La maschera e il volto

La maschera e il volto

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Centenaria commedia dell’assurdo di Augusto Genina, presentata al Cinema Ritrovato, La maschera e il volto si veste di chiari echi pirandelliani per raccontare l’ipocrisia e il provincialismo della nostra borghesia.

Quel cadavere del lago di Como

Savina tradisce il marito con l’avvocato. Lui, non sapendo di essere cornificato, giura che non avrebbe dubbi a mandare la moglie all’altro mondo, se scoprisse di essere tradito. E quando il tradimento effettivamente gli si palesa, deve tenere fede alla promessa. Poi un cadavere viene trovato davvero… [sinossi]

In questo film del 1919, riproposto a cento anni dalla sua realizzazione al Cinema Ritrovato, Augusto Genina sembra ancora lontano dal malinconico splendore di meravigliosi ritratti femminili come quello rappresentato in Prix de beauté. Eppure, bisogna ricordarsi – e un film come La maschera e il volto ce lo mostra in maniera palese – che Genina fu un cineasta difficilmente classificabile, votato sì a un prezioso cinema al femminile (come, ad esempio, anche nei suoi ultimi due film, Maddalena e Frou-Frou), ma fu anche autore di uno dei più belli buddy movie del primo cinema italiano (Lo squadrone bianco), come pure diede voce e immagine al più ripugnante (dal punto di vista morale e non certo stilistico) cinema di regime franco-fascista (L’assedio dell’Alcazar).

Ciò che si deve concedere, dunque, di fronte a La maschera e il volto, tratto da una commedia di Luigi Chiarelli portata in scena per la prima volta nel 1916, è un altro volto del cinema di Genina, quello che evidentemente gli ha permesso di attraversare varie e contrapposte fasi storiche, vale a dire la naturale eleganza, l’altissima professionalità e l’accurato eclettismo della sua macchina da presa, caratteristica che fu per certi versi tipica di quella generazione di registi, basti pensare a Blasetti, e che poi venne un po’ perdendosi nell’autorialità neorealistica, se non sopravvivendo forse in certi tratti, anche attoriali, di Vittorio De Sica.

Qui Genina mette in scena – e, anzi, rappresenta in forma spudoratamente teatrale, utilizzando sostanzialmente un’unica location – una storia di corna classicamente borghese, declinandola però in chiave pirandelliana, come già suggeriva il testo originale di Chiarelli. Lei tradisce il marito, che si trova costretto a ucciderla, in virtù di una promessa fatta davanti ad amici. Il punto è che non la uccide veramente (perché non se la sente), ma solo per finta, costringendo la donna a diventare un fantasma, come una versione femminile del Mattia Pascal, mentre l’amante di lei si ritrova persino a fare da avvocato al processo per omicidio cui viene sottoposto l’uomo.

Si innesca così una meccanica dell’assurdo, più che del grottesco, in cui il protagonista si ritrova a gestire il difficile dis-equilibrio che ha ipocritamente costruito, fino all’apoteosi del flashback in cui, inventando, racconta all’avvocato amante di lei come ha ucciso la moglie (strangolandola e gettandola nel lago di Como) e fino al momento in cui il cadavere di una donna viene veramente ritrovato tra le acque di manzoniana memoria. Qui, allora, la celebrazione del funerale della sconosciuta, che va avanti anche dopo che si è scoperto che si trattava semplicemente di una messa in scena, procede in montaggio alternato con la ri-scoperta e la rinascita dell’amore, per una sorta di sberleffo nei confronti della morte.

Rispetto a Pirandello vi è nella pièce di Chiarelli e nel relativo adattamento di Genina un qualche retaggio di racconto educativo in cui infine tutto torna – e deve tornare – al suo posto e, dunque, l’illogicità del mondo degli umani non viene portata fino alle sue estreme conseguenze, come invece sarebbe accaduto se ci fossimo trovati nell’universo dello scrittore di Girgenti. Vi si riconosce, però, al contempo, il germe di un giocoso senso dell’assurdo che poi avrebbe assunto una sua linea precisa in certa commedia all’italiana, da Dramma della gelosia di Scola a Straziami ma di baci saziami di Risi, fino al capostipite del (sotto)genere, Divorzio all’italiana di Germi.

E il placido mondo alto-borghese che vivacchia nell’ipocrisia sulle rive del lago di Como e in cui nessuno ama veramente, ma tutti puntano a tradire il prossimo – mentre si guarda con invidia, e a distanza, quella coppia di americani che vanno in barca e sembrano essere gli unici davvero felici (progenitori in certo qual modo di George Clooney e di altre inavvicinabili star statunitensi) -, quel placido mondo antico descritto ne La maschera e il volto è il microcosmo di un paese come il nostro chiuso per sempre nel suo adorato provincialismo, nella sua dorata e altezzosa claustrofobia.

Info
La scheda di La maschera e il volto sul sito del Cinema Ritrovato.

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