Quel giorno d’estate

Quel giorno d’estate

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Lavora sottotraccia, Quel giorno d’estate, in modo silenzioso ma efficace; il regista Mikhaël Hers racconta un’assenza che è anche dramma collettivo, col quale i due protagonisti, con la dolorosa necessità che il loro essere rimasti in vita impone, cercano di venire a patti.

L’assenza palpabile

In un’estate parigina come tante, l’orrore sconvolge la vita di David e della sua nipotina Amanda: un attentato terroristico si porta via Sandrine, sorella del giovane e madre della bambina. David è così costretto a farsi carico della cura di Amanda, quando il suo stesso mondo sembra andato irrimediabilmente in pezzi. [sinossi]

Non è del tutto inattinente, per una volta, la titolazione scelta dalla distribuzione italiana per un’opera il cui titolo originale era stato reputato (evidentemente) poco eufonico o accattivante. La scelta di utilizzare Quel giorno d’estate, in effetti, sposta il focus del soggetto del film di Mikhaël Hers dal personaggio di Amanda (che al film aveva dato il suo titolo originale) al macro-concetto rappresentato dalla stagione. Uno slittamento importante, che però resta più che mai interno ai temi trattati dal film: la stagione estiva, nella storia, è in effetti presente ovunque, nelle escursioni del protagonista in una Parigi semivuota – prima insieme a sua sorella Sandrine, poi con la nuova fidanzata Lena, e infine proprio con la piccola Amanda – come nelle sue t-shirt a maniche corte, nel sole che bagna di sé, neutro e imperturbabile, tutti i personaggi, così come nella calura esibita che spinge ad andarsi a rinfrescare proprio lì, in quell’anonimo parco del centro cittadino. Proprio quello che diverrà, inaspettatamente, teatro di morte. Da allora, la stagione estiva diviene altro, per il protagonista David, per la stessa Amanda, e per tutti quelli che insieme a loro hanno subito quella ferita: una crudele beffa, quella di un tempo che scorre sempre uguale a se stesso, ripetendo le stesse vuote promesse, quando intorno, in realtà, niente è più come prima.

Ci sono un prima e un dopo, in Quel giorno d’estate. Il prima ha un mood quasi rohmeriano, quello degli amori trovati per caso, delle passeggiate nei sobborghi parigini in cui il protagonista è ripreso frontalmente – a piedi o con l’ausilio della fidata bicicletta, quello di un’atmosfera giovanile inguaribilmente confidente, incastonata in ogni dettaglio, pronta a stimolare un flirt e ad auspicare un futuro magari incerto, probabilmente precario, ma comunque tutto da vivere; il dopo è invece quello dell’assenza, del risveglio, delle promesse tradite nel modo più beffardo, crudelmente privo di giustificazioni. Un dopo che, per il protagonista interpretato – bene – da Vincent Lacoste, significa anche e soprattutto traumatico passaggio all’età adulta: un’età raggiunta non più gradualmente, ma all’improvviso, come con un colpo (o meglio, più colpi) di arma da fuoco. Non solo la perdita degli affetti, prematura, insensata e non annunciata; ma anche l’improvvisa necessità di farsi carico di un’altra vita, che reclama con la forza della sua infanzia il suo diritto ad essere vissuta, esperita in pieno, accompagnata. Una vita che reclama – anche – un’impossibile spiegazione a ciò che è appena successo, probabilmente convinta che il mondo adulto, le spiegazioni, le abbia sempre pronte. Inconsapevole, ancora, dei vuoti di senso, oltre che di umana pietà, di cui è costellato quel mondo.

La regia di Mikhaël Hers in Quel giorno d’estate è volutamente poco appariscente, quasi dimessa. Gli scossoni emotivi, pur nel dramma privato e collettivo che viene messo in scena, non sembrano appartenere al vocabolario del film; questo procede piuttosto per sottrazione, mantenendo in (quasi) tutta la sua durata lo stesso pudore sgomento dei suoi personaggi. Sono proprio David e Amanda, dopo l’irruzione dell’inesplicabile nella trama, a dettare più che mai tempi e modi della messa in scena: loro, col loro studiarsi, prendersi le misure a vicenda, avvicinarsi e allontanarsi, scontrarsi e comprendersi (termine, quest’ultimo, che va inteso sia nel senso di capirsi reciprocamente, sia in quello di includere l’altro nel proprio mondo). Lui sgomento e apparentemente svuotato di forza vitale, anelante a un impossibile ritorno al prima, impotente anche di fronte all’apparente fine di un amore che doveva ancora sbocciare; lei consapevole della sua infanzia, ma anche delle sue risorse, e della necessità di recuperarle appoggiandosi a una nuova guida. Su tutto, il senso palpabile di assenza e di perdita: quella che devasta l’individuo all’improvviso, nell’irruzione della violenza che l’ha generata (violenza che comunque il film lascia, intelligentemente, fuori campo) ma che poi torna a farsi sentire a più riprese, nei giorni e mesi successivi, non annunciata, non attesa. Un senso di perdita che è anche smarrimento collettivo, col fantasma di quel 13 novembre 2015 che – fuori dello schermo – resta un doloroso evento spartiacque per la società francese tutta.

C’è un’ulteriore svolta, meno appariscente ma narrativamente più importante, in Quel giorno d’estate: quella che, nell’ultima parte del film, vede il tentativo del protagonista David di ricomporre un nucleo di affetti – nella fattispecie familiare – che la sceneggiatura suggerisce possibile antidoto all’orrore appena vissuto. Un tentativo che significa anche riannodare, faticosamente, i fili di ciò che era stato spezzato decenni prima, e che aveva lavorato negativamente sulla distanza, causando ai suoi protagonisti una prolungata sofferenza. Qui, lontano dalla capitale e dal lutto che ancora le sue strade recano in sé, il tono del film si fa anche finalmente più esplicito, liberando quella componente melò che nel resto della storia era stata tenuta sottotraccia. La stessa regia, qui, fa un passo avanti, riprendendosi il suo spazio e illustrando al meglio una svolta che diviene promessa e auspicio di un nuovo, possibile inizio. Una conclusione tutt’altro che sgradita, in un film che, per il suo modo a volte – volutamente – “frustrante” di lavorare sottotraccia, quasi pretendeva una conclusione nel segno di un’emotività più esplicita.

Info
Il trailer di Quel giorno d’estate.
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