Une fille facile

Une fille facile

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Une fille facile, quarto lungometraggio diretto da Rebecca Zlotowski, è un coming of age che racconta l’estate di una sedicenne di Cannes sconvolta dall’arrivo della cugina, che vive a Parigi ed è più grande di lei di qualche anno. Nonostante le ambizioni la regista transalpina non sa evitare le secche della banalizzazione e di un’estetizzante semplificazione del discorso. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Cugine

Naima ha 16 anni e vive a Cannes. Proprio nell’estate in cui deve decidere cosa vuole fare della propria vita la prorompente cugina Sofia decide di passare le vacanze con lei. Insieme vivranno un’estate indimenticabile. [sinossi]

Alla fine della proiezione di Une fille facile viene naturale chiedersi come vada a collocarsi nel palinsesto della Quinzaine des réalisateurs il quarto lungometraggio diretto da Rebecca Zlotowski. Infatti all’interno della programmazione della “nuova” Quinzaine, la prima sotto l’egida di Paolo Moretti e del suo comitato di selezione, si è potuta ammirare in questi primi giorni di Festival a Cannes la volontà di esplorare a trecentosessanta gradi il mondo del cinema, ragionando su modelli estetici e produttivi assai distanti tra loro. Così si sono trovati idealmente guancia a guancia Lech Kowalski con il documentario barricadero On va tout péter e il rutilante Takashi Miike di First Love, lo zombi-movie di Bertand Bonello e l’onirismo paranoide dell’opera seconda di Robert Eggers, oltre alla commedia grottesca di Quentin Dupieux. Per non parlare ovviamente del nuovo film di Lav Diaz, qui nei prossimi giorni e che una volta di più Thierry Frémaux dimostra di non prendere in considerazione (l’unica altra sortita sulla Croisette prima di quest’anno fu nel 2014 con Norte, the End of History, snobbato dai più in Un certain regard).
Si torna al quesito iniziale. Come va dunque a inserirsi in un simile scenario Une fille facile di Rebecca Zlotowski? L’emblema del film è forse già tutto racchiuso nella sua apertura, con il corpo di Zahia Dehar in bella vista mentre fa il bagno nelle limpide acque della Costa Azzurra per poi prendere il sole sui sassi. Zlotowski non sa rinunciare a riprenderla nuda, per quanto da principio la camera sembri pudica e preferisca tenersi a distanza dal seno. Come faranno gli uomini del film, invece, la regista francese non riesce a trattenersi dal vedere, dallo scoprire, dal desiderare quel corpo evidentemente rifatto – e alla ragazza glielo farà notare, in una sequenza a suo modo tra le più interessanti del film, una donna più adulta.

In Francia ovviamente la maggior parte dell’interesse nei confronti di Une fille facile è dettato dalla presenza di Dehar, colei che ancora minorenne approdò alla ribalta nazionale perché si era prostituita con due campioni della nazionale di calcio, Franck Ribéry e Karim Benzema. Un caso mediatico enorme oltralpe, e che in qualche modo ispira anche i termini nei quali Zlotowski mette in scena il personaggio interpretato dalla giovane, Sofia, la cugina maggiore della protagonista Naima, che arriva da Parigi a Cannes durante un’estate per sconvolgerle l’esistenza. Sofia, come si dimostrò Dehar all’epoca dello scandalo sessuale, è una ragazza sfrontata, libera, apparentemente priva di condizionamenti. Ama e desidera il lusso e si concede per ottenere ciò che vuole senza porsi il minimo scrupolo, ma allo stesso tempo sa discettare tranquillamente delle opere di Marguerite Duras. A essere sconvolta da questo turbinio non è però solo la sedicenne Naima – ben più corretta nei comportamenti – ma anche come si accennava la regia di Zlotowski.
Non mancano di certo le ambizioni alla regista di Planetarium, ma una volta di più dimostra di non saperle gestirle, o almeno di non essere in grado di scavare realmente in profondità. Oltre a svolgere la sua funzione canonica di coming of age Une fille facile vorrebbe infatti addentrarsi nella lettura delle classi sociali, visto che la famiglia di Naima è proletaria ma l’estate lei e la cugina la passano sul lussuosissimo yacht di un mercante d’arte d’origine brasiliana e battente bandiera dell’Isola di Man. Peccato che anche lo spaccato socio-economico, da principio ben fotografato nel regalo di compleanno che Naima riceve dai suoi amici (70 euro), si perda in una serie pressoché infinita di cliché, morali e dialettici.

Il tema portante, vale a dire la riscoperta dell’orgoglio del lavoro rispetto alla facilità di ottenere denaro, avrebbe meritato a sua volta un trattamento meno superficiale. Ma Zlotowski si conferma una regista innamorata del gesto estetico, della giusta illuminazione, della messa in quadro precisa, del contrasto. Inevitabilmente ciò che gravita attorno a tutto ciò finisce per smarrirsi, o per essere sminuito, ridotto a qualcosa di residuale. È in questo che risiede la principale colpa del film, nella sua incapacità di trasformare uno sguardo sulla morale in uno sguardo morale, la riflessione sull’anarcha in messa in pratica dell’anarchia stessa. Perdendosi dunque nella sua stessa contraddizione.

Info
Une fille facile sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
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