Mektoub, My Love: Intermezzo

Mektoub, My Love: Intermezzo

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In concorso al Festival di Cannes 2019, Mektoub, My Love: Intermezzo di Abdellatif Kechiche è un passo ulteriore verso un grandioso affresco, un diario intimo e amoroso (e teorico) di un cineasta, dei suoi personaggi, di una generazione, di un luogo sospeso nel tempo e nello spazio – la spiaggia, come la discoteca; l’estate, come la giovinezza. Di un tempo passato, così lontano e così vicino. Mektoub è vita, cinema, è un flusso inarrestabile. Potrebbe anche non finire mai.

L’estate sta finendo

È la fine dell’estate e Amin vive una serena relazione d’amore con Charlotte. Ophélie, nel frattempo, si trova di fronte alle conseguenze delle sue molteplici relazioni romantiche… [sinossi]
La, languidi bri, brividi
Come il ghiaccio bruciano quando sto con te
Ba, ba, ba, baciami siamo due satelliti in orbita sul mar.
L’estate sta finendo – Righeira.

Se lo sapesse Cortini. L’estate sta finendo, ma Mektoub, My Love: Intermezzo è ancora inondato di luce, vita, passione. Di cinema. In attesa del secondo canto, messo agli atti che i minuti sono solo 208 (più i futuri titoli di coda), segnalata ai più curiosi e pruriginosi una lunga sequenza amorosa nei bagni della discoteca (sofferta e un po’ disperata, più che acrobatica), non ci resta che arrenderci alla poetica di Abdellatif Kechiche, al suo sguardo, allo sguardo sempre altrove di Amin, ai fremiti, ai trenini, agli amplessi, all’estate. Non è ancora finita. Con qualche riserva, ma che importa?

Ci eravamo lasciati mano nella mano. Amin e Charlotte, noi e il cinema di Kechiche. Ci ritroviamo tutti lì, non un anno dopo (Cortini, ancora lui), ma nella stessa estate. Stessa spiaggia, stesso mare. Stessa discoteca. Il cinema è davvero una gemma verde.
Potremmo usare le stesse parole spese per Mektoub, My Love: Canto Uno, andrebbero quasi bene. Volendo fare i pignoli, questo Intermezzo è quasi uno spin-off, più che un sequel, ma qui siamo in un’altra dimensione, in un altro cinema. La sospensione di Mektoub, My Love: Intermezzo è in realtà un passo in avanti, un’ulteriore radicalizzazione del cinema di Kechiche: la distanza tra il tempo sullo schermo e il tempo della vita guardata e catturata si è ridotto, viaggia verso la perfetta coincidenza, verso uno sfacciato, vacanziero, ormonale cinema del reale.

Mektoub, maktoub, maktub, maktoob. Destino. Amore. Le traiettorie dei personaggi di Kechiche sono apparentemente le traiettorie di tutti, la loro vita è la nostra. Quasi. Nella ricerca affannosa del flirt, dei corpi, nei rapporti fin troppo liberi e nelle loro (forse) inevitabili conseguenze, nei tentennamenti di Amin (Shaïn Boumedine) o nelle chiacchiere un po’ sciocchine della bella Céline (Lou Luttiau), c’è fin troppa grazia e fin troppa disperazione. Mektoub, My Love: Intermezzo è vita all’ennesima potenza, è suo modo cinema bigger than life, è poesia che incontra la teoria, è la sovrapposizione di più sguardi: quello di Amin, degli amici di Amin, delle fanciulle che desiderano Amin, di Kechiche, degli spettatori. Del nostro, ça va sans dire. Guardiamo, desideriamo, in realtà non viviamo. In buona parte, siamo Amin. Siamo l’occhio dietro la macchina fotografica, siamo Amin che si alza dal letto per andare via. Siamo quello che resta dopo l’ellissi narrativa.

Dietro la reiterazione dei gesti, anche quelli apparentemente più gratuiti, si cela una precisa visione dell’esistenza e della settima arte. Non un giudizio morale, mai. Kechiche si immerge tra le onde del mare, nella discoteca, non si tira indietro nella sequenza della toilette – mai scelta di un termine fu più fuori luogo. Non pornografia, ma una personale declinazione della living camera, però mai partecipante. Non potrebbe esserlo, perché lo sguardo di Kechiche è lo sguardo di Amin: è lo sguardo dell’esclusione, del desiderio che si ferma a un centimetro dalla pelle. Lo sguardo della macchina da presa, della macchina fotografica, del racconto per immagini. Lo sguardo che cerca sempre Ophélie (Ophélie Bau), ma non la raggiunge mai. Mektoub, My Love: Intermezzo è anche una struggente storia d’amore.

Forse gira un po’ su se stesso Mektoub, My Love: Intermezzo, dilata troppo tutte le sequenze, sempre più macro. Dilata la teoria, il suo essere manifesto di un’idea di cinema. Dilata la vita e la sua rappresentazione. Ci inonda di vita. Eppure abbiamo ancora sete di Sète. Di quel 1994. Di quella spiaggia e di quel mare. Allora bene così – Yes Sir, I Can Boogie – andiamo avanti.

Info
La scheda di Mektoub, My Love: Intermezzo sul sito del Festival di Cannes 2019.
Il photocall a Cannes di Mektoub, My Love: Intermezzo.
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