Liberté

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Liberté è il settimo lungometraggio diretto da Albert Serra in sedici anni di carriera. Un viaggio nel libertinismo settecentesco, con la Francia prossima a crollare sotto i colpi della Rivoluzione. Una notte di giochi sessuali, che Serra filma con sguardo rigoroso. Un film ostico ma affascinante, presentato in concorso nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes.

La libertà verrà distrutta all’alba

1774, pochi anni prima della rivoluzione francese, tra Potsdam e Berlino… Madame di Dumeval, il Duca di Tesis e il Duca di Wand, libertini espulsi dalla corte puritana di Luigi XVI, cercano il sostegno del leggendario Duca di Walchen, seduttore tedesco e libero pensatore, merce rara in un paese dove regna l’ipocrisia e la falsa virtù. La loro missione: esportare in Germania il libertinaggio, una filosofia illuminista fondata sul rifiuto della moralità e dell’autorità ma anche, e soprattutto, di trovare un luogo sicuro per perseguire i loro giochi erranti. I novizi del vicino convento saranno trascinati in questa pazza notte in cui la ricerca del piacere non obbedisce più a leggi diverse da quelle dettate da desideri insoddisfatti. [sinossi]

Liberté, la prima parola presente nel motto repubblicano francese, divenuto celebre al tempo della Rivoluzione e poi rimasto, inattaccabile e smentito allo stesso tempo. Liberté, la reazione alla tirannide di un sistema secolare all’apparenza immortale – qualcuno ricorda il Casanova/Dracula di Història de la meva mort? Liberté, inno disperato in epoche in cui i lumi appaiono solo episodicamente. C’è stato un tempo in cui il cinema di Albert Serra appariva fieramente monologico: era l’epoca di Honor de cavalleria, che in molti scambiarono per il suo esordio (dimenticando di fatto il precedente Crespià, su cui lo stesso cineasta spagnolo ha fatto cadere negli anni un velo di silenzio) e di El cant dels ocells. Poi, con il già citato Història de la meva mort, il suo cinema si è aperto a una dialettica filosofica e storica prima ancora che strettamente interessata alla riflessione sul concetto di immagine. Non è casuale, e non può essere scambiato come tale, il fatto che nel corso della parte più consistente della sua carriera Serra non abbia mai lavorato sul concetto di contemporaneità per quel che concerne la messa in scena. I suoi film si voltano sempre al passato, ma negli ultimi tre titoli – sarebbe da aggiungere anche l’installazione video Roi Soleil, presentata anche al Fid Marseille lo scorso anno – si concentrano su un secolo fondamentale per gli sviluppi dell’Occidente, il Diciottesimo. Dopo aver messo in scena la morte del Re Sole ne La Mort de Louis XIV, che a Cannes nel 2016 era tra le séances spéciales, Serra apre Liberté narrando di Robert François Damiens, aspirante regicida che fallì l’attentato a Louis XV nel 1757 e fu l’ultimo condannato a morte la cui esecuzione sulla pubblica piazza fu portata a termine tramite squartamento. A protestare per tanta barbarie solo qualche filosofo illuminista.

L’illuminismo è alla base, in qualche misura, anche dei protagonisti del film di Serra, che trasforma in materia cinematografica una sua pièce teatrale portata in scena anche al Volksbühne durante i giorni della Berlinale nel 2018. La derivazione teatrale appare chiara dall’ambientazione, il folto di una foresta germanica, e dalla scarsità di scenografie utilizzate – giusto un paio di cabine da carrozza. Per il resto Liberté diventa cinema senza smentire pressoché nulla della dimensione originale. Una dimensione che potrebbe far storcere il naso, come è successo a molti spettatori durante la proiezione al Festival di Cannes, dove il film è inserito nel concorso di Un certain regard. La libertà messa in pratica dagli uomini e dalle donne del film infatti è quella del libertinismo, la dottrina nata dal pensiero illuminista e che prevedeva la messa alla berlina della morale pubblica, il rifiuto del dogma cristiano, la cessazione del concetto di famiglia. Una presa di posizione profondamente anti-aristocratica, e che in questo senso non solo giustifica l’ambientazione – la foresta tedesca dove un gruppo di libertini francesi ha trovato rifugio con la speranza di venire edotti da un maestro della materia, il duca di Walchen – ma prelude già alla eruzione rivoluzionaria. Serra mette in scena una notte in cui i vincoli della morale sono completamente sciolti, e lo fa una volta di più ricorrendo alla luce naturale e alle riprese en plein air. Nella teorizzazione compiuta del suo discorso cerca un appiglio nel vero, nel materiale tangibile, odorabile. Ed è un film di umori e pensieri, Liberté, viaggio al termine della notte tra sadismo e flagellazione, masochismo e sopraffazione dell’altro, peni in erezione e copule fallimentari, liquami di varia natura sparsi su corpi desiderosi non solo della soddisfazione erotica, ma anche e soprattutto di una deliberata dimostrazione di rottura con lo schema classico.
Un’utopia, come si chiosa nell’unico dialogo in italiano del film – le altre lingue sono il francese e il tedesco – che non potrà essere messa in pratica perché sarebbe necessario un mutamento non solo sociale, ma prettamente economico.

Guarda già alla corruzione della borghesia attraverso il mito del capitalismo che sarà una delle armi (im)proprie utilizzate per smorzare e poi uccidere l’istinto rivoluzionario e la sua prassi, Serra. La sua orgia notturna è disperata, tragica e al contempo quasi parossistica. Estenuante, come la pratica cinematografica di un regista mai semplice ma con un’idea chiara di cosa deve essere messo in scena, e del perché. Chi vi ha letto all’interno una ripresa del tema sadiano che sarà anche alla base di Salò o le centoventi giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini ha di fatto smarrito il senso di un’operazione siffatta, che sembra al contrario muoversi esattamente nella direzione opposta. Per quanto il corpo umano sia il centro della scena, e del discorso, Serra fa di tutto per celarlo nel fuori campo, come quella voce narrante dell’inizio che sembra non appartenere a nessuno, se non ai luoghi. Per contrasto arrivano improvvisi e a tratti respingenti dettagli anatomici, ma non vi è desiderio, neppure l’aspetto più deteriore e discutibile del desiderio, nello sguardo del regista catalano.
In realtà, com’è inevitabile che sia, Liberté è un film sulla sconfitta del corpo, e con esso sulla sconfitta del liber(t)i(ni)smo, sulla decadenza del tempo e sull’effimera soddisfazione che può provocare una frustata in più sul deretano. Prima che sorga l’alba, con una luce che non è mai salvezza per chi non è parte integrante e integrata del sistema.

Info
Liberté sul sito del Festival di Cannes.
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