Annabelle 3

Annabelle 3

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Nuova incarnazione dell’inquietante bambola posseduta, Annabelle 3 è il capitolo della saga che segna l’esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Gary Dauberman: ma il risultato è un luna park di orrori in cui non resta che una mera traccia degli interessanti temi accennati dal soggetto.

Annabelle libera tutti

Affidata agli investigatori del paranormale Ed e Lorrain Warren, la bambola maledetta Annabelle è ormai sottochiave. Ma quando la giovane Daniela, incuriosita dall’attività dei Warren, si introduce nella loro abitazione sfruttando la sua amicizia con Mary Ellen (babysitter della piccola Judy) l’orrore minaccia di scatenarsi di nuovo… [sinossi]

Mentre è ancora in sala il nuovo La bambola assassina, reboot di una delle saghe “intoccabili” dell’horror anni 80/90, il sempreverde topos orrorifico della bambola riporta in sala il suo ultimo epigono con questo Annabelle 3. Una saga curiosa, quella inaugurata nel 2014 dal primo Annabelle, nata come spin-off della serie The Conjuring ma poi sviluppatasi in una direzione abbastanza originale: il secondo episodio, diretto da David F. Sandberg – in realtà un prequel del film originale – aveva in questo senso mostrato tutte le potenzialità di un franchise su cui pochissimi avrebbero scommesso, vista anche la sua natura derivativa e il suo adagiarsi su motivi non certo nuovi per il genere. Ora, questo nuovo episodio diretto da Gary Dauberman (sceneggiatore storico della serie, qui al suo esordio dietro la macchina da presa) punta a rinsaldare il legame tra la saga della bambola e il franchise principale creato da James Wan, inserendo come nel plot i due investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren. Una scelta che vuole sottolineare una continuity che, nel frattempo, si è arricchita di due ulteriori “rami”, quelli dei recenti The Nun (di cui è già in preparazione il sequel) e La Llorona – Le lacrime del male. Le saghe elaborate e dalla continuity spinta, su grande schermo, non sono certo (più) esclusiva dei cinecomic.

Esaminando questo Annabelle 3 – che in originale è intitolato Annabelle Comes Home, con accento sul tema principale del film – si nota la volontà di fare un primo piccolo sunto del franchise The Conjuring, con l’inquietante bambola che va a risvegliare, una a una, tutte le presenze che albergano nella stanza proibita dei Warren. Annabelle resta al centro della trama, ma la sua azione diventa veicolo nella storia per una catena di apparizioni e manifestazioni spiritiche, al punto che il film sembra volersi porre un po’ come una via di mezzo tra il filone della bambola posseduta e il macro-genere della ghost story (sul modello dei vari The Conjuring). Tassonomie un po’ oziose a parte, la prima cosa che salta all’occhio in questo sequel è il plot più essenziale rispetto al prequel di due anni fa (ma anche al film originale del 2014): qui, la girandola di orrori è innestata semplicemente da un’adolescente che, illusasi di poter comunicare col padre da poco scomparso, si introduce nella stanza dei cimeli dei Warren, risvegliando involontariamente la malefica bambola. Un’essenzialità che in sé non è un male, specie laddove il film “promette” – con l’introduzione del personaggio della figlia dei Warren, interpretata da Mckenna Grace, e con un paio di dialoghi che pongono in primo piano il tema del lutto e del modo di far fronte alla morte in un periodo come l’adolescenza – l’introduzione di temi di un certo spessore nella classica struttura di un horror.

Il problema principale di Annabelle 3, tuttavia, è che queste promesse restano in gran parte disattese, fagocitante dall’estetica orrorifica rutilante – ma anche un po’ fine a se stessa – che il film esprime dopo la sua introduzione. Laddove il precedente Annabelle 2: Creation (scritto dallo stesso Dauberman) era riuscito a prendere una storia standardizzata e in sé tutt’altro che innovativa, e ad introdurvi suggestioni non banali come quelle della diversità, dello sguardo infantile come foriero (in egual misura) di meraviglie e orrori, della morte quale prova lacerante e della necessità della sua accettazione, qui il film sembra voler fare un bignami degli stessi temi, toccandoli con molta meno convinzione e con un piglio che appare molto più pretestuoso. Il tema della diversità della piccola Judy, preadolescente bullizzata e isolata in quanto figlia di medium – ma anche in quanto cresciuta a stretto contatto con la morte, in un microcosmo che, assumendo i modelli del mondo adulto, tende semplicemente a eliderne la presenza – viene accennato nella prima parte del film e poi semplicemente messo da parte, come se la semplice enunciazione bastasse per instaurare – e mantenere – una qualche empatia col personaggio. Lo stesso tema del lutto e della sua elaborazione da parte della co-protagonista Daniela, e quello della sua speciale affinità con la figlia dei Warren, sono trattati nel modo più scolastico e didascalico possibile, presto accantonati in nome della necessità di riversare sullo spettatore il maggior quantitativo possibile di spaventi, col minor numero di pause.

Uno scopo, quest’ultimo, che invero Annabelle 3 raggiunge discretamente bene, pur nelle sue forzature e nei suoi evidenti limiti di sceneggiatura. I jump scares, che per gli appassionati più stagionati restano la vera “maledizione” degli horror moderni (specie di quelli partoriti dalla scuderia di James Wan) sono disseminati nella trama in quantità in fondo fisiologica, senza evidenti abusi: va sottolineato, anzi, come Dauberman tenti di introdurre nell’impianto visivo del film qualche soluzione più elaborata e meno scontata, giocando tanto sull’unità di luogo e sul carattere “opprimente” dell’unica location, quanto su alcune trovate oniriche e dal buon impatto. La sequenza incentrata sui giochi cromatici della lampada presente nella camera della protagonista, e quella in cui la giovane Daniela resta imprigionata nella stanza proibita (con un’inquietante tv-specchio che anticipa di poco il futuro) restano soluzioni di regia interessanti ed efficaci; l’effetto-moltiplicazione portato dal risveglio contemporaneo delle presenze della casa è gestito in un efficace crescendo, culminante in un’ultima parte di buona presa spettacolare. Le citazioni – per estemporanee che siano – di classici come L’ululato e Il mastino dei Baskerville, riescono da par loro a solleticare l’immaginazione dell’appassionato di vecchia data.

Tuttavia, al termine della visione, di questo Annabelle 3 resta poco, al netto di un lieve ma avvertibile senso di insoddisfazione per quella che appare come un’occasione mancata. L’interessante prequel del 2017 aveva probabilmente spinto troppo in alto le aspettative, elevando la saga dal mero status – comunque mai negato – di popcorn horror a quello di prodotto di genere con un suo spessore e una sua specificità. Complice forse il cambio in cabina di regia – o, più probabilmente, la semplice ansia “seriale” che predilige l’imperativo della continuity allo sviluppo di trame valide di per sé – il film di Gary Dauberman rappresenta un passo indietro rispetto al suo predecessore, ponendosi accanto al primo film del 2014, discreto e anonimo prodotto di genere. L’horror di spessore abita altrove, ma forse agli spettatori del franchise The Conjuring (che appare più che mai in salute, con almeno un paio di nuovi film in preparazione) questo non importerà più di tanto.

Info
Il trailer di Annabelle 3.
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