The Halt

The Halt

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The Halt è il film di Lav Diaz che più si approssima al concetto di pamphlet, in uno slancio all’arma bianca contro il potere di Duterte. Ambientato nel 2034 è l’immagine delle Filippine che hanno perso il sole, e vivono immersi nell’oscurità. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Sole spento

Siamo nel 2034. Sono passati tre anni da quando il sud-est asiatico è letteralmente nelle tenbre. Il sole non sorge più a seguito di una serie di massicce eruzioni vulcaniche al largo nel mare di Celebes. Folli governano i paesi, le comunità, enclavi e città. Epidemie cataclismatiche hanno devastato il continente. In milioni sono morti, altrettanti sono partiti. [sinossi]

Con The Halt Lav Diaz torna a Cannes a sei anni di distanza da Norte, the End of History, e per la prima volta approda alla Quinzaine des réalisateurs (nel 2013 era sulla Croisette in Un certain regard). Non è di certo casuale che il suo ritorno in Costa Azzurra coincida con la prima edizione della sezione collaterale del festival sotto l’egida di Paolo Moretti, e con Paolo Bertolin nel comitato di selezione. Moretti era nello staff di Marco Müller durante le gloriose edizioni di Orizzonti a Venezia, dove Diaz presentò Death in the Land of Encantos, Melancholia e Century of Birthing. A quelle edizioni collaborava in veste di consulente Bertolin, che aveva anche lavorato nel 2005 alla bella retrospettiva dedicata a Diaz dal Torino Film Festival di Turigliatto/D’Agnolo Vallan. Se il legame tra Diaz e il sistema festivaliero italiano è stretto, appare quasi esotico trovarlo a Cannes, neanche fosse “fuori posto” (sensazione acuita dal fatto che Norte, the End of History fu uno dei pochissimi film che girò a colori); semmai ci si era abituati a incrociare il suo cinema a Rotterdam, alla Berlinale che accolse A Lullaby to the Sorrowful Mystery e Season of the Devil, perfino a Locarno dove From What is Before vinse il Pardo d’Oro.

The Halt, la battuta d’arresto. Cos’è che si è davvero fermato nel nuovo film di Lav Diaz? In una parola, l’umanità, scomparsa sotto la cenere delle eruzioni vulcaniche che hanno finito con l’oscurare perfino il sole, o per via di una dittatura militare che fa scempio di ogni logica, oltre che di ogni diritto. È scomparsa, infine, perché l’umanità stessa si è dimenticata di sé, dei propri affetti, della propria storia. E della storia di un Paese. Il diciannovesimo lungometraggio diretto da Lav Diaz in ventuno anni di carriera (e parliamo di un cineasta noto per la durata monstre delle proprie opere, al punto che quando a Venezia approdò finalmente in concorso The Woman Who Left in troppi ironizzarono sul fatto che meno di quattro ore potevano essere considerate quasi come un cortometraggio) è anche il primo in cui l’ars oratoria prende il sopravvento, almeno a tratti, sulla rilevanza della messa in scena. Non sbaglia chi legge Ang Hupa – questo il titolo originale del film – come un vero un proprio pamphlet. Un’accezione che va intesa nel senso più alto e nobile del termine, ma che allo stesso tempo segna un punto di svolta, un passaggio di non secondo piano all’interno della poetica espressiva del cineasta filippino. Uno scarto sensibile fin dall’incipit, che arriva a utilizzare una macchina a mano piuttosto nevrotica per muoversi tra la folla. Le Filippine sono nel caos, dopotutto, e Diaz non ha alcuna intenzione di negarlo o di sottostimare il problema. Non è certo la prima volta che Diaz riflette sul passato/presente dittatoriale dell’arcipelago, e in particolar modo sulla figura iconica e terribilmente potente di Ferdinand Marcos, colui che istituì la legge marziale nel 1972: lo testimoniano tra gli altri From What is Before e il recente e largamente incompreso Season of the Devil.

E proprio a quel bizzarro musical si può in qualche modo avvicinare The Halt, sia per la scelta di sovrapporre Marcos alla figura di Rodrigo Duterte sia per quella di rappresentare il potere ricorrendo alla farsa, all’esasperazione, al grottesco. Nirvano Navarra, il folle dittatore che utilizza la polizia e le forze speciali dell’esercito per fare mattanza non solo delle figure politicamente a lui ostili ma anche della semplice popolazione, in un crescendo di sadismo apparentemente senza freni – gli capita di dare le sue vittime in pasto ai coccodrilli che ospita nel suo giardino zoologico privato, fra le altre cose – è inevitabilmente una crasi tra Marcos e Duterte, ma il regista lo mette in scena demitizzando ogni possibile lettura. Navarra non è brillante, ama vestirsi con i lunghi abiti della madre e fare l’uncinetto, chiama per nome i cactus che cura personalmente in casa e quando legge un libro che lo fa infuriare prima lo maltratta e quindi fa uccidere colei che lo ha scritto. Un libro che parla di come le Filippine dovrebbero riscoprire la propria memoria.
Perché di questo in fin dei conti tratta The Halt, semplificando al massimo il linguaggio proprio per aderire – folle utopia – a una propagazione del messaggio attraverso il cinema. Per questo nessun film precedente di Diaz presenta così tanti dialoghi. Per questo nessun film precedente di Diaz ha un montaggio così “rapido” ed evita di utilizzare il piano sequenza fino alle estreme conseguenze. Per questo è la retorica l’arte maneggiata dal maestro filippino. Non è tempo per elaborare teorie del linguaggio, sembra ricordare anche a se stesso Diaz – e il dialogo tra i guerriglieri sulla necessità di ripartire dai bambini di strada piuttosto che dalla teoria della rivoluzione è in tal senso illuminante. È tempo di lottare con le armi che si hanno, e di utilizzarle come strumento per il popolo. Per risvegliare il popolo dormiente.

È plausibile che i cultori del cinema di Diaz si trovino spiazzati di fronte a un film come The Halt, proprio per il modo in cui il suo stile sta cambiando, e per come questo comporti una parcellizzazione diversa nell’utilizzo del tempo, dello spazio dell’inquadratura, del senso della ripresa. Anche la ridicolizzazione di Navarra potrebbe infastidire, e di fatto appare come un corpo estraneo, insinuato come germe nell’organismo principale, puramente tragico con punte di melodramma. Allo stesso tempo il palesamento così evidente del motivo politico alle spalle del film in parte depotenzia un immaginario che è comunque sempre vigile, presente, mai banale o semplificatorio. Tutto legittimo. Ma è difficile resistere all’incredibile capacità di Diaz di sviare nelle prime ore il punto centrale della narrazione disseminando storie, ipotesi, narrazioni per poi concentrarle in un crescendo finale devastante, emotivamente, visivamente e politicamente. La poetica di Diaz è una poetica profondamente umanista, che trova in The Halt l’ennesima occasione per costruire delle sequenze destinate a rimanere a lungo nella mente degli spettatori. Si prenda per tutte la dolorosissima scoperta della propria memoria per la prostituta “Modello 237”, che ricorda il proprio lutto, le proprie perdite affettive e le piange. Ma si prenda anche il concetto morale e metaforico alla base del tutto: la perdita del sole. La tenebra ottundente ed eterna. Il tempo del cinema è agire, e così anche il montaggio può essere maggiormente frazionato. Un concerto che in Melancholia veniva ripreso frontalmente in piano sequenza per decine di minuti in The Halt si riduce a una canzone segmentata in almeno cinque diversi campi di ripresa. Le prospettive devono moltiplicarsi, perché sono la ricchezza morale della lotta. Diaz fa dunque delle possibili debolezze dei punti di forza e nel finale, in un campo finalmente lunghissimo, si concede persino l’ipotesi dell’alba. Il sol dell’avvenire è possibile.

Info
La scheda di The Halt sul sito della Quinzaine.
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