Climax

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Con Climax Gaspar Noé rinnova il tacito accordo con i suoi spettatori: un cinema che cerca lo scontro frontale, esteticamente consapevole ma forse incapace di andare oltre le proprie intuizioni superficiali.

Mamma, ho bevuto la droga

In un grande stabile isolato, un gruppo di ballerini festeggia la fine delle prove per uno spettacolo di danza. La festa inizia in un clima euforico ma presto degenera nel caos: qualcuno ha messo dosi massicce di allucinogeni nella sangria che tutti stanno bevendo… [sinossi]

“Sono sempre stato affascinato da situazioni in cui il caos e l’anarchia improvvisamente esplodono” dichiara Gaspar Noé parlando di Climax, film vomitevole e truce che racconta un’escalation di orrore psichico e di isteria di gruppo provocata da un bad trip allucinogeno. Nonostante Noé si diverta nuovamente a giochicchiare con la non linearità e cominci con un brandello di finale, nella sostanza Climax è completamente definito nel perimetro in cui si muove, sia fisico che temporale. Ci sono infatti unità di spazio, di tempo e di azione: uno stabile per le prove isolato dalla città, una notte, il progressivo effetto che la droga ha sui protagonisti. Scavallando l’incipit, con l’inquadratura dall’alto e in campo lungo della povera Lou (Souheila Yacoub) agonizzante nella neve, la prima scena racchiude programmaticamente anche gli intenti: in una tv vediamo una serie di interviste registrate a giovani danzatori che, poi, scopriremo essere i protagonisti del film; la tv è circondata a destra da una pila di vhs (siamo nel 1996) e da una pila di libri a sinistra. I numi tutelari che spiccano sulla destra si chiamano Dario Argento (Suspiria), George A. Romero (Zombi), ma pure Fassbinder (Querelle de Brest e Il diritto del più forte) e persino Eustache, mentre scorgiamo Kafka, Freud e il Nietzsche di Zweig tra i volumi. Le coordinate in cui vuole muoversi Noé – compresa l’alterità tra narratore e oggetto della narrazione – sono concettualmente e stilisticamente ben esibite: quel che segue è un macinato di cinema, un frullato di suggestioni poco raffinate ma fino a un certo momento efficaci.

La flebile storia appartiene all’universo delle leggende metropolitane: un gruppo di persone viene drogato da qualcuno che ha messo quintali di Lsd nella sangria (“Per festeggiare offro Coca Cola con l’aspirina a tutti” cantava del resto Elio in Supergiovane). Non esiste nessun caso di cronaca cui Noé si sia rifatto se non un vago episodio di inizio anni Novanta che non ebbe minimamente gli esiti letali messi in scena in Climax (che invece può riportare alla mente il terrificante avvelenamento di massa avvenuto nel 1951 a Pont-Saint-Esprit). Libero da stringenti “doveri” narrativi Noé dà sfogo alla sua creatività visiva realizzando una prima parte degna di interesse e un inizio assolutamente degno di nota. Dopo i titoli di testa/coda e la menzionata scena delle interviste in tv, arriva infatti la presentazione dell’ambiente e dei personaggi attraverso uno scatenato piano sequenza di una dozzina di minuti che parte dalla coreografia del fantomatico show per poi mostrarci l’insieme e farci famigliarizzare con i giovani e le loro dinamiche, soprattutto sessuali. Conosciamo la coreografa Selva (Sofia Boutella) che ha un intrallazzo con il ballerino David, il piccolo Tito che è figlio di un’altra ballerina, i fratelli Taylor e Gazelle la quale se la fa con Omar, Lou che quella sera non sta bene e non beve niente, e a seguire tutti gli altri. Musica e danza si fondono in una sintesi orgiastica – sensorialmente ben espressa – che poi si acquieta diffondendosi nei dialoghi e nelle prorompenti caratterizzazioni. Dopo il long take, Noé punta sulla frammentarietà per la sequenza successiva, incentrata sulle chiacchiere tra i danzatori che il regista cattura e interrompe in continuazione. Con tutti i suoi arzigogoli, Climax funziona fino al momento in cui la sostanza allucinogena fa il suo effetto sui poveracci che l’hanno inconsapevolmente presa, forse perché l’evidente terzietà del regista è ben architettata. Noé (che sicuramente sa di cosa parla) si dà poi parecchio da fare per farci percepire gli effetti della droga, ma per farlo deve entrare in scena diversamente, aderendo di più ai personaggi. E qualcosa stride. Nel mulinello caotico di percezioni malate, inquadrature sghembe, luci rosse (alla Suspiria appunto), urla e violenze che irrompono, non si capisce più bene dove si posizioni il punto di vista e lo sguardo si fa così disordinato da perdere pregnanza. È qui, infatti, che il regista deve sfoggiare le sottotrame più scabrose e urticanti che ne motivano il divieto ai 18 anni (dall’incesto all’aborto: non ci si fa mancare niente) affidandosi più alla “storia” e a effettacci di grana grossa che all’intelligenza espressiva. Se si vuole vedere in Climax un attraversamento percettivo dell’esperienza allucinogena, l’operazione è solo parzialmente riuscita perché in realtà è lo sguardo stesso a distanziarsi fin da principio per poi invece strabordare e irrompere un po’ goffamente.

Se si vogliono cercare significati ulteriori, invece, non si ha troppa soddisfazione perché le frasi a effetto, i simbolismi (la bandiera francese, il tour negli Stati Uniti, la ballerina tedesca), l’assenza di soluzione di continuità tra festa e strage o persino il sottile legame che dagli anni Sessanta arriva agli anni Novanta non sono sufficienti a creare un testo sfaccettato. Tutto è epidermico o al massimo si riduce alla constatazione che sotto a uno smodato piacere giace il panico. Nella seconda parte Climax smarrisce la precisione stilistica, che inizialmente possiede, per arrivare poi a un finale davvero inadeguato a tutto ciò che abbiamo visto. Non c’è infatti alcun bisogno di farci sapere chi è l’untore, chi ha messo la droga nella sangria, perché nel film non ci sono mai psicologie e motivazioni profonde dunque la scoperta è del tutto insignificante e forzata.
Girato in 15 giorni, interpretato da ballerini che hanno molto improvvisato sul set, coreografato da Nina McNeely, Climax ha il suo punto di forza nelle riprese di danza in cui Noé riesce a restituire una forza demoniaca potenzialmente distruttiva, nei momenti in cui la musica – dunque il dionisiaco – domina la scena, nelle caleidoscopiche inquadrature dall’alto, ovvero quando il film non è appesantito da rappresentazioni e accadimenti sconvolgenti a ogni costo. Questi accadimenti aggiungono disgusto e nausea a un contesto già nauseabondo di suo e che poteva sostenersi, ributtante e lurido, anche da solo. Climax è comunque un lavoro stordente che ogni tanto riesce a mettere ben a fuoco quel sottile confine tra divertimento euforico e schifo, che in fondo è una buona sintesi della fine del Millennio.

Info
Il trailer di Climax.
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