Frankie

Frankie

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Frankie segna la prima volta per Ira Sachs in concorso al Festival di Cannes. Una collocazione incomprensibile – e probabilmente dannosa – per un’opera fragile e nel complesso priva di profondità, racconto di sentimenti sfilacciati e parentele in subbuglio. Con un cast di prim’ordine capitanato da Isabelle Huppert, Brendan Gleeson e Marisa Tomei.

E poi tutti a vedere il tramonto

Tre generazioni di una famiglia alle prese con un’esperienza che cambierà le loro vite durante una giornata di vacanza a Sintra, in Portogallo, città storica nota per i suoi giardini, le ville e i palazzi da favola. [sinossi]

“Oh Frankie Frankie”, singhiozza Alan Vega in Frankie Teardrop, tra i capolavori dell’album d’esordio dei Suicide, anno domini 1977. Singhiozza per un operaio che è impazzito e una volta a casa ha ucciso la moglie e il figlioletto. Singhiozza per una classe operaia che se ne va diritta diritta all’inferno, altro che paradiso vagheggiato da Elio Petri. Non in pochi in realtà singhiozzano davvero per Françoise Cremon detta da amici e parenti Frankie, l’attrice nota a livello internazionale che si trova a Sintra per l’ultima vacanza prima che il tumore che l’ha aggredita due anni prima se la porti definitivamente via. Piange il secondo marito e con lui anche il primo, che ottenuto il divorzio ha potuto vivere in piena libertà i suoi amori omosessuali; piange il figlio più della figliastra, ma piange anche l’amica Irene, la parrucchiera che ha lavorato con lei su un set sei o sette anni prima e che come tutti ha raggiunto Sintra, in Portogallo, convocata dalla dittatoriale Frankie. E in quel microcosmo fatato e apparentemente fuori del mondo, sperduto sulle coste dell’Atlantico, Ira Sachs inscena il suo dramma borghese, che non disdegna l’ironia e vorrebbe porsi sulla linea ideale delle commedie corali di Woody Allen, Peter Bogdanovich, Noah Baumbach. Cinema indie newyorchese in trasferta, insomma. Con tutto ciò che ne consegue.

Appare davvero sorprendente che Thierry Frémaux e il suo gruppo di lavoro possano aver pensato di selezionare per la corsa alla Palma d’Oro anche questo piccolo, fragile ed essenzialmente poco ficcante film. Ben più adatto a un fuori concorso, o per meglio dire ad altre platee festivaliere – viene in mente il Sundance, per ovvie ragioni, ma si potrebbero citare anche Tribeca e la Festa del Cinema di Roma, tanto per rimanere anche nel campo italiano – Frankie si muove goffamente sulla Croisette, anche perché non sembra possedere nessuna qualità per competere con i suoi “avversari”. Nessuna forte sensibilità estetica, nessuna narrazione dirompente o anche solo emotivamente coinvolgente, nessuna presa di posizione autoriale, solo e in forma esclusiva la possibilità di poter contare su un cast di prim’ordine, capitanato dall’onnipresente Isabelle Huppert (in un ruolo, quello della diva un po’ eccentrica e un po’ scorbutica e dittatoriale, che le calza a pennello ma che come gli abiti belli ma messi con troppa frequenza appare sgualcito e usurato) e che vede al suo seguito Brendan Gleeson, Marisa Tomei, Greg Kinnear, Jérémie Renier, Pascal Greggory. In uno dei ruoli minori c’è persino l’ottimo Carloto Cotta, che qualcuno potrà ricordare tra gli altri in Tabù e Le mille e una notte di Miguel Gomes, Diamantino di Abrantes/Schmidt e Colo di Teresa Villaverde. Il film come si sarà intuito, cerca il proprio riscatto proprio nella qualità delle interpretazioni, in grado di ravvivare la fiamma di dialoghi a cui sembra sempre mancare lo scarto per divenire brillanti.

Tutto il film dopotutto si trattiene, e non per chissà quale scelta di spoliazione degli avvenimenti, né di sottrazione rispetto al deflagrare del melodramma. Il gioco è circolare, evidente nello scopo fin dalle primissime battute, prevedibile e condotto con mano sicura quanto pallida per un sentiero lineare e ripulito da eventuali abrasioni. Frankie va verso la morte, suo marito non si dà requie – se ne accorge anche una cameriera –, la figlia di quest’ultimo sta divorziando dal marito mentre la loro figlia adolescente cerca le prime soddisfazioni amorose, il figlio dell’attrice deve staccare il cordone ombelicale ma non è in grado, l’amica si libera del fidanzato non appena questo le chiede di rendere le cose più ufficiali sposandolo. Si potrebbe continuare. Ma nel vagare per Sintra, tra verdissima boscaglia e spiagge immense, viottoli con acciottolato e alberghi di lusso – la classe è ovviamente alta, e non si fa altro che parlare di tasse di successione, appartamenti da vendere per cifre milionarie e via discorrendo, senza che trapeli alcuna presa di posizione da parte del regista, né in un senso né nel senso opposto – non si riesce mai a cogliere altro se non la superficie delle cose. Resta come già detto l’accorata bravura degli interpreti, e una bella soluzione finale che è così potente rispetto al resto da far sorgere il dubbio che l’intero impianto narrativo sia stato costruito un po’ alla buona solo per giungere a mettere in scena quella suggestione. Si esce dalla sala e già si dimentica, muovendo i primi passi verso casa/ristorante/pub, ciò che si è visto. Tra altri quarantadue anni, c’è da scommetterci, se qualcuno dirà “Oh Frankie Frankie” sarà sempre e solo per omaggiare la canzone di Martin Rev e Alan Vega. La classe operaia andrà anche all’inferno, ma resta nella memoria collettiva.

La scheda di Frankie sul sito del Festival di Cannes.
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