J’ai perdu mon corps

J’ai perdu mon corps

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È folgorante l’esordio al lungometraggio del quarantacinquenne Jérémy Clapin, animatore parigino che si era già fatto ampiamente notare coi corti Palmipedarium (2012), Skhizein (2008) e Une histoire vertébrale (2004). Presentato e premiato alla Semaine de la Critique, ma inseguito un po’ da tutti, J’ai perdu mon corps poggia su solidissime basi narrative e immaginifiche, e mette in mostra una serie di ammirevoli sequenze. Dopo Les hirondelles de Kaboul e La famosa invasione degli orsi in Sicilia, l’industria animata transalpina mette in mostra tutta la sua arrembante qualità al Festival di Cannes.

Happy Hand

Parigi. Una mano riesce a scappare da una sala di dissezione, determinata a ritrovare il suo corpo. Durante il viaggio attraverso la città, ricco di insidie e ostacoli, la mano ricorda tutta la sua vita insieme al suo corpo, quello del giovane Naoufel, fino all’incontro con Gabrielle… [sinossi]

La sequenza dei topi, il corpo a corpo tra i binari della metropolitana. Che sequenza. Per cupezza e cattiveria, ci riporta alle animazioni di Bakshi, Bluth, Potterton, Rosen. E alle prove più convincenti dell’animazione sudcoreana, in primis i film di Yeon Sang-ho (The King of Pigs, The Fake, Seoul Station). Al di là della brillante scrittura che mescola minimalismo e azione, diversi piani narrativi e temporali, e del saper architettare una quest così singolare, zeppa di insidie, J’ai perdu mon corps è animazione purissima, persino classica nel suo modellare il movimento, nella ricerca di un muscolare realismo grafico e dinamico.

Il talentuoso Jérémy Clapin avrà preso spunto da Topolino giardiniere (Mickey’s Garden, 1935) di Wilfred Jackson? Il ribaltamento delle prospettive, con ostacoli per noi inesistenti che si trasformano in trappole potenzialmente letali, mostrandoci una città diversa, è però solo una delle tante direttrici di J’ai perdu mon corps, lungometraggio tanto spettacolare quanto sentimentale, minimalista, commovente. Una storia densissima, struggente quando si immerge nel passato di Naoufel e dei suoi genitori, in quello che è stato, in quello che sarebbe potuto essere.

Lo script firmato da Clapin e Guillaume Laurant (Je m’appelle Elisabeth, Una lunga domenica di passioni) corre a perdifiato, imbocca sempre lo snodo narrativo meno prevedibile eppure più adatto, si ritaglia silenzi preziosi, esitazioni, palpitazioni. J’ai perdu mon corps disegna varie traiettorie: elaborazione del lutto, crescita, riscatto, amore. Montagne russe emotive, in uno sviluppo parallelo che in entrambi i casi lo distanzia dalle tante declinazioni dell’animazione transalpina. Difficile trovare un paragone per l’opera prima di Clapin: forse, per certi versi, potremmo accostarla a battitori liberi come Couleur de peau: miel di Laurent Boileau e Jung Sik-jun o all’assai più noto Valzer con Bashir di Ari Folman, più che altro per il taglio adulto e l’afflato realistico, così distante dai colori pastellosi e dalle linee morbide delle pellicole destinate al pubblico più giovane.

È un esordio folgorante J’ai perdu mon corps, ma non inatteso. Animatore con alle spalle dei cortometraggi rilevanti (Palmipedarium, Skhizein, Une histoire vertébrale), il quarantacinquenne Jérémy Clapin sbanca la Semaine e mostra all’industria animata transalpina un’altra possibile strada feconda: non solo lodevole animazione per fanciulli e adolescenti, non solo tecnica e scrittura di alto livello (tra i tanti da poter citare, scegliamo Sasha e il Polo Nord e Ernest & Celestine), ma anche temi più adulti, però declinati con una tecnica abbacinante, con una fluidità, un dinamismo e un realismo a metà strada tra le produzioni a stelle e strisce e la potenza cinematica nipponica. Basterebbe la notevolissima sequenza coi ratti, una lotta per la sopravvivenza tra i binari disperata e spettacolare, per giustificare la visione del film e per comprenderne la portata estetica, a suo modo rivoluzionaria – Clapin ma tutto il lungometraggio brilla per fluidità e soluzioni grafiche e di regia. Dopo il deludente didascalismo de Les hirondelles de Kaboul e la graziosa prevedibilità de La famosa invasione degli orsi in Sicilia, l’industria animata transalpina ritrova subito la sua qualità arrembante. Forse persino troppa, e un po’ scomoda: niente sale, lo vedremo su Netflix.

Info
La scheda di J’ai perdu mon corps sul sito della Semaine de la Critique 2019.
Il trailer di J’ai perdu mon corps.
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