Montagne russe

Montagne russe

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Esempio cristallino di orchestrazione drammaturgica, Montagne russe (State Fair, 1933) di Henry King è il toccante affresco di sogni e speranze di un’America rurale dove ciò che conta sono maiali strigliati e sottaceti, carne macinata e mucche da mungere, l’amore per la propria terra e il desiderio di fuggire via. Forse. A Il cinema ritrovato di Bologna.

Life is a rollercoaster

Una famiglia di contadini partecipa alla fiera annuale: è l’occasione per confrontarsi con aspettative, delusioni e ambizioni. [sinossi]

Tra i più longevi filmaker di una Hollywood che non c’è più, attivo fin dai tempi del muto e dunque ben prima che il concetto di “autore cinematografico” venisse alla luce, Henry King è stato omaggiato alla 33esima edizione de Il cinema Ritrovato di Bologna che gli ha dedicato uno squarcio di programmazione.

Proiettato in una copia in pellicola non perfetta, ma che aggiungeva qualche fremito emotivo al racconto proprio lì dove i bordi dell’immagine mostravano i segni di un’inevitabile decomposizione chimica, Montagne russe (State Fair, 1933) è un esempio cristallino di economia del racconto, coadiuvato da un accurato tratteggio dei personaggi e dei loro desideri.

Tutto si svolge in quattro giorni: nel primo osserviamo la trepidante preparazione della famiglia Frake all’imminente fiera del New Hampshire, nelle restanti tre giornate assisteremo invece all’evento vero e proprio che, tra promesse di gloria e fugaci idilli amorosi, cambierà (forse) le loro vite. Il patriarca Abel Frake (Will Rogers) non ha occhi che per il suo Blueboy, uno splendido e ben pasciuto esemplare di maiale, in predicato per conquistare il primo premio alla fiera di Stato. La moglie Melissa (Louise Dresser) prepara con altrettanta cura i suoi sottaceti e la carne macinata da competizione, mentre i loro due figli ventenni, Margy (la Janet Gaynor di Aurora di Murnau) e il fratello maggiore Wayne (Norman Foster) attendono l’evento locale come fondamentale momento di svago, l’occasione d’oro, forse l’ultima, per sfuggire a un futuro già ben delineato di matrimoni e figliolanze con i rispettivi fidanzati.

Perfettamente integrati in una vita rurale che ha già offerto loro tutto ciò che desideravano, i due maturi coniugi rappresentano di fatto quell’America stanziale figlia dei primi pionieri, per la quale però le incursioni dei pellerossa sono già poco più di un aneddoto tramandato dagli impavidi genitori pionieri. Ma per i figli la situazione è differente, forse per loro la vita stanziale non è tutto, e nemmeno la fattoria di famiglia, i tempi sono d’altronde maturi affinché entrambi spicchino il volo dal nido materno, per conoscere il loro grande paese. Sarà la fiera a decidere se avranno o meno il coraggio per seguire questo destino e farsi a loro volta “pionieri” del proprio tempo. Ma la fiera, si sa, è solo un intervallo nelle loro vite, rappresenta infatti, e se ne renderanno conto ben presto, un momento di evasione istituzionalizzato, dove si può solo assistere ad esibizioni preconfezionate, a gare di lancio all’anello truccate e con premi fasulli, o dove non si può far altro che ripetere all’infinito un giro sulle montagne russe che replica senza sorprese il medesimo tragitto. C’è una perfetta sintonia, ben orchestrata da King e fatta di rispecchiamenti e sottili metafore, tra la location privilegiata di Montagne russe, che ne determina anche la sostanziale unità di luogo, e i suoi protagonisti, specie i due più giovani.
In cerca di occasioni e di emozioni forti, di un ultimo rutilante giro di giostra prima dell’età adulta, il rampollo Wayne finirà, nel corso di quei fatidici tre giorni, per innamorarsi di una bella e sfacciata trapezista; la sorella Margy, invece, cadrà tra le braccia di un affascinante e altrettanto spavaldo giornalista, tra l’altro donnaiolo: irresistibile emblema di un’altra America, errabonda, urbana, fatta di party newyorkesi e reportage, di viaggi e di avventure.

Con un delicato tratteggio dei personaggi e dei loro rapporti affettivi, Henry King conduce questa parabola formativa senza falsi moralismi, concedendo ampio spazio ai desideri erotici dei due ragazzi e altrettanto alle dinamiche ben oliate della relazione coniugale tra i loro genitori. È infatti un film ottimista e progressista Montagne russe che non cede a facili cliché – la trapezista per quanto libera ed eroticizzata non diventa mai una dark lady – pensando sempre invece a come conferire realismo e personalità a ciascun personaggio.
La macchina da presa si libra giusto il necessario per introdurci in questo paese dei balocchi circense e attraente; per il resto, il regista, con solido mestiere e animato da sincero umanismo, resta sempre ben incollato ai suoi personaggi, soprattutto ad ogni moto inquieto delle sopracciglia disegnate della minuta Margy.

Nel frattempo, si delinea l’affresco composito di una società alla cui radice giace inestirpabile lo spirito di un capitalismo protestante, fatto ad esempio di previsioni infauste – pensiamo qui ai vaticini punitivi che provengono non a caso dal commerciante amico dei Frake – in caso di troppa protervia nelle vittorie, ma soprattutto dove è sempre la competizione che muove ogni cosa, e ciascuna conquista rurale (un pasciuto maiale, degli ottimi sottaceti) deve ottenere un pubblico riconoscimento per essere davvero tale. Un po’ di puritanesimo poi non può mancare, perché oltre alla modestia nelle vittorie, anche la dose di brandy nel macinato deve essere accuratamente regolamentata.
Siamo lontani dalla wilderness del far west, e l’America di King pare già avviata verso un’esaltazione di un self made man che è già “animale” (uomo o donna che sia) sociale, e al quale solo l’amore può concedere un ultimo colpo di testa.

Info
La scheda di Montagne russe sul sito del Cinema Ritrovato

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