The Lighthouse

The Lighthouse

di

The Lighthouse è il secondo lungometraggio di Robert Eggers, che conferma il talento visivo del cineasta statunitense. Tra Coleridge e l’horror paranoide, con qualche debolezza di scrittura e di struttura. Alla Quinzaine des réalisateurs. Eccellenti le interpretazioni di Willem Dafoe e Robert Pattinson.

I guardiani del faro

Ephraim Winslow raggiunge un faro disperso nel bel mezzo dell’oceano al largo del New England, dove farà per quattro settimane da assistente al guardiano, l’anziano Thomas Wake. Il lavoro è ripetitivo e privo di soddisfazione, ed Ephraim inizia ad avere visioni di sirene e tritoni… [sinossi]

Difficile, quasi impossibile, non rimanere abbagliati di fronte all’immagine che The Lighthouse rimanda dallo schermo. Un’immagine potente, misterica, elegante eppure all’apparenza scarna ed essenziale. Si presenta così, con molte contraddizioni insite nel suo stesso “esistere”, l’opera seconda di Robert Eggers, trentacinquenne del New Hampshire che quattro anni fa originò un piccolo ma persistente culto con il suo esordio The Witch (in molti casi, basandosi sulla grafia ufficiale del poster, conosciuto come The VVitch), che immergeva la sua storia nel New England in odor di stregoneria del Seicento. Un viaggio nel cuore pulsante del “crogiuolo”, tanto ricercato nella forma quanto ambizioso nei contenuti. Il binomio – ricercatezza e raffinatezza estetica e ambizione narrativa – si ripropone con ancora maggior forza in The Lighthouse, presentato tra grida di giubilo e osanna alla Quinzaine des réalisateurs durante la settantaduesima edizione del Festival di Cannes. L’attesa si era fatta spasmodica già nei mesi scorsi, quando erano iniziate a trapelare le prime immagini ufficiali, con quel bianco e nero contrastatissimo e la presenza scenica di Willem Dafoe e Robert Pattinson, in pratica gli unici attori del film.
La storia è presto detta: un giovanotto viene assunto come assistente del guardiano del faro su un isolotto abbastanza sperduto nell’Atlantico al largo delle coste del New England (dopotutto, come viene detto nel film, più il faro è lontano e difficilmente raggiungibile dalle imbarcazioni più il lavoro viene retribuito), e si ritrova a fare da secondo a un vecchio ubriacone, scoreggione e ossessionato dalla mitologia marinaresca, oltre che dalla luce stessa del faro, che considera sua esclusiva e il cui accesso è interdetto al giovane Ephraim Winslow. L’uomo, caricato del lavoro alla luce del sole – mentre il vecchio Thomas Wake resta sveglio la notte – ben presto inizia a fare sogni inquietanti, e a immaginare sirene e tritoni…

L’impresa di raccontare un film come The Lighthouse può apparire ardua, ma si dimostra soprattutto completamente inutile. Lo schema che viene mostrato nei primissimi minuti, con Ephraim intimidito dall’incontro/scontro col lupo di mare Thomas e l’inizio di una dialettica quasi impossibile tra i due – e dominata dalla falsità più totale, perfino esibita – viene infatti ribadita per l’intera durata del film. L’intento evidente di Eggers è quello di trascinare lo spettatore in uno stato allucinatorio, completamente paranoide, in cui il confine di per sé labile tra reale e immaginario venga abbattuto senza mezzi termini. Per far questo non può che affidare il ruolo di Virgilio a Ephraim, interpretato da un eccellente Robert Pattinson – fa il paio con la sua recitazione quella di un sublime Willem Dafoe: i due reggono, al di là del lavoro di scrittura, l’intero impianto narrativo del film, e la sua credibilità –, che fin dall’inizio sembra particolarmente soggetto all’atmosfera del luogo, che porta con l’aria salmastra anche incubi, memorie rimosse, ipotesi di mostri marini ospitati nell’area della lampada, quella a cui lui non ha l’accesso.
Eggers si diverte a maneggiare il mito, avvincendolo allo stesso tempo alla mitologia orrorifica dell’ultimo secolo. Ecco dunque che Prometeo e il furto del sacro fuoco si fa largo tra spire di H.P. Lovecraft. E non è un caso che nonostante guardi con insistenza al cinema post-espressionista a cavallo tra gli anni Venti e Trenta – dalle opere di Murnau a M, il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang: dopotutto l’aspect ratio utilizzata, l’1.19:1 fa riferimento proprio a quella precisa epoca storica – a tornare alla mente durante la visione siano le immagini di The Call of Cthulhu di Andrew Leman, elegante e filologico cortometraggio ispirato al romanzo di Lovecraft portato a termine in modo completamente indipendente nel 2005.

Per quanto il sentimento di Eggers, la sua affezione verso un mondo del cinema che non è più di fatto possibile a meno di non muoversi nell’indipendenza più totale, appaia sincera, è indubbio che esista una discrasia tra la ricercatezza della messa in scena, con l’utilizzo intelligente della pellicola 35 millimetri, e la progressione narrativa. Attingendo a elementi chiave della letteratura d’ispirazione marinaresca, a partire da La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, e utilizzando l’horror come escamotage per penetrare la mente dei suoi protagonisti, Eggers sembra restare per lo più in superficie, prediligendo l’esibizione del riferimento al suo scandaglio in profondità. Così, mentre si agitano spettri intellettuali lanciati contro e sopra gli spettatori, e da questi afferrati – e il gioco dei rimandi culturali può dimostrarsi un intrattenimento a se stante – il ragionamento sul senso di colpa e sull’accettazione della propria natura, che è la sottotrama più persistente di The Lighthouse sembra fermarsi in realtà a un livello piuttosto basico. Lo stordente potere immaginifico delle riprese e della messa in scena finisce dunque per annichilire completamente lo sguardo, asservendolo al suo volere e spazzando sotto il tappeto eventuali ovvietà narrativa e banalizzazioni del discorso. Non c’è dubbio che anche questo film, come il precedente, possa diventare oggetto di culto, ed essere eletto a simbolo del “nuovo horror”, ma più ancora di The Witch qualche dubbio sulla reale sostanza del cinema di Robert Eggers viene a galla.

Info
The Lighthouse sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
  • the-lighthouse-2019-robert-eggers-recensione-01.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Cannes 2019Cannes 2019

    Apre bene il Festival di Cannes 2019, con un titolo a suo modo perfettamente trasversale: autorialità, genere, grandi star. The Dead Don't Die, aka I morti non muoiono, è una coperta decisamente lunga, lancia il festival, dovrebbe accontentare tutti...
  • Cannes 2019

    Festival di Cannes 2019Festival di Cannes 2019 – Presentazione

    Morti che camminano. Si apre così il Festival di Cannes 2019, giunto alla settantaduesima edizione con la solita coda di polemiche, compresa la petizione contro il premio alla carriera ad Alain Delon. In fin dei conti, è la natura stessa del festival ad alimentare contrasti, la sua dimensione smisurata, il suo essere contenitore fagocitante, regno del tutto e del niente.
  • Festival

    Cannes 2019 - Minuto per minuto dalla CroisetteCannes 2019 – Minuto per minuto

    Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2019!
  • Notizie

    Quinzaine des réalisateurs, annunciato il programmaQuinzaine des réalisateurs, annunciato il programma

    La Quinzaine des réalisateurs, per voce del suo nuovo delegato generale Paolo Moretti, ha annunciato il programma della cinquantunesima edizione. Un parterre de roi che va da Lav Diaz a Lech Kowalski, da Takashi Miike ad Ala Eddine Slim, da Bertrand Bonello a Robert Rodriguez.
  • Buone feste!

    the call of cthulhu recensioneThe Call of Cthulhu

    di All'interno del ciclo dedicato alla divinità aliena da H.P. Lovecraft non esiste titolo più suggestivo e spaventoso di The Call of Cthulhu (La chiamata di Cthulhu in italiano). Nel 2005 qualcuno sperimentò un folle mediometraggio muto e in bianco e nero dedicato al racconto...
  • AltreVisioni

    The Witch

    di L'esordio alla regia di Robert Eggers immerge l'horror nelle acque limacciose della superstizione, della leggenda, della fede dominata dalla paura e dal senso di colpa.

5 Commenti

  1. simone 22/05/2019
    Rispondi

    Beh non è che di “sostanza”, come dite voi, ce ne sia in the VVitch (e neppure penso si volesse metterla), la trama è la più basilare, ovvia possibile. Tuttavia il pregio è stato il tracciare un nuovo sentiero, un nuovo modo di fare horror (come fu per l’altrettanto molto sopravvalutato the Blair Witch Project), che da anni sapeva di stantio e di stanca. Sicuramente the VVitch NON è un cult e neppure questo secondo film lo sarà (devo ancora vederlo) e di questo ne sono convinto. Per vedere qualcosa di veramente meritevole e “cult” meglio tener d’occhio altri registi, come per esempio OZ Perkins, a mio avviso.

  2. Mattia S. 06/08/2019
    Rispondi

    Premesso che, ovviamente, non ho ancora visto il film in questione e che questa recensione mi sembra obiettivamente ben scritta, ragionata e fondata su solidi spunti di analisi, non posso fare a meno di indicarne un problema che rischia (senza riuscirci) di affossarla gravemente. Scrive infatti l’autore:

    “il ragionamento sul senso di colpa e sull’accettazione della propria natura, che è la sottotrama più persistente di The Lighthouse sembra fermarsi in realtà a un livello piuttosto basico.”

    Questa osservazione nasce da un orrido fraintendimento, ovvero da quella flatulenza intellettualistica che vuole che nelle storie (e, quindi, nei film) debba esserci un qualche tipo di discorso “altro”, una qualche implicazione socio-politica o, magari, psicoanalitica quando non addirittura moralisteggiante. Quasi che fosse necessario, in qualche modo, “giustificare” l’esistenza della storia con un “fine più alto” (il tanto inflazionato concetto di “sostanza”).
    [CONTINUED IN PART 2]

  3. Mattia S. 06/08/2019
    Rispondi

    Si tratta, naturalmente, di olezzante, miasmatica materia fecale: tutta la giustificazione di cui ha bisogno una storia, il suo compito, il suo senso, la sua ragion d’essera e la sua sostanza esistono tutti nella storia stessa. Una storia non “deve” dire assolutamente nulla di più di quel che racconta e questo diventa doppiamente vero quando si tratta di un film, ovvero del prodotto di un’arte che è prima di tutto visiva: il film, in effetti, non ha bisogno nemmeno di una storia, può esistere (e trovare la propria “sostanza”) semplicemente sulla base delle immagini.
    [CONTINUED IN PART 3]

  4. Mattia S. 06/08/2019
    Rispondi

    [PART 3]
    Poi è chiaro, e del tutto evidente, che qualsiasi cosa fatta dall’essere umano (dal pronunciare una semplice frase alla scelta di una marca di sigarette, dalla fabbricazione di un ombrello alla messa in produzione di una saga cinematografica in 23 capitoli) sia – inevitabilmente – il prodotto delle idee e della visione politica di chi ne è responsabile. Di conseguenza è altrettanto evidente che, soprattutto nell’arte e nell’intrattenimento, sia sempre possibile rintracciare contesto e sottotesto, discorso e meta-discorso, distinguere tra stile e contenuto e tutte queste belle cosucce.
    Questi, però, sono tutti ragionamenti posticci che esattamente nulla hanno a che vedere con la “sostanza” di un’opera e che, nella maggior parte (non nella totalità) dei casi, servono il solo scopo di fornire materiale masturbatorio ad intellettuali che mai sono stati (e oggi, meno che mai, sono) rilevanti.
    [CONTINUED IN PART 4]

  5. Mattia S. 06/08/2019
    Rispondi

    [PART 4]
    Il rischio, nel perseguire il ragionamento fatto alla fine di questa recensione, è duplice: da un lato, questo tentativo di intellettualizzare ogni cosa finisce inevitabilmente con l’alienare le persone normali, a cui questi boriosi rigurgiti interpretativi danno solo noia e fastidio, con il risultato (ovviamente determinato anche da ben altri fattori) che poi “Disney’s Marvel’s The Avengers’ Endgame” fa 3 miliardi di dollari nel mondo mentre il livello culturale medio precipita in verticale; dall’altro, il pericolo che qualcuno si beva davvero questa scarica diarroica e si perpetui la ignobile tradizione dei film (e delle storie) “a tesi” – ovvero uno dei più biechi e disutili sperperi di tempo che l’umanità abbia conosciuto dai tempi in cui ancora vivevamo nelle caverne.
    [/END RANT]

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento