Solo

Presentato nella sezione autonoma di ACID al Festival di Cannes, Solo di Artemio Benki è la ricognizione del difficile ritorno alla libertà di un pianista argentino, Martín Perino, dopo il ricovero in una struttura psichiatrica. Un documentario con tempi e modalità del cinema di finzione che ragiona sulla dicotomia ineliminabile tra arte e vita.

Suonare è per me (non) vivere

Martín Perino è un giovane argentino virtuoso del pianoforte e anche compositore, che ha avuto una crisi quattro anni fa ed è stato ricoverato nell’ospedale psichiatrico El Borda. Sta passando gli ultimi tempi nella struttura, prima di poter tornare finalmente a vivere la sua vita. Ma fuori non ha un pianoforte e tutto sembra troppo difficile. [sinossi]

Artemio Benki, autore di Solo, presentato nella sezione autonoma di ACID del Festival di Cannes, ha casualmente incontrato nel 2014 Martín Perino nella struttura di El Borda, un ospedale psichiatrico argentino. E questo pianista che aveva avuto una crisi improvvisa, tanto da costringerlo al ricovero, è diventato il protagonista del film, personaggio che il regista ha seguito a lungo, per diversi anni, partendo dagli ultimi tempi passati nella clinica fino ad arrivare al momento del difficile ritorno alla libertà. È diventato il protagonista perché Benki, cercando tra i pazienti della struttura un personaggio che lo colpisse, ha trovato Martín che si stava esibendo con le dita su un tavolo, a simulare i tasti di un pianoforte, mentre tutti gli altri degenti lo ascoltavano in religioso silenzio. Un momento, dunque, assurdo e surreale, tale da ricordare il finale di Blow-up, ma che poi Benki ha avuto la sapienza necessaria di saper restituire all’interno del film, non solo chiedendo a Martín di replicare questa sua performance, ma soprattutto ragionando sull’impossibilità per lui di suonare dal momento che, quando il nostro è uscito dal manicomio, l’appartamento in cui è andato a vivere era privo pianoforte.

Solo è, dunque, un film sull’impossibilità di adeguarsi al mondo esistente, un film che ragiona sull’ineliminabile discrasia tra arte e vita, sul rifugio rappresentato dall’attività artistica, sulla necessità disperata di potersi esibire in pubblico. Benki ce lo racconta con una narrazione lasca ed ellittica, fatta di lunghi silenzi e di lunghe sospensioni, sottolineando la solitudine e l’estraneità di Martín in sequenze a tratti molto toccanti, come quando il trentenne pianista senza piano si mette a giocare a pallone in una piazzola con dei bambini acutizzando necessariamente il suo senso di straniamento. Questi momenti sono alternati a incontri che Martín fa con lo psichiatra che lo ha in cura o con ex compagni di degenza, o ancora con una ballerina che era già sua collaboratrice prima della sua crisi di presenza. Ed è in tali sequenze, sia pure indispensabili per meglio comprendere la psicologia di Martín, che Solo perde un po’ della sua forza, perché si dice in fin dei conti troppo, si razionalizza troppo il problema del protagonista. Ma è anche vero che, nel razionalizzarlo, nel dire in maniera didascalica che il pianoforte rappresenta per lui il rifugio dalla vita, la sua contemporanea impossibilità di ritrovare un vivere sociale diventa ancora più drammatica, perché – come sempre accade – l’azione non riesce a stare al passo delle idee.

Difficile, in ogni caso, definire Solo, perché non ricorre a escamotage spesso consueti nel cinema documentario; non parliamo tanto e non solo del meccanismo delle interviste (che, ovviamente, è assente e viene sostituito dagli incontri già citati), quanto anche e soprattutto della mancanza della voice over, che avrebbe potuto far scadere il film in una dinamica esplicativa da cui giustamente rifugge.
Resta il fatto, però, che pur essendo totalmente immerso nell’esistenza quotidiana del suo protagonista, a tratti Solo dà l’impressione di non poter presentare sorprese, perché già sappiamo con largo anticipo che il suo tentativo di reintegrarsi sarà duro e forse vano, che quando andrà a una festa non riuscirà a parlare con nessuno, che quando sarà il momento del suo compleanno si comporterà in maniera eccessiva con gli amici invitati a casa sua, e così via. E allora diventano cruciali quei momenti in cui Martín ci sorprende, come quando comincia a suonare il piano alla festa sopracitata, attirando almeno per un istante l’attenzione dei presenti, oppure quando fa una lezione bellissima a degli studenti, in cui ci ritroviamo a temere per lui, ad aver paura che si possa inceppare il suo parlare, che si possa interrompere inspiegabilmente il suo battere i tasti del pianoforte. E, nel corso di quella lezione, Martín espone un concetto fulminante: il tempo nella musica è tutto, perché tu puoi scegliere quanta pausa lasciare tra una nota e l’altra, e in tal modo indirizzare il ritmo di vita e di esperienza di una performance musicale. Questo concetto, fondamentale, Benki prova a trasferirlo anche nei tempi e nel montaggio di Solo, anche se non sempre riesce a lavorare a dovere sulla giuste pause e non sempre sa dosare il battere e il levare delle sue immagini.

Va a finire così che, pur nell’ambito di un film estremamente interessante, lavorato sulla lunga frequentazione visiva ed esistenziale tra il protagonista e il regista – metodo che tra l’altro ha fatto sì che fosse possibile far trasparire con naturalezza ogni singola scena -, resta in Solo molto più forte, rispetto al resto, la parte iniziale ambientata nell’ospedale psichiatrico. Qui un prete racconta un aneddoto essenziale: quello di un degente che, vedendo un vecchio vaso, ha capito come i pazienti fossero uguali a quell’oggetto malandato, fragili ma ancora interi, ancora integri, per quanto a rischio rottura in ogni momento. Qui, poi, Martín dialoga con qualcuno che è molto più malato di lui e che fatica a parlare, e che gli chiede di insegnargli a suonare, in una sequenza davvero tragica e commovente. E qui, infine, emerge con vera drammaticità la solitudine dell’artista all’interno di un microcosmo, la sua consustanziale diversità rispetto a ogni altro essere vivente.

Info
La scheda di Solo sul sito di ACID.
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