The Kamagasaki Cauldron War
di Leo Sato
Presentato in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, The Kamagasaki Cauldron War di Leo Sato è il tentativo, riuscito, di riportare in luce quello spirito di contestazione e quel crudo realismo sociale proprio dei registi della Nuberu bagu come Oshima e Imamura.
Il quartiere senza amore e senza speranza
Il quartiere degradato di Kamagasaki, a Osaka, è un centro d’attrazione per lavoratori alla giornata e prostitute fin dalla Seconda guerra mondiale. Le autorità locali vorrebbero raderlo al suolo in nome di progetti di sviluppo urbanistico. Un ragazzo, Kantaro, che ha perso il padre in un incendio, con una prostituta e un ladro, e una banda di teppisti sono i protagonisti della ricerca del grande calderone, simbolo del quartiere, che viene misteriosamente rubato. [sinossi]
Nel 1960 il regista della nouvelle vague giapponese Nagisa Oshima realizza Il cimitero del sole, un ritratto neorealistico impietoso delle sacche di povertà estrema di un paese che avrebbe celebrato da lì a quattro anni, con i fasti dei giochi olimpici, il ritorno nel consesso internazionale, magnificando il proprio livello di sviluppo e di civiltà. Siamo ora alla vigilia di nuove Olimpiadi in Giappone, nel 2020, e il regista Leo Sato torna sul set di quel film di Oshima, il quartiere degradato di Kamagasaki, a Osaka, uno slum che rimane un ricettacolo di criminalità, prostituzione, popolato da un’umanità marginale che vive alla giornata, lottando per la sopravvivenza. Leo Sato è un documentarista, già autore del film Nagai Park Elegy che segue un gruppo di cittadini che si oppone allo sfratto delle persone senza fissa dimora; nonché discepolo dell’importante regista di documentari Makoto Sato, che si è occupato, con il film Living on the River Agano, delle popolazioni che vivono in territori contaminati.
The Kamagasaki Cauldron War, presentato in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, omaggia quella stagione di cinema caustico e dissacratorio, anche con la presenza di uno dei suoi protagonisti, l’ultimo rimasto in vita, Masao Adachi, che pronuncia una battuta sul Mossad, richiamando la sua militanza nei movimenti palestinesi, per la quale è considerato un terrorista. Il suo ruolo è anche quello di istillare una scintilla di intifada tra i reietti dello slum, una guerra dei poveri, per i propri diritti, contro criminali e speculatori, facendo uso del lancio di pietre o di fionde. Leo Sato mette in scena quel mondo di reietti di un paese che celebra i propri fasti con una cultura estetizzante, facendo cara anche la lezione di Shoei Imamura. Regista che a sua volta si ispirava al pensiero dell’etnologo Kunio Yanagita, che aveva identificato la cultura genuina del Giappone negli strati sociali più bassi della società, il popolo persistente. Anche Leo Sato mette in scena questa cultura povera giapponese, quanto genuina, del popolino, fatta degli spettacolini del teatro Rakugo, delle cerimonie del sake, del gioco delle carte, e degli shogi, gli scacchi giapponesi, delle canzoni popolari che omaggiano il cinema muto citando Harold Lloyd, del sumo, che rappresenta il passato di un personaggio, della danza al cimitero. Soprattutto questa cultura ancestrale si esprime nelle pentole kama, che sembrano rappresentare il simbolo della vita del quartiere – già nelle disquisizioni etimologiche –, come lo è il grande calderone, un contenitore di frustrazione e angoscia. Semplici, essenziali, possono essere trasformate nello zaino di cui il figlio ha bisogno, recuperate tra i rifiuti possono essere impegnate al banco dei pegni ricavandoci qualcosa, e, avendo perso quella familiare non si può diventare boss.
Il retaggio da cinema del reale di Leo Sato è enunciato già dalle scritte iniziali che descrivono la condizione dei lavoratori alla giornata, dei prestatori d’opera e delle donne che facilmente cadono nella prostituzione. Con il 16mm e il formato 1,33:1 entra in questo mondo di derelitti e homeless, di prostitute e mama-san, di spigolatori tra i rifiuti, in un quartiere, come dice Tamao, che puzza di piscio, pieno di ubriachi e cani randagi, esibendo facce consumate, senza denti, nere dalla pece, persone con i brontolii nello stomaco per la fame. Usa pochi attori professionisti, come Kiyohiko Shibukawa, molto noto nel cinema di genere. Leo Sato non si esime dal virare al grottesco, come in quella scena, alla Juzo Itami, del massaggiatore cieco che massaggia una radice di daikon, o nella figura del predicatore cristiano. Ma riesce a dare una rappresentazione autentica della miseria, di un protomarxismo, di un humus fertile a recepire il messaggio socialista, con l’inno dell’Internazionale. È dai tempi di Oshima, e con la parziale eccezione dell’ultimo Koreeda, che non si vedeva una poetica dell’umanità derelitta così forte nel cinema nipponico.
Info
Il trailer di The Kamagasaki Cauldron War.
- Genere: commedia, drammatico
- Titolo originale: Tsukiyo no Kamagassen
- Paese/Anno: Giappone | 2018
- Regia: Leo Sato
- Sceneggiatura: Leo Sato
- Fotografia: Mizuho Otagiri
- Montaggio: Leo Sato, Yoshiyuki Itakura
- Interpreti: Kazu, Kiyohiko Shibukawa, Maki Nishiyama, Marie Decalco, Masao Adachi, Naori Ota, Susumu Ogata, Tumugi Monko, Yohta Kawase
- Produzione: Kuzoku
- Durata: 115'







Pesaro 2019
Dare to Stop Us
Eros + Massacre
Intervista a Sayaka Kai
A Straightforward Boy
La ballata di Narayama
Rashomon
Seijun Suzuki, o del cinema eretico
La leggenda di Narayama
Ryuzo and The Seven Henchmen
Nihon Eiga – Come il cinema giapponese imparò a non preoccuparsi e ad amare la bomba
Artist of Fasting
Racconto crudele della giovinezza
The Millennial Rapture