Aladdin

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Remake che tiene il freno a mano tirato, contrassegnato da una preoccupazione eccessiva per la fedeltà al canone, l’Aladdin versione 2019 mostra sprazzi dell’estetica del suo regista Guy Ritchie; ma il risultato, nel suo carattere pedissequo, convince solo in piccola parte.

Una lampada che non illumina

Il ladro Aladdin, in una delle sue scorribande in cerca di cibo per la città, incontra casualmente la principessa Jasmine, travestita da donna del popolo: tra i due scoppia un amore tanto assoluto quanto impossibile. Nel frattempo, il perfido mago di corte Jafar vuole impadronirsi di un manufatto magico, col segreto desiderio di spodestare il re… [sinosssi[

La produzione live action targata Disney, nel corso degli ultimi anni, ha conosciuto alterne fortune. Va detto che il marchio della casa di Topolino, che attualmente tende a identificarsi con gran parte dell’intrattenimento di massa di questo scorcio di millennio, ha da tempo perso gran parte del suo significato, e del suo valore di riconoscimento storico: il nome Disney, ormai, comprende uno spettro di prodotti che vanno da Star Wars alle serie tv della piattaforma Hulu, dai film Marvel alle nuove versioni, e alle varianti, dei classici del tempo che fu. Proprio in queste ultime, si è rilevata nel corso degli ultimi dieci anni quella dialettica tra vecchio e nuovo, quella voglia di sperimentare contemperata da un’esigenza sempre ribadita di fedeltà al canone, che rappresenta forse la cifra più interessante della Disney moderna: prodotti live action come Cenerentola o Il libro della giungla, in fondo, non hanno fatto che sottolineare questo contrasto, sempre presente, tra voglia di riciclo e necessità di trovare nuove strade. Un’esigenza che, nel campo dell’animazione, è stata parimenti resa da prodotti più “tradizionalisti” come Zootropolis alternati ad altri che, pur nella loro apparente classicità, mostrano di avere entrambi i piedi nel ventunesimo secolo, quali Ralph Spaccatutto (e sequel) e Oceania.

L’Aladdin di Guy Ritchie, in questo senso, arriva a ridosso di un film tanto fortunato commercialmente quanto fallimentare sul piano del riscontro critico, come il Dumbo di Tim Burton. E, andando a confrontare i due film (e tenendo fuori ogni considerazione sulle istanze che ne hanno reso possibile la realizzazione – questione che ora ci interessa poco), bisogna dire che il regista di Snatch – Lo strappo ha almeno mantenuto una dignità – nel suo proporsi come shooter – che purtroppo sembra sconosciuta al Burton attuale. Aladdin versione 2019 ha un po’ – non molto – della movimentata e surriscaldata estetica tipica del suo autore, che almeno sembra capire (cosa che a Burton non riusciva) dove inserire sequenze più personali e dove no, dove seguire pedissequamente il soggetto originale e dove deviare, dove restare fedele alle atmosfere del film del 1992 e dove tradirle. Non è molto, sia chiaro, perché la risultante è comunque quella di un remake col freno a mano tirato, pedissequo nello svolgimento e preoccupato a ogni inquadratura di non risultare sgradito a quegli spettatori che hanno ben vivo il ricordo del film di Ron Clements e John Musker. Via libera, così, alle canzoni che invadono oltre ogni necessità lo spazio del racconto, via libera all’enfasi plasticosa di un musical posticcio (vedi la sequenza del canto seguito all’apparente trionfo di Jafar), via libera alla morale “cuore vs. rango” traslata tal quale dal film di animazione del 1992.

Il nuovo Aladdin è indubbiamente un film conservatore, diremmo persino tradizionalista: espressione di un tradizionalismo in un certo senso ingenuo, incapace persino di rendersi conto che, in questo contesto, il mezzo è il messaggio, e quindi lo spirito edificante che emergeva limpido – e sincero nei suoi intenti – dai personaggi disegnati di 27 anni fa, cambia totalmente di segno in pieno 2019, nel passaggio al cinema con attori in carne e ossa. Ma Guy Ritchie, che è anche co-autore della sceneggiatura, non è inconsapevole di tutto questo: e allora studia bene dove ritagliarsi i suoi spazi, inserisce una gustosissima sequenza musicata e coreografata corrispondente all’arrivo a palazzo del principe “Alì Ababua”, concepisce il personaggio del Genio su misura per l’istrionismo di Will Smith, facendo pronunciare a quest’ultimo battute molto poco da Mille e una notte, e molto da commedia romantica moderna; e modifica in parte il finale – pur rispettandone la sostanza – per incontrare i gusti degli spettatori Marvel addicted del 2019 (il target non è proprio lo stesso, ma certamente in alcune parti vi si sovrappone). Ma, al netto di tutto questo, non si può non rilevare che la vicenda del ladro Aladdin, della principessa “ribelle” Jasmine, dell’avido Jafar e di un Genio sorprendentemente umano, nel 2019 è abbastanza sfiatata, inutilmente enfatica nelle sue sottolineature (musicali e non), tagliata con l’accetta nella definizione dei personaggi, prevedibile ben oltre l’ovvia conoscenza dell’intreccio. E non aiuta nemmeno, in questo senso, un “contorno” posto a inizio e fine film – un Genio diventato umano che racconta in flashback la storia ai suoi figli – piacevole quanto estemporaneo, poco utile nell’economia narrativa del film.

L’Aladdin di Guy Ritchie verrà probabilmente ricordato, così, come un prodotto medio figlio di un’industria ancora poco convinta sulla direzione da prendere, impeccabile nella confezione quanto esile nella sostanza, incapace di adattare una storia amata da larghe fasce di pubblico agli spettatori moderni. I suoi sprazzi, intermittenti – uniti a un soggetto che mantiene malgrado tutto il suo potenziale archetipico, nella sua millenaria filiazione di medium in medium, di narrazione in narrazione – gli consentono di catturare almeno gli occhi, le orecchie, e parte del coinvolgimento emotivo, di un pubblico desideroso di sentirsi raccontare ancora una volta quella stessa storia: ma Ritchie aveva la capacità, l’attitudine e gli strumenti per osare di più. Il risultato, nel quasi certo riscontro di pubblico che otterrà, non può non lasciare un po’ di amaro in bocca.

Info
Il trailer di Aladdin.
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