Nona. Si me mojan, yo los quemo
di Camila José Donoso
Terza opera della regista cilena Camila José Donoso, Nona. Si me mojan, yo los quemo è stato presentato in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dopo l’anteprima all’IFFR 2019. Il ritratto di un’anziana e burbera signora, che nasconde tendenze piromani, in un film dove gli incendi riguardano la sostanza stessa del cinema.
Fuochi nella pianura cilena
Dopo aver consumato la vendetta nell’appartamento del suo ex-amante in cui ha lanciato delle bottiglie molotov, la sessantaseienne Nona si ritira nella sua casa estiva a Pichilemu, una città costiera cilena. Lì vive con apparente tranquillità, finché una serie di incendi boschivi devasta il territorio circostante arrivando a incendiare molte case della cittadina. Sorprendentemente la piccola casa di Nona non è danneggiata. [sinossi]
Il ritratto di una donna anziana, da poco entrata nella terza età, con tutti quei problemi mentali, l’essere burbera, scorbutica, tipici della senilità. Nona. Si me mojan, yo los quemo è anzitutto un affettuoso quadro che la regista Camila José Donoso crea, modellandolo sulla sua stessa nonna, l’eccentrica Josefina Ramírez che nel film interpreta Nona. Con lo stesso spirito un regista come John Waters ha saputo costruire La signora ammazzatutti, un’impietosa satira di una donna borghese che non esita a diventare serial killer per eliminare ogni disordine. C’è qualcosa di simile in Nona, oltre a quel carattere difficile della terza età, che spinge un’insospettabile vecchia signora ad appiccare incendi boschivi che, come in Italia, rappresentano una piaga, mentre tanti abitanti del suo paese di villeggiatura si ritrovano con la casa incenerita.
Nona. Si me mojan, yo los quemo, presentato in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, è l’affresco di una generazione cilena, che ha vissuto la dittatura atroce di Pinochet senza fare opposizione, di una classe sociale altoborghese di cui quella dittatura era espressione. Un affresco fatto da un’esponente della nuova generazione, quella della regista, nata nel 1988, che di quel trauma nazionale ha vissuto solo i postumi. I richiami a quel contesto storico sono vari. La casa di villeggiatura è stata acquistata poco prima del colpo di stato di Pinochet, ancora con la valuta in vigore con Allende; la protagonista ricorda di come già durante la dittatura si facesse beffe di un amico, venditore di automobili, che le procurava pneumatici per le barricate, che lei in realtà incendiava attendendo l’arrivo della polizia politica (proprio come ora attende i pompieri); nel finale, che narrativamente rappresenta l’inizio, si vedono scritte sui muri che inneggiano a Fidel Castro e all’anniversario della rivoluzione cubana. Il paese è ancora diviso, sussiste ancora un divario sociale e il neoliberismo di Pinochet è sopravvissuto in un Cile che è tornato ad avere regole democratiche. Destra e sinistra, latifondisti e campesinos, gente umile che crede che sia il diavolo ad appiccare gli incendi e che viene privata dei suoi beni, fuoco e acqua. Un paese dove, chi ha provocato l’incendio, lo contempla come Nerone mentre è in fiamme.
La furia pirotecnica di Nona equivale alla furia linguistica della regista Camila José Donoso, al suo sperimentalismo che riduce in cenere le convenzioni cinematografiche correnti. Lo sottolinea il momento iniziale, quando alla scena della nonna che lancia una molotov, succede l’immagine della pellicola che brucia. Nona. Si me mojan, yo los quemo è un patchwork di formati e grane diverse. Ci sono appunto momenti di pellicola consunta, alla Brakhage, scene delle telecamere di sorveglianza splittate in quattro. Ma la struttura del film vede un continuo alternarsi tra una forma di cinema classico, oggettivo, in anamorfico, professionale, e la forma degli homevideo ripresi da amici, in 1,33:1, senza qualità, senza montaggio, traballanti, nei momenti intimi, che creano empatia per Nona per esempio con i bigodini: in uno di essi chi effettua le riprese segnala alla signora di guardare in camera mentre è sull’altalena. Una dialettica di immagini che ripropone la struttura binaria, sociale, delineata nel film. Camila José Donoso sceglie di non mostrare mai direttamente un incendio, nonostante questi costituiscano l’elemento fondamentale del film. Le fiamme si vedono solo fuggevolmente nelle riprese dei telegiornali o nel riflesso degli occhiali di Nona, dopo averlo appiccato. Lo fa evidentemente per mancanza di mezzi, ma facendo combaciare questa continua elusione visiva con un uso di ellissi, iscritte in una narrazione circolare. Una narrazione che, come nelle precedenti opere della regista (Naomi Campbel e Casa Roshell, entrambe sui temi del travestitismo e dell’identità di genere), si insinua e prende forma nelle pieghe della realtà.
Info La scheda di Nona. Si me mojan, yo los quemo sul sito della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.
- Genere: drammatico, grottesco, sperimentale
- Titolo originale: Nona. Si me mojan, yo los quemo | 2019
- Regia: Camila José Donoso
- Sceneggiatura: Camila José Donoso
- Fotografia: Matías Illanes
- Montaggio: Camila José Donoso, Karen Akerman
- Interpreti: Eduardo Moscovis, Gigi Reyes, Josefina Ramírez, Nancy Gómez, Paula Dinamarca
- Produzione: Agência Nacional do Cinema (ANCINE), Altamar Films, BRDE, Bubbles Project, Fundo Setorial do Audiovisual (FSA), Jeonju Cinema Project, Mimbre Producciones, Ministerio de las Culturas, Pascale Ramonda Paris, Riviera LAB, Transparaíso, Tribeca Film Institute Latin America Fund, TV Zero
- Durata: 86'

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