L’amour debout

L’amour debout

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Presentato nel concorso Nuove visioni del Sicilia Queer Filmfest 2019, L’amour debout è il secondo lungometraggio del filmmaker francese Michaël Dacheux. Incroci sentimentali nella capitale francese nel corso delle quattro stagioni, seguendo un preciso retaggio rohmeriano ma anche un atlante sentimentale, di cinema, letteratura e musica, dell’autore.

Incontri a Parigi

In fuga dalla sua Tolosa, Martin parte alla volta di Parigi in cerca di fortuna. Qui incontra Leah, con cui si è appena lasciato e che ha rappresentato il suo primo amore. La ragazza, che si dà da fare come guida turistica per gruppi di curiosi che visitano i quartieri di Parigi, sembra non essere interessata a riallacciare i rapporti con Martin che, rifiutato, si vede costretto a trovare rifugio a casa dell’amico Bastien. [sinossi]

Approda nel concorso Nuove visioni del Sicilia Queer Filmfest 2019 L’amour debout di Michaël Dacheux, film già presentato all’Acid di Cannes 2018 e anche nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival. Un’opera che si segnala per la consapevolezza cinematografica, per la voglia, e l’ansia, di omaggiare i propri autori di riferimento, non per spocchia intellettuale ma per amore vero, truffattiano, per la settima arte. In questo L’amour debout si abbina idealmente con un altro film francese dello stesso anno, Mes provinciales di Jean-Paul Civeyrac, con cui condivide il livello del cinema citato, non scontato, appannaggio dei veri intenditori cinefili.

L’amour debout parte dalla storia di Martin e Leah, quando questa è ormai già finita. Lei fa la guida turistica a Parigi, in cui si è trasferita da Tolosa come ora il suo ex-fidanzato. Sta portando un gruppo di bambini, con pochi adulti, in una visita guidata nel moderno Parc de la Villette, quando Martin la raggiunge: lui vorrebbe ritornare insieme a lei ma per lei la storia è finita. Nel corso del film, che si svolge nell’arco temporale di un anno, intrecceranno altre relazioni, lei con un uomo più anziano, lui con un altro ragazzo, e forse alla fine si ritroveranno. Una cosa in comune a tutti i giovani protagonisti è l’insegnamento, la diffusione del sapere che essi stessi, da studenti o poco più, stanno apprendendo. Leah, come si è detto, fa la guida turistica, Martin, studente di cinema, tiene dei laboratori di cinema a sua volta, il suo amico fisico è impegnato in esibizioni scientifiche didattiche. Non sembrano però molto motivati, pare che lo facciano come ripiego per guadagnare due soldi. Leah trova che il Forum des Halles sia meno riuscito del Parc de la Villette, ma forse solo perché deve fare le visite nel secondo e non può parlarne male. Martin non sembra molto convincente con gli studenti e quando uno di questi gli chiede quale sia il fine di quelle lezioni, non sa rispondere e deve intervenire il professore. Martin in realtà vorrebbe fare un film, ma il suo progetto non decolla.

La loro attività di docenza è invece funzionale al regista Michaël Dacheux per esporre un suo atlante sentimentale, di cinema, letteratura e musica, che parte proprio dalla città con le sue memorie topografiche, per lui che pure si è trasferito, come i suoi personaggi, nella capitale dal Sudest della Francia. Ci fa passeggiare per l’abitazione di Verlaine, nel Quartiere Latino, per quella di Maurice Ravel, fuori Parigi, vicino alla foresta di Rambouillet, e per quella di Gilles Deleuze da cui parte un ricordo di Jean Eustache. I riferimenti comportano un ritorno alla narrazione del film. Nel caso del poeta maledetto, alludendo alla sua relazione con Rimbaud, si anticipa il tema dell’omosessualità. Eustache serve invece perché Leah ricordi, al suo pubblico della visita, quell’amico – evidentemente Martin – che le aveva fatto vedere i film di quel regista maledetto, morto suicida. Michaël Dacheux inserisce poi un momento davvero toccante, si presume ripreso dal vero. La presentazione de La maman et la putain alla Cinémathèque, da parte del direttore della fotografia Pierre Lhomme e dell’attrice Françoise Lebrun, entrambi visibilmente commossi anche ricordando l’altra protagonista, Bernadette Lafont, recentemente scomparsa.

Poi Martin e i suoi amici ricordano i vecchi tempi del cineclub, di quando vedevano Marocco e La signora di Shanghai, mentre gli insegnanti del suo laboratorio dichiarano la propria predilezione per Jean Renoir e Boris Barnet. Ma i veri motori di ispirazione che guidano Michaël Dacheux non sono letteralmente citati. Il tema dell’omosessualità riecheggia Balzac mentre L’amour debout è un film espressamente rohmeriano, per i racconti delle stagioni, in cui il film è scandito con dei cartelli, per le vite che si snodano tra centro e periferia, per la casualità degli incontri e delle storie che ne derivano. Dacheux mette in scena un grande romanzo di formazione corale, incentrato sull’insicurezza e la fragilità dei sentimenti dei suoi giovani protagonisti. Leah che interrompe inizialmente la sua relazione con un uomo più anziano proprio perché spaventata dal divario d’età. Martin passa vari gradi di accettazione della propria componente omosessuale. Vede una coppia gay e rivela all’amico Bastien, con cui dorme e con cui c’è una tensione omoerotica latente, di avere cominciato ad avere rapporti sessuali con uomini. Infine quando si innamora di un ragazzo se ne stupisce: pensava che l’amore, a differenza del sesso, fosse solo per le donne. Dacheux racconta tutte queste storie nel corso di un anno, spesso con delle notevoli ellissi narrative. La lavorazione stessa del film è avvenuta in un anno, trovandosi a girare per brevi periodi ogni mese, perlopiù con attori non professionisti. Tante situazioni rimangono irrisolte, come quella dell’amico sonnambulo, Bastien, non tutte si chiudono, e anzi il finale è aperto, ma così è la vita.

Info
L’amour debout sul sito del Queer 2019.
Il trailer de L’amour debout.
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