A Hidden Life

A Hidden Life

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Viaggio, parabola, in questo caso anche calvario. Martirio. Un ponte tra un passato oscuro e il nostro scricchiolante presente. È tornato a forme narrative più lineari Terrence Malick, in concorso al Festival di Cannes 2019 col fluviale A Hidden Life, ma non ha abbandonato le suggestioni estetiche deflagrate con The Tree of Life e nemmeno quel susseguirsi di domande, riflessioni, arrovellamenti. Un cinema inondato di luce, natura, fede; un cinema generosamente personale, filosofico, volutamente lontano dalla prassi mainstream.

Fedele alla linea

Nato e cresciuto nel piccolo villaggio di St. Radegund, Franz Jägerstätter è un contadino e un convinto credente. Sposato con Franziska, è un membro importante della comunità. Franz e Franziska vivono una vita semplice con le loro tre bambine. Franz deve allontanarsi dalla sua famiglia per un addestramento militare: quando la Francia si arrende e tutto sembra volgere al meglio, viene rimandato a casa. Col prolungarsi e il dilagare del conflitto, Jägerstätter e gli altri uomini del villaggio vengono chiamati a combattere e a giurare fedeltà ad Adolf Hitler e al III Reich. Franz si rifiuta… [sinossi]
Fedeli alla linea, anche quando non c’è
Quando l’imperatore è malato, quando muore o è dubbioso o è perplesso
Fedeli alla linea, la linea non c’è…
Fedeli alla linea – CCCP.
…for the growing good of the world is partly dependent on unhistoric acts;
and that things are not so ill with you and me as they might have been is half owing to the number who lived faithfully a hidden life, and rest in unvisited tombs.
Middlemarch – George Eliot.

Sono due le direttrici di A Hidden Life, un tempo Radegund. La prima, lineare e orizzontale, segna il ritorno a una narrazione cronologica, a una concatenazione facilmente intellegibile di eventi. Ma non erano chiare e comprensibili, in realtà, anche le opere precedenti? Questione annosa che pellicola dopo pellicola ha creato un solco tra la poetica di Malick e una buona parte del pubblico e della critica. Non dei festival.
La seconda è verticale, frammentaria, sospesa tra cielo e terra. Qui ritroviamo il Malick di The Tree of Life e To The Wonder, di Knight of Cups e Song to Song. Di Voyage of Time: Life’s Journey. Ritroviamo la domande, i pensieri vorticosi, i grandangoli esasperati, questa forma di pedinamento spirituale, gli slanci verso un infinito che forse non incontreremo mai. Un infinito che potrebbe dare un senso a tutto, al viaggio, alla sua fine. Anche al buco nero, al Male, all’abisso disumano della Seconda guerra mondiale, di buona parte del Secolo breve.

Lo sviluppo orizzontale di A Hidden Life ci è sembrato un atto dovuto, un ammirevole segno di adesione e di profondo rispetto. Al martire Franz Jägerstätter, ai suoi ideali, alla sua fermezza, alla storia che si contrappone alla Storia. Già, la Storia. Quella stessa Storia che sembra sempre scritta da altri, da decisioni abnormi, da maree inarrestabili. Quella Storia che oggi stiamo vivendo noi, individui assorbiti da una collettività inerme. Collettività che è massa, e forse poco altro.
Il ritorno alla linearità narrativa coincide col ritorno a una parabola storico-politica, a suo modo una declinazione de La sottile linea rossa, ma profondamente radicata nel nostro tempo, nell’urgenza dell’oggi, delle mancate scelte individuali.
Quella di Malick è una chiamata alle armi, alle uniche che tutti possiamo possedere, abbracciare/imbracciare, difendere fino all’ultimo: le idee, le scelte. Individuali, si spera collettive, comunitarie. Nella lotta silenziosa, cocciuta, impari e inevitabilmente perdente di Franz Jägerstätter c’è tutto il senso della vita umana, nella sua più nobile declinazione, nella sua possibilità di essere (parte della) Storia. A Hidden Life è un poetico risarcimento, è l’eco internazionale di una vicenda che rischiava di coprirsi di polvere – eppure alla fine ha vinto, ha superato le mura delle prigioni, ha sconfessato la boria nazista, è sopravvissuto alla morte e all’oblio. In questo senso, A Hidden Life oltrepassa i confini di Radegund.

È una storia d’amore A Hidden Life. Un canto a due, ricostruito attraverso gli scambi epistolari, incorniciato tra le montagne, gli immancabili campi di grano, le numerose tenerezze, il desiderio non celato. Qui le traiettorie tornano verticali, contano i gesti, le sonorità, l’immersione nella natura. Siamo dalle parti di The Tree of Life e To The Wonder, con le corse e i giochi delle bimbe, una vita rurale volutamente addolcita, con la voce narrante che prende il sopravvento sui dialoghi. È la vita contrapposta alla Storia, è il Bene lontano dal Male.
Il piccolo villaggio di Radegund diventa altro nelle mani di Malick, come lo stesso Franz e probabilmente l’amata moglie Fani e la loro relazione. Un tradimento che oscura anche le frenetiche letture della Bibbia, quella religiosità un po’ fanatica che sopravviveva soprattutto tra le terre alte: una scelta precisa che nulla toglie al discorso religioso, ma che avvicina all’oggi e ad altre sensibilità la scelta di Jägerstätter. L’inverno è mite nella Radegund di Malick.

Nelle tre ore di A Hidden Life si controbilanciano il peso del libero arbitrio e la soave leggerezza dell’amore, si contrappongono i paradisiaci paesaggi e i claustrofobici interni (ancor più opprimenti con l’uso del grandangolo), si scontrano Bene e Male, storia e Storia, ma anche un integerrimo paesano e la sua fragile comunità. Si arano i campi e si infangano i tribunali; si miete il grano e si lustrano le onorificenze naziste. Malick continua a guardare al mondo e alla vita da un’angolazione che ha cercato e trovato nel corso dei decenni, tra libri e film, arte e filosofia: la parabola di Jägerstätter vorrebbe illuminare un po’ la nostra, indicare una via, ma è soprattutto il luccicante riflesso delle scelte del cineasta di Ottawa, della sua coerenza poetica, estetica, narrativa. Il cinema di Malick è cinema del libero arbitrio, è un viaggio intimo e personale, è a suo modo un miracolo produttivo e distributivo. Arte sacra, in un certo senso, incorniciata dalla fotografia di Jörg Widmer (e non Lubezki). Cast ovviamente lussuoso, eccellenti August Diehl e Valerie Pachner, ma la mente corre al cameo di Bruno Ganz, quasi un omaggio. Libero arbitrio e divina provvidenza.

Info
La scheda di A Hidden Life sul sito del Festival di Cannes 2019.
Una clip tratta da A Hidden Life.
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