Intervista a Flatform

Intervista a Flatform

Tra i cortometraggi in concorso alla Quinzaine des réalisateurs è stato presentato anche Quello che verrà è solo una promessa, nuovo sorprendente e illuminante lavoro di Flatform, collettivo con base a Milano e Berlino che da oltre dieci anni persegue una propria coerente idea di cinema. Abbiamo avuto l’occasione di parlare di questo con loro il giorno stesso della proiezione, nella Plage della Quinzaine.

Come siete arrivati a scoprire quest’isola? E in che maniera vi siete approcciati al fatto che il cambiamento climatico possa influire sul vivere quotidiano di una popolazione?

Flatform: Per parlare in generale di qualsiasi dei nostri film noi abbiamo necessità di parlare del nostro concetto artistico. In Quello che verrà è solo una promessa a esistere è di fatto la poetica di Flatform. Faccio questo distinguo perché per noi l’argomento che viene trattato di volta in volta rientra all’interno di una modalità assolutamente nostra di inserire elementi del reale in una visione allargata, che scompagina il reale stesso e lo ripresenta sotto forme nuove. Utilizziamo sempre gli effetti di “qualcos’altro”, e quindi in questo caso specifico l’effetto che ha fatto partire tutto è stata una notizia che leggemmo dieci anni fa in 6 gradi di Mark Lynas, e che parlava di quest’isola che a seguito del surriscaldamento globale delle acque avrebbe finito progressivamente per scomparire, e prima di lei sarebbe scomparsa la civiltà che vi abita. Le acque l’avrebbero resa inabitabile, per via della desertificazione delle terre.

Anche questo se vogliamo è un effetto interessante. L’acqua, che è elemento considerato “salvatore”, sia in realtà la causa della desertificazione dell’ambiente. Credo che ci ragioniate molto, visto che è un film sugli elementi e sulla macchina che riprende gli elementi.

Flatform: Hai perfettamente centrato il punto. La lettura di quella notizia, portato come un esempio, per noi è stato folgorante perché ci permetteva di partire con un’elaborazione di altri due elementi per noi fondamentali, e su cui i nostri lavori anche se in maniera differenziata continuano da più di dieci anni a muoversi. L’attesa e la sorpresa. Due elementi che, attraverso il processo dell’acqua, potevano essere veramente folgoranti, perché permettevano questo stato sospensivo che è quello della sorpresa che interrompe un processo che per noi è linguistico, proprio dell’immaginario, vale a dire l’attesa. L’attesa è l’immaginario, la sorpresa è la realtà che prorompe e cambia completamente le cose. In questo processo continuo di andare e venire vive il film.

In questo processo che avete appena descritto, che è un processo di marea, voi fate emergere la necessità linguistica della macchina utilizzando un piano sequenza che di per sé sarebbe impossibile. Nella vostra testa è stato da subito ideato come un piano sequenza questo lavoro?

Flatform: Sì, da subito.

E come avete lavorato da un punto di vista di montaggio sulla sovrapposizione di terra e acqua?

Flatform: Sicuramente creare un film di questo genere è laborioso e ambizioso, perché è stata davvero una sfida difficile anche per noi stessi. Realizzare qualcosa che potesse essere girato in tempi differenti mantenendo la stessa inquadratura e gli stessi movimenti degli interpreti era veramente una sfida incredibile. L’editing è stato un lavoro lungo e complesso, perché contavamo di poter ottenere delle riprese il più possibile combacianti, e ovviamente questo non è accaduto in modo preciso. Ma il fatto che le transizioni non abbiano una definizione assoluta, una perfezione assoluta, è per noi un pregio. Abbiamo deciso che c’è un punto che non va oltrepassato nel perfezionamento dell’immagine. Non facciamo beta test, non testiamo software. Siamo artisti. Quel difetto per la poetica di Flatform è assolutamente fondamentale, perché fa capire a noi stessi e a chi guarda il film che ciò che avviene e viene messo in scena è reale. Non c’è nessuna mistificazione data dal 3D. Sono delle riprese reali, con delle persone reali, calate in una realtà così come noi la intendiamo. In quell’inquadratura quella è la realtà. Esiste in questo processo una forma di straniamento per noi fondamentale. In quell’apparente imperfezione si genera lo straniamento, che permette una distanza e di comprendere come una riscrittura del reale ci porta lontano da un processo sentimentale, che di solito si ha con le immagini che ci vengono addosso. Questo procedimento ci permette anche di sottolineare ogni volta che l’immagine non è una rappresentazione di una realtà preesistente. L’immagine è essa stessa nella sua totalità una realtà nuova. Questo momento di straniamento ti permette di percepirlo. In senso lato è un procedimento che può essere definito brechtiano. La distanza per creare la consonanza. Per poterti immergere in una realtà che è scompaginamento delle linee. Noi non ci troviamo a iniziare o finire qualcosa, ma ci troviamo nel mezzo. Tutti. Il problema è averne la consapevolezza. In quel mezzo abbiamo le linee che sono già delineate, e tu le puoi soltanto scompaginare e ricompaginare. Dissociare e ri-associare per creare una nuova realtà. Creare, non comunicare.

Sul discorso dello spaginamento del reale trovo sia straordinario il passaggio che c’è nel rapporto piano con l’immagine, in quella carrellata/camera car iniziale, fino al sollevamento in aria. Questo superamento della linea del reale percepito, perché non si tratta più di uno sguardo direttamente umano, crea a mio avviso un rapporto triplice di lettura del vostro lavoro. Un livello ambientale, di una natura che preesiste a noi ed esisterà dopo di noi. Un livello legato agli esseri umani, e un terzo che è la macchina cinema, che riutilizza il tempo. Secondo voi il gesto artistico può cogliere l’umano e può sradicarlo dal tempo in cui è?

Flatform: È assolutamente insito, tutto questo, nel gesto artistico che compiamo. Quando parliamo di scompaginare la realtà ci riferiamo alla convenzione spaziale e temporale, tutto ciò che viene da queste generate. La prospettiva, la consapevolezza del collocarsi in un posto, in una dimensione. La tua considerazione sul nostro lavoro è completamente calzante. Grazie al mezzo noi creiamo la nostra poetica. Potrebbe anche sembrare una definizione banale del mezzo stesso. Per noi la poetica nasce a un livello eidetico, ma è il mezzo che la realizza. È anche una sovrapposizione di due diversi tempi. C’è un tempo lineare della vita. Noi sovrapponiamo a questo tempo lineare un tempo circolare, che è poetico. In questo rapporto tra linearità e circolarità si crea quello scarto per cui si riscrive. C’è uno straordinario romanzo di Novalis che è Heinrich von Ofterdingen dove lui nel letto, mentre i genitori linearmente dormono, costruisce il suo tempo poetico che è quello del prospetto nel mondo. Ed è un tempo circolare. Il lavoro sull’immagine attraverso il tempo che facciamo è analogo. Noi rispettiamo moltissimo la linearità del tempo, la convenzione del tempo. Ma ci interessa scompaginarlo per tornare a una nuova linearità.

Questo discorso riporta il cinema alla sua genesi. Partire dall’esistente per rigenerare qualcosa che permetta una nuova lettura di ciò che ci circonda. Credete che l’audiovisivo in quanto tale oggi venga percepito nella dimensione in cui lo intendete voi, o l’immagine è diventata la superficie su cui adagiare ciò che noi riteniamo reale e basta?

Flatform: Non esiste un audiovisivo, esistono tanti audiovisivi e tanti modi di utilizzare gli audiovisivi. È vero che l’utilizzo più massiccio, maggioritario e imperante nel senso dell’impero socio-economico è quello che traduce tutto in un eterno presente. Un utilizzo in cui ognuno di noi formalizza solo ciò che è stato già gerarchizzato, come nei social. Il cinema mantiene una nicchia, anche nel blockbuster – il rapporto tra chi va in sala e i social è impietoso – e questa rottura della superficie è una possibilità. E in maniera diversa si muovono molte situazioni. Poi c’è chi utilizza un mezzo già di nicchia e senza rendersene conto non fa altro che appiattirvisi sopra. E torna valido un aforisma di Kafka che amiamo molto e che recita “Il male quando è dentro di te non ha più bisogno di essere creduto”.

Info
Il sito ufficiale di Flatform.

Articoli correlati

  • Cannes 2019

    Quello che verrà è solo una promessa recensioneQuello che verrà è solo una promessa

    di Quello che verrà è solo una promessa è il nuovo lavoro di Flatform, collettivo artistico con base tra Milano e Berlino. Una riflessione sullo scorrere della natura, e sul concetto di movimento tra spazio e tempo nel cinema, in un piano sequenza vorticoso. Alla Quinzaine des réalisateurs.
  • Notizie

    Quinzaine des réalisateurs, annunciato il programmaQuinzaine des réalisateurs, annunciato il programma

    La Quinzaine des réalisateurs, per voce del suo nuovo delegato generale Paolo Moretti, ha annunciato il programma della cinquantunesima edizione. Un parterre de roi che va da Lav Diaz a Lech Kowalski, da Takashi Miike ad Ala Eddine Slim, da Bertrand Bonello a Robert Rodriguez.
  • Festival

    Cannes 2019Cannes 2019

    Apre bene il Festival di Cannes 2019, con un titolo a suo modo perfettamente trasversale: autorialità, genere, grandi star. The Dead Don't Die, aka I morti non muoiono, è una coperta decisamente lunga, lancia il festival, dovrebbe accontentare tutti...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento