A White, White Day

A White, White Day

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Melodramma con vedovanza corredato di scoperta dell’infedeltà della defunta, A White, White Day dell’islandese Hlynur Pàlmason non costruisce alcuna empatia con il suo protagonista, al punto che, quando la tragedia esplode, risulta tutto assai gratuito e grossolano. Alla Semaine.

Vedovanza violenta

In una piccola città sperduta in Islanda, un commissario di polizia in congedo sospetta che un uomo del posto abbia avuto una relazione con sua moglie, morta in un tragico incidente due anni prima. La sua ricerca della verità diventa ossessione. E inevitabilmente lo porta a mettere in pericolo se stesso e i suoi cari. [sinossi]

Il cinema islandese sta senz’altro vivendo un momento felice, almeno in termini di visibilità all’estero, a partire infatti dal successo di Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson, vincitore del Torino Film Festival nel 2011 e in seguito oggetto di un remake statunitense firmato da David Gordon Green, si sono poi visti in sala dalle nostre parti Storie di cavalli e di uomini e La donna elettrica entrambi di Benedikt Erlingsson, brillante fautore di uno humour nerissimo, anarchico e singolare. Tra i titoli comparsi negli ultimi anni c’è da segnalare poi lo spassosissimo L’effetto acquatico della compianta Sòlveig Anspach e Rams di Grímur Hákonarson, anch’esso oggetto di un recente remake, in questo caso battente bandiera australiana e interpretato da Sam Neil (ancora inedito da noi).

Si posiziona in questo favorevole scenario ora A White, White Day dell’islandese Hlynur Pàlmason la selezionato alla Semaine de la critique di Cannes 2019 e con protagonista proprio quell’Ingvar Eggert Sigurðsson già apprezzato nel primo film di Erlingsson e nell’ultimo della Anspach. Il divo islandese, di cui tra l’altro già si segnala la presenza in qualche blockbuster hollywoodiano (Justice League, per esempio) incarna qui Ingimundur, un poliziotto in congedo temporaneo dopo la tragica morte della moglie in un incidente stradale, provocato da qual biancore di nevischio e manto stradale ghiacciato cui fa riferimento il titolo del film.

Il vedovo trascorre ora le sue giornate ad accompagnare e riprendere la nipotina a scuola, visitare gli ex colleghi poliziotti e a restaurare un’ampia magione familiare immersa nel vasto paesaggio locale, esposta pertanto a ogni intemperie meteorologica, come ci tiene a ribadire una lunga sequenza ad episodi con inquadrature fisse dell’edificio, ora con neve, ora pioggia, ora forte vento e nuvole in viaggio. Una sequenza dal valore meramente indicativo, che serve soprattutto a farci notare che il film è stato girato in pellicola.

Come si sarà intuito, A White, White Day rispecchia in toto il cliché internazionalmente noto ascrivibile al “tipico film islandese”, e non fa nulla per nasconderlo. Ci sono i campi lunghi dedicati ai panorami locali, la sostanziale reticenza dei personaggi a rivelare le proprie emozioni, una spruzzatina di humour qua e là, cavalli al galoppo e persino una sequenza di silente ritrattistica in interni, con i vari personaggi del film in posa, intenti a guardare lo spettatore.

Va detto che l’interpretazione trattenuta di Sigurðsson è perfettamente funzionale alla ritrosia del racconto e la sua alchimia con la giovane attrice che incarna la nipotina risulta tangibile ed efficace. Lo script fornisce poi alcuni chiari presagi – a dire il vero un po’ meccanici – della violenza che di lì a breve esploderà sullo schermo, come ad esempio quella macchia di sangue di salmone che insozza l’abito della bambina o la sorprendente energia con cui quest’ultima uccide il pesce in questione, sbattendolo senza remore contro un tavolo. Il paesaggio e il meteo fanno il resto, contribuendo a creare un clima di tensione che lambisce i toni di un melodramma noir à la Chabrol. Proprio come spesso accadeva nei film del maestro francese, anche qui è un adulterio, tra l’altro perpetrato dalla povera defunta, il grimaldello che va a forzare l’apparente quiete dei vari personaggi, per liberare infine la rabbia repressa del nostro Ingimundur. Non c’è però molto altro da attendersi.

A White, White Day ritrae infatti prevalentemente la lunga attesa preparatoria, fatta di meccanismi a tratti scoperti e poco fantasiosi, dell’esplosione di violenza del vedovo tradito. Peccato però che, dati gli scarsi dettagli a disposizione sul personaggio, quando il climax viene raggiunto l’empatia risulti oramai impossibile, e dunque l’umana tragedia dell’ex poliziotto, tra fucili, coltelli a serramanico e mani grondanti sangue, cada vittima di una messinscena piuttosto grossolana.
D’altronde, il mesto Ingimundur si autodefinisce così in una seduta dal suo psicanalista “uomo, padre, nonno, vedovo, poliziotto” e quanto ai suoi obiettivi, anch’essi suonano di stampo un po’ rustico e patriarcale: vuole solo costruire una casa. E una bella villa e una bionda nipotina sono decisamente un po’ poco per farci parteggiare per lui e per il suo stolto piano di vendetta.

Info
La scheda di A White, White Day sul sito della Semaine.
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