Jeanne

Jeanne

di

Jeanne è il secondo capitolo del dittico che Bruno Dumont ha dedicato alla figura di Giovanna d’Arco, interpretata come il precedente dalla giovanissima Lise Leplat Prudhomme. Un film meno musicale del precedente, rigoroso e slapstick allo stesso tempo, dimostrazione dell’eresia salvifica che da sempre domina il cinema del regista francese. Al Festival di Cannes in Un certain regard.

Abiurare la fede

1429. Infuria la Guerra dei Cento Anni. Giovanna, investita di una missione bellica e spirituale, libera la città d’Orléans e rimette il Delfino sul trono di Francia. Cerca poi di liberare anche Parigi, e lì subisce la sua prima sconfitta. Imprigionata a Compiègne dai borgognesi, viene dunque consegnata agli inglesi. Si apre il processo a Rouen, condotto da Pierre Cauchon che cerca di togliere ogni credibilità alle parole della giovane. Fedele alla sua missione e rifiutando di riconoscere le accuse di stregoneria lanciatele contro, Giovanna è condannata al rogo come eretica. [sinossi]

Sono trascorsi due anni da quando Bruno Dumont portò sulla Croisette, ospitato nella Quinzaine des réalisateurs, Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc, musical ossuto e stonatissimo che andava alla ricerca delle radici della Francia spogliando ogni immagini di qualsiasi valore poetico. La radice. Ciò che è sotto la terra. Due anni dopo sempre a Cannes approda Jeanne, che di quel film è la naturale prosecuzione: Giovanna d’Arco è cresciuta, e dopo aver liberato Orléans – nel gesto bellico che la renderà celeberrima e amatissima in patria – vorrebbe far lo stesso con Parigi. Ma la Capitale è difesa dagli inglesi in modo strenuo, e l’attacco fallisce. Per la prima volta Giovanna conosce l’onta della sconfitta. Inizia così, questo secondo capitolo di un dittico che Dumont ha desunto dall’opera letteraria di Charles Péguy, che a Orléans nacque e in una guerra – la Prima Mondiale – morì a poco più di quarant’anni. Péguy morì per la patria, la giovane Giovanna ne divenne il simbolo forse imperituro. Non può competere con questi martiri Bruno Dumont, e ne è perfettamente consapevole. Da eretico qual è, nel senso più alto, nobile e liberatorio del termine, non vuole entrare in competizione, né ha intenzione di sacrificarsi per una Patria che non è oggetto della sua ricerca, né motivo intimo di affezione. Se il primo capitolo poteva permettersi di essere un musical a tutti gli effetti, con ogni interprete in scena destinato a cantare, con effetti al di là del grottesco, le proprie linee di dialogo, a Jeanne questo non è concesso, per due motivi.
Il primo riguarda il tempo della narrazione: Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc si concentrava sulla giovinezza della futura santa, un’età lirica e priva di un contesto materiale. Nel mettere in scena il rapporto tra la bimba e il Mistero (della fede ma prima ancora della vita) Dumont sfruttava la musica. La musica e il canto sono presenti anche in Jeanne, ma solo in alcuni momenti chiave, e sempre in una tensione aulica che esclude la stonatura. Il canto è rimasto relegato nel campo del lirisimo, ma non vi è lirismo possibile in una vicenda così truce che vede sovrapporsi la guerra e la condanna a morte di una giovinetta. Così Giovanna, cresciuta e divenuta giovane donna – e sulla scelta dell’interprete si tornerà tra poco – non ha più accesso al canto, ma è costretta alla dialettica oratoria. Il secondo motivo riguarda invece ciò che avviene sullo schermo: la concitazione della battaglia e successivamente il processo mal si adeguavano a una scelta dissonante come quella operata nel primo film.

Ma il vero motivo, probabilmente, risiede nella volontà pervicace di Dumont di creare sempre opere che possano entrare in contraddizione con quanto affermato in precedenza, ereditando riflessioni filosofiche e sociologiche ma ribaltando in continuazione la prospettiva, in un gioco di negazione del già filmato che lo rende eternamente contemporaneo. Si prenda in tal senso il modo in cui sono stati condotti a termine i gemelli eterozigoti P’tit Quinquin e Coincoin et les z’inhumains. Questo spasmo alla ricerca della messa in dubbio continua di sé e del proprio pensiero trova una rispondenza quasi sorprendente nelle ramificate contraddizioni di Giovanna d’Arco, colei che seguì fedelmente il re per poi attaccarlo, mise in dubbio il potere temporale della Chiesa e da essa stessa venne proclamata santa. È evidente fin dal primo capitolo come Dumont sia interessato a Giovanna d’Arco sia come figura umana che per quel che rappresenta della storia francese, e forse dell’intimo essere del pensiero francese. I due film, come si citava dianzi, diventano dunque una riflessione sulle radici della Francia, sul concetto di morale collettiva, sulla necessità del singolo di esprimersi anche quando il Potere gli propone un compromesso sulla carta accettabile (Giovanna avrebbe salva la vita se accettasse di negare che Dio le parli). Sgravata di psicologismi di ogni risma, la figura di Jeanne è qui di una purezza cristallina, cocciutamente convinta di ciò che crede e sa e incapace di accettare di doversi prostrare di fronte a qualcuno che non ne rispetta il pensiero. Guarda in faccia anche chi è sopra di lei in grado, e dà a tutti del tu Giovanna, perché così le è stato insegnato, perché così “fanno i francesi”.
Non si deve però cogliere alcun istinto nazionalista nell’opera di Dumont, e per quanto la figura della Pulzella risalti di una brillantezza stordente il suo film assume ben presto le sembianze di una investigazione sull’umanità e sulle sue storture. Se la tensione è sempre verso l’alto dei cieli, quel blu che domina ogni cosa, la Giovanna di Dumont è una ragazzina completamente terracea, verace, perfino indisponente. La scelta di continuare a far interpretare il ruolo a Lise Leplat Prudhomme, che già lo aveva incarnato in Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc, ha un valore che diventa quasi politico. Mai una bambina di 10 anni si era ritrovata nelle vesti non solo di una figura come Giovanna d’Arco (Renée Falconetti aveva 36 anni, Florence Delay 21, Milla Jovovich 24, Sandrine Bonnaire 27, Ingrid Bergman 33 all’epoca di Giovanna d’Arco di Victor Fleming e 39 in occasione di Giovanna d’Arco al rogo di Roberto Rossellini), ma nel corpo di un personaggio di dieci anni più grande. Nel corpo di una donna. Questo spaesamento, ennesimo deliberato boicottaggio da parte di Dumont delle regole dell’industria e dell’immaginario, è un valore aggiunto inestimabile.

Sempre alla ricerca della dicotomia, dello spazio speculare in cui ogni luogo è traditore dell’altro, Dumont spezza in due parti distinte Jeanne. La prima è en plein air, perché Giovanna è libera e a capo delle truppe. Non esiste scenografia, e i personaggi si muovono nel paesaggio con un gioco tra geometria e negazione della stessa che trova il suo apice nella sequenza del passaggio in rassegna delle truppe a cavallo: le inquadrature dall’alto, nella loro perfezione estatica, trovano un contrappunto maligno in quelle in cui la prospettiva è piana, e dalle quali traspare un evidente caos. La seconda metà di Jeanne, con il lungo processo che porterà al rogo per eresia, è girato nella cattedrale di Amiens. Qui, giocando con le volte altissime e il senso di perdizione di fronte a tanto spazio, Dumont tocca vertici assoluti nella messa in scena dello spazio a disposizione, creando per di più un corto circuito logico tra ciò che avviene in scena – lo splendore eterno della cattedrale cozza con il motivo per cui i personaggi vi si trovano all’interno, e con l’odioso processo che viene portato avanti, negazione di qualsiasi istinto alla verità – e il modo in cui è stato letto e interpretato sotto il profilo metaforico il rogo di Notre Dame a Parigi poco più di un mese fa. In questa dialettica continua tra gli spazi, che riecheggia la dialettica (sorda) tra un Potere che vorrebbe dominare e una ragazza che non cede di fronte a niente e a nessuno le proprie convinzioni, Dumont si permette di inserire pochi inserti musicali, sempre spiazzanti – esattamente come le derive slapstick a cui non rinuncia, e che arricchiscono ulteriormente il testo del film – e che arrivano anche a far cantare la divinità, in un atto blasfemo e rispettoso allo stesso tempo. Opera di spoliazione del concetto di intrattenimento, Jeanne preclude allo spettatore anche l’orgasmo/dolore di assistere al rogo, che avviene in campo lunghissimo, e con Giovanna inquadrata di profilo, del tutto irriconoscibile nelle fattezze. C’è ancora qualcuno che sa portare avanti con coerenza una politica delle immagini. Bruno Dumont è tra quelli.

Info
Jeanne sul sito del Festival di Cannes.
  • jeanne-2019-bruno-dumont-recensione-04.jpg
  • jeanne-2019-bruno-dumont-recensione-03.jpg
  • jeanne-2019-bruno-dumont-recensione-02.jpg
  • jeanne-2019-bruno-dumont-recensione-01.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Cannes 2019Cannes 2019

    Apre bene il Festival di Cannes 2019, con un titolo a suo modo perfettamente trasversale: autorialità, genere, grandi star. The Dead Don't Die, aka I morti non muoiono, è una coperta decisamente lunga, lancia il festival, dovrebbe accontentare tutti...
  • Cannes 2019

    Festival di Cannes 2019Festival di Cannes 2019 – Presentazione

    Morti che camminano. Si apre così il Festival di Cannes 2019, giunto alla settantaduesima edizione con la solita coda di polemiche, compresa la petizione contro il premio alla carriera ad Alain Delon. In fin dei conti, è la natura stessa del festival ad alimentare contrasti, la sua dimensione smisurata, il suo essere contenitore fagocitante, regno del tutto e del niente.
  • Festival

    Cannes 2019 - Minuto per minuto dalla CroisetteCannes 2019 – Minuto per minuto

    Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2019!
  • Locarno 2018

    Intervista a Bruno DumontIntervista a Bruno Dumont

    Originario delle Fiandre, con una formazione filosofica, Bruno Dumont ha diretto opere che vanno in direzioni diversissime, come Twentynine Palms e Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc. Lo abbiamo incontrato a Locarno dove ha presentato Coincoin et les Z'inhumains, seguito di P’tit Quinquin, e dove è stato omaggiato con il Pardo d'onore.
  • Cannes 2017

    Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc

    di Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc segna la nuova incursione dietro la macchina da presa di Bruno Dumont, uno dei pochi, pochissimi eretici che il cinema europeo abbia allevato negli ultimi venti anni.
  • Cannes 2016

    Ma Loute

    di Per scandalizzare la borghesia Bruno Dumont mette in scena una farsa sfrenata e delirante, dove la lotta di classe assume connotati paradossali grazie anche all'utilizzo sapiente di interpreti ben noti a certo cinema "borghese".
  • Torino 2014

    P’tit Quinquin

    di La serie in quattro episodi scritta e diretta da Bruno Dumont e in grado di mescolare con sapienza il thriller morboso e la comicità slapstick. Presentato integralmente a Cannes 2014.
  • Berlinale 2013

    Camille Claudel 1915

    di Bruno Dumont dedica un doloroso e trattenuto omaggio alla scultrice francese, rinchiusa in manicomio dalla famiglia.
  • Cannes 2011

    Hors Satan

    di Bruno Dumont persegue nella sua ostinata messa in scena di un microcosmo macabro, magico e malato allo stesso tempo. A Cannes 2011.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento