Mariti

Privo di ogni freno inibitorio e pervicacemente incentrato su una totale perdita di controllo, Mariti di John Cassavetes resta uno dei più alti saggi di recitazione e improvvisazione cinematografica, impossibile da imitare. In versione restaurata al Cinema Ritrovato.

The other side of us

Archie, Gus e Harry vanno al funerale del loro amico Stuart. Dopodiché sentono il bisogno di ubriacarsi. Da lì in poi, per qualche giorno, i tre amici perdono totalmente il controllo sulle loro vite fino a ritrovarsi a Londra. Poi però arriva il momento di tornare dalle loro donne e dai loro figli. [sinossi]

Un film come Mariti di John Cassavetes, presentato in versione restaurata in digitale al Cinema Ritrovato, mantiene intatta a distanza di tanti anni – venne girato nel 1969 e distribuito nel ’70 – la brutale potenza del buddy movie definitivo, insuperabile, segnalandosi al contempo come uno dei più alti saggi sulla recitazione (e sulla improvvisazione) cinematografica che siano mai stati realizzati.

Certo, praticamente di ogni film di Cassavetes si potrebbe dire che è, al di là di ciò che racconta, un film sulla recitazione; basti pensare a La sera della prima, dove la questione viene tematizzata ed esplicitata. Eppure qui, in Mariti, si raggiungono delle vette impressionanti, forse perché il tutto è accompagnato dalla totale perdita di controllo di tutti e tre i protagonisti in scena: lo stesso Cassavetes (Gus), Peter Falk (Archie) e Harry (Ben Gazzara); e l’uno trasporta l’altro – e viceversa, scambiandosi di tanto in tanto i ruoli di diavoli tentatori – verso il trascinamento all’uscita-da-sé e dalla maschera che rappresentano sia diegeticamente nel film, sia al di fuori di esso, come attori.

E tutto è basato sull’estenuata ripetizione, sulla disperata coazione a ripetere, a partire dalla canzone che una anziana signora canta in un bar all’inizio e viene costretta a ripeterla allo sfinimento ora da Gus, ora da Harry, ora da Archie, che arriva perfino a spogliarsi pur di far capire alla donna che non può e non deve cantare in maniera manierata, ma con sentimento, lasciando trasparire dell’umanità, del dolore, della verità. Ecco: il raggiungimento della verità performativa ottenuto tramite la sofferenza e l’esaurimento delle forze mentali e fisiche, tramite la perdita totale del sé, fino a diventare qualcun altro, oppure fino a diventare veramente se stessi. Su questo si gioca Mariti, e su questo volontario gioco al massacro di tre attori/personaggi/uomini sadomasochistici che fanno esplodere qualsiasi situazione in cui si gettano a capofitto, senza paracadute, senza freni inibitori.

In quei pochi giorni in cui i tre si ritrovano a elaborare il lutto della morte di un quarto di loro, Archie, Gus e Harry scompigliano l’esistente, si abbandonano a un carnascialesco rovesciamento del mondo e delle rispettive identità, ben sapendo però che alla fine dovranno – forse – tornare a casa dalle loro famiglie. E in questi giorni si amano e si odiano senza speranza, come amano e odiano visceralmente la vita, come litigano e si riappacificano senza motivi apparenti, come si divertono e si annoiano e come ogni volta rinascono e si suicidano, allo stesso modo di quel che combinano nei bagni del bar di cui sopra in cui ruttano, scorreggiano, vomitano, urlano e si abbracciano senza soluzione di continuità, attraverso un ostinato ribaltamento e slittamento di toni, dal demenziale alla cupa tragedia, dal grottesco al leggero, fino al melodramma e al comico più istintivo.

E che la verità sia sempre il frutto di una faticosissima ricostruzione Mariti lo mostra in ogni suo momento, in ogni suo delirio e in ogni sua scelta stilistica, a partire dai calibratissimi e disordinati fuori fuoco sui dettagli dei volti, passando per quella meravigliosa camminata sfocata in teleobiettivo dei tre per le strade di New York, o passando ancora per degli indimenticabili primi piani che arrivano improvvisamente a spezzare il cuore (il volto sotto la pioggia della giovane cinese, di cui a un tratto sembra innamorarsi Archie), fino ad arrivare a certi strabilianti piani-sequenza. Strabilianti anche perché “nascosti”, celati dalla fisicità degli attori in scena che chiamano al movimento della macchina da presa, che guidano letteralmente la macchina e non viceversa, e che testimoniano – con perfetta coerenza – come il cinema di Cassavetes sia forse il cinema più umanista di sempre, perché mette sempre l’uomo prima della macchina. Ebbene, dei tanti piani-sequenza di Mariti ce n’è forse uno che appare il più illuminante, quello nella piccola stanza d’albergo dove si muovono i tre protagonisti insieme alle tre donne che hanno acconsentito ad accompagnarli; qui la mdp è bassa, quasi ad altezza letto, e i sei governano con i loro spostamenti un continuo e ipnotico recadrage, sbalordendo a ogni momento per il gioco di armonie e disarmonie delle parti dell’inquadratura – tra chi è sdraiato e chi è in piedi, tra chi si alza e chi si siede – che conquistano di volta in volta la nostra attenzione.

Tra tutti i cinemi scomparsi nel corso dei decenni e dei lustri, forse quello che di tanto in tanto si ha la tentazione di rimpiangere più di tutti è proprio il cinema di Cassavetes, perché servirebbe – e, nel rivedere i suoi film, ce ne rendiamo disperatamente conto – a ricordarci che abbiamo ancora tanto bisogno di sentirci umani, con le nostre debolezze, le nostre schizofrenie, i nostri attacchi di violenza e di irrazionalità, le nostre inesauribili ambiguità.

Info
La scheda di Mariti sul sito del Cinema Ritrovato.

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