Intervista a Michaël Dacheux

Intervista a Michaël Dacheux

Nato nel 1978 nel dipartimento delle Landes, Michaël Dacheux si trasferisce presto a Parigi. Nel 2008 realizza il suo primo cortometraggio, Commune présence, girato tra Parigi, le Landes e Larzac e presentato in concorso al FID Marseille. L’Amour debout è il suo primo lungometraggio, ed è stato presentato all’Acid di Cannes 2018, al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile e nel concorso Nuove visioni del Sicilia Queer Filmfest 2019. Michaël Dacheux è tra i personaggi che si vedono nel documentario Le concours di Claire Simon. Abbiamo incontrato il regista a Palermo in occasione del Sicilia Queer.

L’amour debout sembra una sorta di megatesto che contiene una serie di citazioni di autori, registi, scrittori, musicisti, come Eustache, di cui immagino hai inserito una ripresa di una vera presentazione di La maman et la putain, Deleuze, Verlaine, Ravel. Rappresentano i tuoi punti di riferimento come in una sorta di atlante sentimentale?

Michaël Dacheux: Si effettivamente nel film ci sono molti riferimenti, però non volevo assolutamente che fossero delle citazioni colte che potessero essere recepite solo da un pubblico erudito, ma qualcosa che avesse un ruolo altro. L’inserimento di questi elementi nel film in realtà è molto naturale perché cerca di riprodurre cosa accade effettivamente, per esempio tra i miei stessi amici. Si parla molto spesso tra di noi di autori come Eustache o Deleuze. Si trattava di dare l’immagine di qualcosa di reale che accade. Prima di girare il film non avevo considerato il fatto che molti avrebbero riconosciuto delle citazioni e dei riferimenti colti. Volevo far vedere che esiste qualcosa oltre la realtà che il cinema rappresenta per il pubblico, che va in sala e pensa che ciò che vede sia reale. Ma dietro tutto ciò c’è il cinema, quindi si parla dell’ambiente cinematografico. Per quanto riguarda Eustache, già c’era una retrospettiva alla Cinémathèque a Parigi per cui quello era un elemento reale. Poi a partire da quella presentazione che c’è stata con Pierre Lhomme e Françoise Lebrun, si è costruita tutta la storia del personaggio che incontra l’attrice del film.

L’atmosfera generale del film ricorda Rohmer per le stagioni, per il contrasto tra la periferia francese e Parigi, per gli incontri nella città, per il tono da commedia leggera. Confermi?

Michaël Dacheux: In realtà non si tratta di un vero e proprio riferimento. Amo molto il cinema di Rohmer, soprattutto per quello che riguarda la sua economia cinematografica. Perché quando si fanno i film c’è tutta un’economia, e con questo intendo non soltanto il budget, l’uso del denaro che deve essere oculato, senza spendere né in più e né in meno, ma anche un’economia d’affetti, di rapporti, per cui è importante che il film sia ecologico, che si faccia un film in cui la squadra che lo realizza non sia troppo distaccata dal reale. Organizzata quindi appositamente per farlo. Ciò che mi ha sempre spaventato è l’aspetto demiurgico della regia, volevo allontanarmi da questo. E poi un ruolo importantissimo per la realizzazione del film l’hanno avuto i luoghi. Sia quelli del mio quotidiano, sia quelli del quotidiano degli attori. Per esempio la chiatta ancorata sul fiume è effettivamente il posto in cui abita il personaggio che si vede nel film. Importanti sono anche le persone. Ho preso l’attrice che fa l’hostess che è una vera hostess nella vita. Mi interessava cogliere certe singolarità individuali delle persone, nel caso dell’hostess la sua voce acuta e il suo tono forte. E così anche per l’amico che è un fisico, che lo è anche nella vita.

Buona parte dei personaggi è impiegata in qualche forma di insegnamento, senza grandi motivazioni. Martin ha difficoltà a spiegare all’alunno il fine di insegnare cinema, la sua importanza, come mai?

Michaël Dacheux: Effettivamente molti personaggi del film trasmettono una conoscenza. Da questo punto di vista condivido molto la posizione esposta dal personaggio di Jérôme, quando fa intendere che un libro, un film, possano trasmettere qualcosa di profondo a noi stessi. Trovo anche sia molto contemporanea questa situazione di gente che per tirare avanti, per tirare a campare, debba trasmettere delle conoscenze e lo faccia in una forma ‘uberizzata’ del sapere, come se il sapere venisse condiviso. Léa che si inventa queste visite guidate e molto informalmente le fa. Per quanto riguarda Martin ho voluto creare la situazione in cui lui fa questo laboratorio di programmazione cinematografica ai ragazzi delle scuole medie e si trova un po’ imbarazzato, goffo perché probabilmente non entra in una scuola media da quando ne era uscito adolescente. Questa situazione genera la comicità che io volevo, una comicità che è permessa a maggior ragione a Paul Delbreil che ho scelto proprio perché è un attore molto con i piedi per terra. Era molto importante che questi giovani di oggi, date le condizioni, non riproducessero per esempio personaggi romantici del cinema degli anni Settanta, ma dessero in questa maniera anche un aspetto comico. E poi c’era anche questa urgenza di rappresentare i giovani d’oggi che vogliono fare cinema, che nella maggior parte dei casi se non vengono da famiglie agiate, o da famiglie di cineasti per cui vengono dall’ambiente del cinema e sono parigini trovano grandi difficoltà perché devono trasferirsi, trovare una casa che costa una fortuna. Era importante che si desse una resa prosaica e non romantica.

Il film comincia con la fine della storia di Martin e Léa. Dopo, le loro vite sentimentali procedono con una simmetria. Entrambi fanno resistenza ad accettare le nuove relazioni che si profilano, la ragazza con un uomo più anziano di lei, il ragazzo con un altro uomo. Volevi rappresentare come la vita parigina abbia sciolto i loro retaggi provinciali di pregiudizi?

Michaël Dacheux: Può darsi che sia appunto la città in quanto promessa di realizzazione di sé. Poi c’è il fatto che i due personaggi di Martin e Léa vengono da questa rottura, da questa storia che non si vede nel film, ma alla quale si fa riferimento. Ma è stata una storia probabilmente fittizia, un po’ una finzione nella loro mente, in quella di Martin in particolare. Nel senso che molto probabilmente loro due hanno bisogno di scoprire cosa veramente vogliono e non di andare oltre una situazione che è stata mimata, perché la società da cui provengono detta questo. Quindi anche un viaggio verso la scoperta del proprio desiderio. La storia tra i due comunque è reale, c’è stata. Non voglio dire che il reale sia migliore della finzione o che la finzione sia migliore del reale. Voglio semplicemente rappresentare queste due persone che arrivano nella grande città, dopo la rottura sono destabilizzate però hanno la forza e allo tempo la paura di affrontare una nuova vita. Volevo anche rappresentare il coraggio che ci vuole per vivere la propria vita e anche far vedere l’umiltà che è necessaria rispetto all’ordinario, alla banalità del quotidiano. E che in questa quotidianità banale comunque c’è un elemento romanzesco.

Persegui comunque un’adesione al reale, un ritratto concreto della nuova generazione. Come hai lavorato in questo senso?

Michaël Dacheux: Poiché non abbiamo avuto sostegni finanziari, abbiamo girato il film tra amici, nei weekend di ogni mese nell’arco di un anno. Non è stato girato in cinque-sei settimane con un piano di lavorazione, come prassi, ma con gente che non fa parte del mondo del cinema, con molti attori non professionisti. Il fatto di vedersi permetteva una certa porosità, una comunicazione costante tra la vita reale e la messa in scena.

Il film si snoda nell’arco di un anno e presenta grosse ellissi narrative che obbligano lo spettatore a chiedersi e ricostruire cosa è successo nel frattempo, così come deve immaginarsi la storia passata tra i due protagonisti. Questa struttura narrativa è dipesa da questa particolare lavorazione del film?

Michaël Dacheux: La sceneggiatura è stata scritta proprio con la consapevolezza che il film si sarebbe realizzato in questa maniera. Sarebbe iniziato in autunno e finito in estate, girando un weekend al mese e appunto ci sarebbero state queste ellissi. Evidentemente volevo che questa modalità di realizzazione del film influisse sulla narrazione che costituisce il film. Volevo anche inserire dei rapporti di simmetria, ispirati un po’ a Beaumarchais e Marivaux. Alla fine ho voluto questa scena corale con i fuochi d’artificio, un momento conviviale però con una nota di inquietudine alla fine con la scena di lei nella piscina.

Info La scheda dedicata a L’amour debout sul sito del Queer Filmfest

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