Wounds

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Wounds segna l’esordio oltreoceano di Babak Anvari, già regista del piccolo cult-movie Under the Shadow. Anche qui maneggia bene la materia horror, anche se il film appare un po’ troppo fine a se stesso.

Nel vortice

Will vive a New Orleans e fa il barman. Un lavoro che gli piace, degli amici e una fidanzata, Carrie, che lo ama. Vive perennemente al presente, senza preoccuparsi delle complicazioni della vita. Una notte, mentre è al bar a lavorare, scoppia una violenta rissa in cui un cliente abituale resta ferito a una guancia. Alcuni studenti si danno alla fuga durante la bagarre, lasciando per errore un telefono cellulare. Da quel momento Will inizia a ricevere sms e telefonate inquietanti su quel telefono. [sinossi]

Wounds è arrivato sulla Croisette, inserito nel palinsesto della Quinzaine des réalisateurs quando nella sezione erano già stati presentati tra gli altri Le Daim di Quentin Dupieux, First Love di Takashi Miike, Zombi Child di Bertrand Bonello e The Lighthouse di Robert Eggers. Un’edizione all’insegna della riscoperta del genere, dunque, come testimoniano anche gli eventi speciali dedicati a John Carpenter con proiezione de La cosa e a Robert Rodriguez, che dopo la masterclass ha mostrato ai fortunati presenti il suo nuovo film, Red 11. In questo contesto ben si comprende la scelta di dare spazio anche all’opera seconda di Babak Anvari, iraniano di stanza a Londra che tre anni fa smosse un po’ di polvere sugli scaffali presentando Under the Shadow, che metteva in scena il conflitto tra Iran e Iraq da una prospettiva completamente horror. Un film che ricevette il plauso pressoché unanime di critica e pubblico, segnalato dagli appassionati come uno degli esempi più riusciti di riscrittura delle regole del genere. Inevitabile dunque il balzo in avanti del giovane cineasta, che con Wounds si trova a girare negli Stati Uniti, con alle spalle un gigante del cinema indie come la Annapurna Pictures. Presentato a gennaio al Sundance – collocazione ideale per un prodotto simile – Wounds è arrivato a Cannes in attesa di approdare, nei prossimi mesi, sulla piattaforma Netflix, che ne ha acquisito i diritti distributivi a livello internazionale.

Niente sala cinematografica dunque per Anvari, e per quanto dispiaccia ammetterlo la dimensione televisiva – o lo schermo di un computer – non è poi così insultante per un’operazione siffatta. Wounds certifica, anche nell’attraversamento dell’oceano e nell’introduzione all’interno di un sistema che crea inevitabili e continui paletti, il talento del trentasettenne cineasta: Anvari sa costruire la tensione e per farlo può anche affidarsi a pochi, e perfino banali, elementi. Sa giocare con l’immaginario preesistente, ed è in grado di inquietare anche al di là del sobbalzo sulla sedia. Il suo cinema non guarda all’horror contemporaneo, e sembra suggestionato più dal misterico lovecraftiano che da James Wan e dai suoi epigoni. Anche da un punto di vista strettamente legato alla sceneggiatura si può comprendere come l’elaborazione psicologica dei personaggi rientri tra i suoi interessi. Ed è proprio nella prima parte, quella in cui il film segue le dinamiche quotidiane e affettive del barman Will, della sua fidanzata Carrie e dell’ex di cui è ancora perdutamente innamorato Alicia – che sta con un ragazzo dal volto buono e innocente, ben contrastante con l’esuberanza virile di Will – che Wounds mostra le sue qualità migliori. Giocando interamente su due sole location – il bar infestato di scarafaggi in cui Will lavora e la casetta che condivide con Carrie, che è ancora studentessa all’università – Anvari riduce al minimo gli spazi apparenti in cui far esplodere l’orrore. Apparenti perché in realtà il vero spazio è virtuale, passa attraverso i messaggi WhatsApp che arrivano uno dopo l’altro sul cellulare perso da qualche ragazzetto al pub e portato a casa da Will, si propaga nelle telefonate stridule che l’uomo riceve.

Nell’orrore di oggi non esiste più un luogo in cui rinchiudersi e proteggersi, perché la tecnologia ha creato voragini invisibili in cui sprofondare, come quel vortice di fronte al quale cade inebetita, drogata, ossessiva, la povera Carrie. Una riflessione forse non rivoluzionaria, ma che Anvari lavora con una certa intelligenza. Peccato che nel perdersi a sua volta in questo vortice il regista dimentichi nella seconda parte di dover condurre avanti una narrazione. Non perché il visionario prenda davvero il sopravvento – scelta eventuale che avrebbe anzi alzato il livello dello scontro sulla messa in scena dell’orrore – ma semplicemente perché una volta istradato il discorso Anvari, anche sceneggiatore, non sa bene come condurlo verso la sua conclusione. Che resta, in maniera inevitabile ma anche un bel po’ furbescamente, monca, troncata di netto proprio quando l’acme è a un passo. Ci si può accontentare, ovvio, e restano comunque l’elegante regia di Anvari e le belle interpretazioni di un cast quasi interamente “à la Guadagnino” (Armie Hammer e Dakota Johnson); ma l’impressione di un’occasione per lo più sprecata è forte.

Info
Wounds sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
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