Nina Wu

Nina Wu

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Elegante e inquietante messinscena sullo spossessamento di un’attrice da se stessa e dalla sua immagine, Nina Wu del regista taiwanese Midi Z ragiona con efficacia sul concetto di icona nello show business, muovendosi tangenzialmente a certe ossessioni lynchiane, ma poi cade in un finale moralista. In concorso a Un certain regard a Cannes.

Non ricordo di me, delle mie immagini

Nina Wu è una ragazza che ha lasciato la piccola compagnia di provincia per cercare fortuna come attrice nella capitale Taipei. La sua attesa sembra non avere fine, finché ottiene un ruolo da protagonista in una importante produzione. Arriva il successo, ma cominciano gli incubi, e cominciano anche i problemi economici e di salute dei suoi genitori, rimasti in campagna. [sinossi]

I racconti di ossessioni solitaria sono tema frequente nel cinema taiwanese, a partire ovviamente da Tsai Ming-liang che in ogni caso, con la sua grandezza, supera e travalica questa caratteristica, pur contenendola. E Nina Wu di Midi Z, presentato in concorso in Un certain regard al Festival di Cannes, è in effetti un film di visage e di corpi attoriali icastizzati, imbalsamati e spossessati nella loro solitudine esistenziale, solitudine raddoppiata dalla condizione di icona divistica all’interno della società dello spettacolo. È questo il destino che tocca alla Nina Wu del titolo, una ragazza di campagna che si è trasferita da anni nella capitale Taipei per cercare fortuna come attrice. E, proprio quando ormai ogni speranza sembrava svanire, trova l’occasione di una vita, visto che viene scelta come protagonista di una grossa produzione cinematografica.
Del film nel film che Nina si trova a interpretare non importa tanto la trama, quanto l’atmosfera, inquietante, sordida (in una scena deve deve fare sesso con due uomini), ma sempre molto elegante, laccata, di superficie. Tanto che Midi Z comincia a giocare da subito con la messinscena dell’uno e dell’altro, del suo film e di quello che viene girato davanti ai nostri occhi.
Nina si prepara in maniera certosina, ce la mette tutta e si scontra più volte con il regista, insopportabile, che cerca ogni volta di tormentarla, evidentemente per tirare fuori da lei delle reazioni più spontanee. E il gioco tra verità e finzione prosegue a lungo nel corso di Nina Wu, tanto che i due piani diventano ben presto indistinguibili e, spesso, si ribaltano, fino a indurre a dubitare di cosa sia realmente accaduto alla protagonista, di cosa le sia accaduto nel film nel film e di cosa invece sia semplicemente frutto della sua immaginazione.

Si innesta poi, nella seconda parte, il confronto con la Nina Wu del passato, quella di campagna, del rapporto con i suoi genitori e con i vicini, e in particolare del rapporto con la sua amica – e amante – di sempre, Kiki, che invece ha scelto di restare nella terra natia e di continuare a recitare all’infinito Il piccolo principe per le scolaresche. Kiki è naturalmente l’alter-ego di Nina, è in pace con se stessa al contrario di lei e si crede realizzata come attrice nel rifare sempre la stessa parte. Nina, invece, avendo scelto di misurarsi con qualcosa di diverso, si è pian piano smaterializzata, è diventata altro-da-sé, e dunque va a finire che è più reale, più iconica, più riconoscibile la sua immagine nel film che sta girando rispetto a quella che si riflette nella sua vita quotidiana.

Giocando dunque sul fascino incorporeo dell’immagine iconica à la Tsai Ming-liang e, contemporaneamente, sul disturbante conflitto interiore tra la se stessa di un tempo e la nuova Nina che sta diventando – secondo una caratteristica tipicamente lynchiana, pensiamo in particolare, ovviamente a Mulholland Drive – Midi Z costruisce il suo film per lunghi tratti in maniera molto affascinante, sempre sul filo dell’equilibrio tra realtà e orrore della finzione, ma poi – purtroppo – si perde con un finale moralistico, che a posteriori rischia di destabilizzare tutto l’impianto fin lì costruito. Ed è come se si volesse cercare di dare una giustificazione narrativa a Mulholland Drive.

Resta però, nonostante questo, il piacere di aver assistito a un sottile saggio sull’inquietudine dell’essere in scena, sulla consustanziale solitudine dell’attore, sull’entrare e uscire da una parte, sul ruolo che ti incatena nelle maglie di un ingannevole luccicore. E resta la potenza disturbante di non poche sequenze, a partire da quella in cui Nina si ritrova su una barchetta che prende fuoco in un mare in tempesta, dove ancora una volta Midi Z gioca sui confini del set, facendoci credere all’incidente di scena e poi spiazzandoci ancora. E inducendoci a riflettere sul fatto che l’arte della recitazione e quella della finzione cinematografica contano più di tutto il resto. Perché un film conta sempre di più delle persone che lo hanno fatto, anche se poi quelle persone non esistono più e diventano le nostre immagini.

Info
La scheda di Nina Wu sul Festival di Cannes.
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