Berlin Based

Berlin Based

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Presentato nella sezione Panorama Queer del Sicilia Queer Filmfest 2019, Berlin Based di Vincent Dieutre è un documentario sulla città europea che ormai ha sostituito Parigi e Londra per cosmopolitismo e fermento artistico, vale a dire Berlino. Centrale diventa la figura del ‘Berlin based’, dell’artista che si è trasferito nella capitale tedesca, nei suoi quartieri più caratteristici.

A Berlino va bene

Negli anni 2000 Berlino è diventata il polo d’attrazione della cultura europea. Da Mitte a Kreuzberg, guidati da una narratrice lucida e tenera, siamo invitati a calarci nel mondo fragile dei Berlin based, artisti di ogni sorta che hanno scelto di trasferirsi lì, nei quartieri di una città satura di storia in cui tutto sembrava ancora possibile. [sinossi]

Si parte da una visione aerea, da una ripresa dall’elicottero, il cielo sopra Berlino di wendersiana memoria. Ma ora la grande metropoli tedesca è tutt’altra cosa rispetto a quella città divisa in due e osservata dagli angeli. Alla capitale della Germania riunificata, che ha abbattuto il muro, è dedicato il documentario Berlin Based di Vincent Dieutre, presentato nella sezione Panorama Queer del Sicilia Queer Filmfest 2019, dopo l’anteprima al Cinéma du réel. In un’Europa pervasa da spinte separatiste e dal risorgere di formazioni di estrema destra, Berlino appare la vera capitale europea, la città cosmopolita che accoglie artisti di tutta Europa, la città democratica che protegge le minoranze, dove non esistono discriminazioni né di censo, né etniche, né di orientamento sessuale. E tutto questo avviene paradossalmente in quegli stessi luoghi, come fa notare uno degli intervistati del film, che sono stati il centro del Male assoluto, del Nazismo, di Hitler, della Storia. Luoghi che evidentemente hanno sviluppato gli anticorpi anche a seguito della lunga purga della Guerra fredda, della città separata in due parti dal muro, in un paese che ha saputo dialogare e fare i conti con il suo passato, come testimonia il Museo Ebraico di Berlino. La capitale della Germania riunificata è il luogo dove finisce il Ventesimo Secolo e inizia il Ventunesimo.

Dieutre ci conduce nei quartieri degli artisti, Neukölln, Kreuzberg, definita come un luogo di scambio del pessimismo radicale, Mitte, con quei brutti edifici prefabbricati che rappresentano l’eredità sovietica, Prenzlauer Berg, con il suo alto tasso di natalità, il quartiere dei bambini. C’è una stratificazione storica di insediamenti di gente alternativa, gli hippie, i bohémien con i turchi che hanno rappresentato il sottoproletariato. Una città cosmopolita, poliglotta, l’Europa reinventata, dove non è un problema trovare da vivere anche con lavori umili, e senza per questo essere guardati dall’alto verso il basso. Una città climaticamente fredda, che si ricopre di neve abbondante, con le giornate molto corte d’inverno, ma dove l’alternarsi delle stagioni genera un suo fascino. Una città con tanto verde e con una sua biodiversità urbana: nei parchi ci sono volpi e cicogne. Un divertimentificio alternativo, un party senza fine ovunque. Uno dei Berlin based arriva paradossalmente da Parigi, da quella che è sempre stata considerata quale la capitale assoluta dell’arte e della cultura. Berlino l’ha sostituita. In Berlino si vive ora l’equivalente di quello che è stato l’american dream. Se una delle caratteristiche degli artisti è l’indole nomade, in un’Europa che sembra non amare l’arte e i suoi artisti, la capitale tedesca è diventata l’eccezione verso cui confluire.

Dieutre lavora con un canovaccio da documentario classico ma operando delle scelte originali. Lascia parlare i Berlin based, gli artisti, pittori, fotografi, registi, che si sono trasferiti, che qui hanno preso casa e aperto i loro atelier e svolgono le loro attività. Lascia fluire le loro voci, senza però presentarli, senza la classica didascalia sovrimpressa. Non sappiamo quindi chi siano, diventano una sorta di agorà, di flusso di coscienza che esprime la bellezza della città, le sue opportunità. Solo nei titoli di coda scorrerà l’elenco dei loro nomi. Ogni volta che arriva in uno dei quartieri di cui sopra, in cui il film è suddiviso, il regista desatura il colore, arrivando ai limiti del bianco e nero. Coglie così l’essenza degli scorci della città, la loro architettura e la vita pulsante che si svolge, nella loro atemporalità, nella loro epoché (sospensione), nei loro disegni di ombre generate da quelle luci orizzontali di cui tanti intervistati parlano. Dieutre si fa poi accompagnare, fin dal suo arrivo in elicottero, da Helke, una vera berlinese che ha assistito alla trasformazione della città dall’arrivo di tutti quegli artisti bohémien, rappresentando anche il contraltare, nella crescita degli affitti a discapito dei locali, quasi in una sorta di gentrificazione alternativa. Dieutre riserva a Helke un trattamento diverso dagli altri: la intervista sulla poltrona mostrando anche se stesso e il backstage della ripresa, per esempio quando le dice come deve sedersi.

Manca nel film una riflessione su quelle parti di Berlino edificate dopo la caduta del muro, come il Sony Center, sorto sulla terra di nessuno della Potsdamer Platz, simbolico trionfo visivo del capitalismo più sfrenato e luccicante. Nessuno dei Berlin based intervistati ne parla.

Info
Berlin Based sul sito del Sicilia Queer 2019.
Il trailer di Berlin Based.
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