The Horse Thief

The Horse Thief

di

Restaurato in digitale – un po’ pixelato – dal China Film Archive, The Horse Thief di Tian Zhuangzhuang è un classico del cinema cinese autoriale degli anni Ottanta, la storia del membro di una tribù tibetana che viene esiliato per via dei suoi furti, fatti per spirito di sopravvivenza, vicenda in cui non è difficile leggere un riferimento all’isolamento vissuto negli anni della Rivoluzione Culturale. Nella sezione Cannes Classics a Cannes 2019.

La mia vita per un cavallo

1923. Norbu ruba dei cavalli per supportare economicamente la sua famiglia. Ma, in conseguenza di questo atto, viene esiliato insieme alla moglie e al figlio dalla tribù di cui fanno parte. L’improvvisa morte del figlio lo spinge di nuovo a rubare e a essere sempre più negletto agli occhi degli altri. [sinossi]

Alla metà degli anni Ottanta, quando Tian Zhuangzhuang realizzava The Horse Thief (1986), il cinema cinese stava vivendo una straordinaria fase di rinascita, la più importante dai tempi degli anni Trenta, di quel cinema popolar-politico che aveva propugnato – a tratti in modo un po’ troppo intellettualistico e naïf – la ribellione nei confronti della vecchia Cina feudale, oltre che di quella nazionalista di Chiang Kai-shek. Ma quel cinema cinese degli anni Trenta raramente uscì fuori dai confini del paese, mentre il “nuovo” cinema degli anni Ottanta fu soprattutto apprezzato all’estero – anche perché in patria la censura era ancora molto presente – e, in particolare, nei festival, basti pensare che l’esordio di Zhang Yimou, Sorgo rosso, vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 1988, mentre giusto quattro anni prima aveva esordito Chen Kaige con Terra gialla, film che tra l’altro ha diversi punti di contatto con The Horse Thief e che viene considerato il primo e più importante film della Quinta Generazione, la prima generazione di cineasti usciti dalla scuola di cinema di Pechino dopo la fine della distruttiva Rivoluzione Culturale. Anche se non bisogna dimenticare One and Eight, anch’esso del 1984, come Terra gialla, che però determinò la prematura conclusione della carriera registica di Zhang Junzhao, visto che il film venne bloccato e poi funestato dai tagli censori.
Quindi era un periodo di rinascita, di capolavori e di riconoscimenti, periodo che culminò all’inizio degli anni Novanta con il Leone d’Argento a Venezia per Lanterne rosse (1991) di Zhang Yimou, con la Palma d’Oro nel ’93 per Addio mia concubina di Chen Kaige e con il capolavoro di Tian Zhuangzhuang, The Blue Kite (1993), che vinse al Festival di Tokyo, ma fu anch’esso censurato, determinando un periodo di allontanamento dal cinema del regista.

Era dunque una rinascita con delle contraddizioni, com’è inevitabile che fosse; e infatti era una rinascita che guardava al passato, mentre il cinema degli anni Trenta – pur con tutti i suoi limiti – parlava del presente e immaginava utopisticamente il futuro. Tian Zhuangzhuang, Zhang Yimou e Chen Kaige (e pochi altri, anche perché quello era un cinema individualista, mentre i registi degli anni Trenta avevano tentato di essere collettivisti e internazionalisti) realizzavano infatti dei film la cui ambientazione era sempre precedente all’avvento del maoismo, e lo facevano in primis per non rischiare di incappare nella censura (anche se poi, poteva comunque capitare, come visto), ma – soprattutto – attraverso questi film Yimou e gli altri volevano alludere anche al loro passato esistenziale, agli anni della loro formazione vissuti tragicamente durante la Rivoluzione Culturale. In tal senso, questi film, esemplarmente girati con una confezione fotografica sempre eccelsa, caratterizzati dalla “bella calligrafia”, erano doppiamente rivolti al passato. E, dunque, non si poteva continuare a lungo su questa strada, come poi dimostrerà Zhang Yuan che con Bastardi a Pechino (1993) e con Diciassette anni (1999, Leone d’Argento a Venezia) riporterà il cinema cinese nella contemporaneità, preludendo poi all’emergere del maggior esponente di questa nuova onda, Jia Zhangke, fino ad arrivare a tutta una serie di trasformazioni cui abbiamo potuto assistere anche in questi giorni qui a Cannes, dove The Horse Thief è stato presentato nella sezione di Cannes Classics, mentre in concorso vi era il nuovo film di Diao Yinan, The Wild Goose Lake, ambientato in un presente che è già memoria e già maniera.

Tutta questa premessa ci sembrava indispensabile per meglio contestualizzare The Horse Thief e per meglio individuarne pregi e limiti, visto che il film di Tian Zhuangzhuang rientra appieno in quella forma neo-tradizionalistica di messa in scena del cinema cinese degli anni Ottanta, dove fare film storici era probabilmente anche un’esigenza – a tratti disperata – di riappropriazione delle proprie radici storiche da parte dei registi, visto che tra le tante caratteristiche eversive della Rivoluzione culturale vi era quella di aver azzerato la storia passata del paese, di non averla neppure più insegnata a scuola, e quindi quei registi ambientavano i film nel passato anche per conoscere se stessi e la storia plurimillenaria della Cina.
Tian Zhuangzhuang, però, rispetto ai colleghi, è sempre stato più appartato – e infatti, se vogliamo, ha osato sfidare il regime in maniera più aperta nel momento in cui gira The Blue Kite -, e lo è stato anche nella scelta di cosa raccontare e dove, come in questo The Horse Thief dove va nel Tibet degli anni Venti per mettere in scena la vicenda del membro di una tribù che viene cacciato dai suoi per via dei suoi furti dettati dalla sopravvivenza.
Nel personaggio di Norbu, questo il nome del protagonista, non è difficile riconoscere l’isolamento e l’individualismo vissuto negli anni della Rivoluzione Culturale; lui, infatti, insieme alla moglie, al figlio e alla nonna, si trova costretto a vivere lontano dagli altri, senza avere alcuna speranza di poter sopravvivere, se non rubando, se non attraversando il paese – bellissimo ma crudele – in cerca di qualche occasione per potersi riempire lo stomaco. E, nella sequenza del funerale, in cui lui si presta a trasportare un idolo da affondare nelle acque di un lago, viene colpito anche lui dai sassi dei partecipanti alla cerimonia, in qualche modo involontariamente; quella furia della folla anonima è però la stessa furia che portava a umiliare pubblicamente, fino a pochi anni prima, chi si riteneva che fosse colpevole di aver deviato dalla necessità della rivoluzione permanente e continuamente reincarnantesi in nuove e imprevedibili forme.

E in questa estrema e radicale bellezza dei paesaggi, che si può assaporare lungo tutto il percorso visivo di The Horse Thief, riconosciamo l’apice di quella bella calligrafia cinese degli anni Ottanta, ma anche il suo limite, il suo punto di non ritorno, un limite di esotismo – che difatti venne superficialmente apprezzato da certi grandi del cinema americano, tra cui Scorsese e Coppola – e che infatti è anche un limite di scrittura, visto che mai ci troviamo a empatizzare con la lotta per la sopravvivenza del protagonista, mentre empatizziamo felicemente con le meraviglie del territorio. Un territorio sterile, però, che non dà frutti ma solo mirabolanti epifanie dello sguardo: si resta abbacinati e ipnoticamente avvinti dallo splendore visivo di The Horse Thief, quasi prigionieri di una magnificenza che bisognerebbe poter intaccare per poter davvero sopravvivere. È come se non vi fosse spazio per l’uomo in questo paesaggio, come dimostra d’altronde la morte del figlio di Norbu: è questo che vuole dirci Tian Zhuangzhuang in The Horse Thief, schiavo anche lui, come il suo protagonista, di una crudele bellezza della Natura dal sapore leopardiano.

E allora dispiace un po’ che il restauro presentato a Cannes e curato dal China Film Archive non renda giustizia dell’accuratissima confezione fotografica del film e, anzi, finisca per smorzarne la corposità con una resa poco definita e quasi pixelata. Ma anche qui, sempre di rispetto della storia si parla, perché questo film meriterebbe di essere rivisto in 35mm, così come venne concepito all’epoca.

Info
La scheda di The Horse Thief sul sito del Festival di Cannes.
  • The-Horse-Thief-1986-Tian-Zhuangzhuang-001.jpg
  • The-Horse-Thief-1986-Tian-Zhuangzhuang-002.jpg
  • The-Horse-Thief-1986-Tian-Zhuangzhuang-003.jpg
  • The-Horse-Thief-1986-Tian-Zhuangzhuang-004.jpg
  • The-Horse-Thief-1986-Tian-Zhuangzhuang-005.jpg

Articoli correlati

  • Cannes 2019

    The Wild Goose Lake RecensioneThe Wild Goose Lake

    di A cinque anni da Fuochi d'artificio in pieno giorno, che vinse l'Orso d'Oro a Berlino nel 2014, torna il cineasta cinese Diao Yinan che porta, stavolta in concorso a Cannes, il suo nuovo film: The Wild Goose Lake è un violento e feroce noir, come il precedente, privo però della stessa carica politica.
  • Festival

    Cannes 2019Cannes 2019

    Apre bene il Festival di Cannes 2019, con un titolo a suo modo perfettamente trasversale: autorialità, genere, grandi star. The Dead Don't Die, aka I morti non muoiono, è una coperta decisamente lunga, lancia il festival, dovrebbe accontentare tutti...
  • Cannes 2018

    I figli del Fiume Giallo RecensioneI figli del Fiume Giallo

    di Con I figli del Fiume Giallo, in concorso a Cannes, Jia Zhangke prosegue il discorso sulle trasformazioni violente della Cina contemporanea e arriva a descrivere un mondo in cui la realtà, mutata repentinamente, non esiste più ed è rimasta solo la sua immagine, da guardare ammutoliti.
  • Venezia 2017

    Angels Wear White

    di Dopo il folgorante esordio con Trap Street, Vivian Qu fa un passo indietro: Angels Wear White è un dramma di denuncia dal grossolano simbolismo. In concorso a Venezia 74.
  • Torino 2016

    The Donor

    di Esordio di Zang Qiwu, The Donor mette in scena lo sfruttamento di classe (e di reni) nella Cina contemporanea, aderendo parzialmente allo stilema del thriller dilatato tipico di altri suoi connazionali. Corretto, ma con pochi guizzi. Vincitore del concorso internazionale alla 34esima edizione del Torino Film Festival.
  • Venezia 2015

    liu-shumin-intervistaIntervista a Liu Shumin

    Abbiamo incontrato al Lido l'esordiente regista di The Family, film che ha aperto fuori concorso la trentesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, per parlare di piano sequenza, 35mm e cinema cinese contemporaneo...
  • Venezia 2015

    the-familyThe Family

    di Il quarantunenne Liu Shumin realizza con The Family una minimalista epopea familiare, feroce e intima. Ottima pre-apertura della 30esima edizione della Settimana Internazionale della Critica.
  • Venezia 2014

    Red Amnesia

    di Fantasmi dal passato della Rivoluzione Culturale, conflitto tra città e campagna, solitudine urbana di anziane signore: Wang Xiaoshuai colleziona degli ameni cliché per il suo nuovo film, in concorso a Venezia 71.
  • Interviste

    Intervista a Diao Yinan

    Dopo l’Orso d’Oro alla Berlinale 2014, Fuochi d'artificio in pieno giorno di Diao Yinan è stato presentato in anteprima italiana al Far East. Abbiamo intervistato il regista per parlare del suo film ma anche dello stato delle cose nel sistema cinematografico cinese.
  • FEFF 2014

    Einstein and Einstein

    di Forse il capolavoro del Far East 2014: il terzo lungometraggio del regista cinese Cao Baoping racconta il passaggio all’età adulta di una tredicenne attraverso una serie di terribili prove, costruendo il ritratto impietoso della nuova piccola borghesia urbana.
  • Cannes 2019

    Diary of a Nurse RecensioneDiary of a Nurse

    di Il cinema, la rivoluzione, il sentimento. Nel 1956, mentre Mao stava per lanciare il Grande balzo in avanti, un film come Diary of a Nurse di Tao Jin raccontava, ingenuamente ma sinceramente e in modo appassionato, come si potesse forgiare il nuovo spirito degli uomini, ma più ancora delle donne, di buona volontà.
  • Cannes 2019

    Summer of Changsha RecensioneSummer of Changsha

    di Presentato in concorso a Un certain regard al Festival di Cannes, Summer of Changsha del regista cinese Zu Feng è un poliziesco che man mano, quasi dolcemente, digrada verso il melodramma, grazie all'efficacia sia della scrittura che di una galleria di personaggi solitari, rosi dai sensi di colpa.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento