa e la popolare e fluviale serie Dragon Ball (Doragon Bōru) tratta dai manga di Akira Toriyama.
9. Il periodo Heian (794-1185), molto vivace dal punto di vista culturale e religioso, prende il nome dalla capitale del tempo, Heian-kyō, l’odierna Kyoto.
10. Nel cast figurano anche Yasuji Mori (direttore dell’animazione), Yasuo Ōtsuka (animazione) e Isao Takahata (assistente alla regia).
11. Yabushita co-dirige le serie per il piccolo schermo Ken the Wolf Boy (Ōkami shōnen Ken, 1963-65) e Space Patrol Hopper (Uchū Patrol Hopper, 1965) e supervisiona il lungometraggio di sessanta minuti Gulliver’s Space Travels (Garibā no uchū ryokō, 1965) di Yoshio Kuroda. Negli primi anni Settanta dirige i documentari Nihon manga eiga hattatsu shi: Manga tanjō (1971) e Nihon manga eiga hattatsu shi: Anime shin-gachō (1973).
12. Yabuki dirige Le meravigliose favole di Andersen (Andersen monogatari match uri no shōjo, 1968) e il cult Il gatto con gli stivali (Nagagutsu o haita neko, 1969), mentre a Ikeda sono affidati Flying Ghost Ship (Sora tobu yūreisen, 1969) e Gli allegri pirati dell’isola del tesoro (Dōbutsu takarajima, 1971).
Il saggio su Taiji Yabushita è contenuto in forma cartacea nel volume Nihon Eiga. Storia del cinema giapponese dal 1945 al 1969 (Csf Edizioni, 2012), curato da Enrico Azzano e Raffaele Meale, pubblicato in occasione dell’omonima restrospettiva finanziata dalla Japan Foundation e organizzata in collaborazione con la Cineteca Nazionale.
Info
La scheda de La leggenda del serpente bianco di Taiji Yabushita sul sito di Cannes 2019.
La scheda di Taiji Yabushita su AnimeNewsNetwork.
La leggenda del serpente bianco di Taiji Yabushita su Vvvvid.
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