Due amici

Due amici

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Due amici, che Movies Inspired porta in sala in Italia quattro anni dopo rispetto alla proiezione alla Semaine de la Critique di Cannes, è l’esordio alla regia di Louis Garrel. Una commedia brillante e dolente, che ragiona sul sempiterno triangolo amoroso da una prospettiva inusuale.

Una prigione senza sbarre

Clément è pazzamente innamorato di una barista della Gare du Nord che non può mai passare del tempo con lui perché ogni pomeriggio, dopo il turno, deve scappare a prendere il treno: lui non lo sa, ma la bella ragazza è una detenuta con permesso di lavoro. Ignaro di tutto è anche il migliore amico di Clément, Abel, che vuole convincere la giovane a restare in città almeno per una serata… [sinossi]

Due amici è il primo lungometraggio da regista del bell’ombroso Louis Garrel – figlio di cotanto padre Philippe – distribuito a quattro anni di distanza dalla presentazione alla Semaine de la critique a Cannes: probabilmente l’uscita del suo secondo e più compiuto titolo, L’uomo fedele (2018), si è portata dietro la riscoperta un esordio magari non indimenticabile ma senza dubbio pregevole. Quasi “predestinato” a rimestare temi e stili degli anni che furono, Louis Garrel si cimenta con uno dei tormentoni della Nouvelle Vague, il triangolo amoroso, cercando di rinverdirne alcune ricorrenze contaminandole con le asperità del presente. Per il suo primo film il regista si fa inoltre accompagnare nella scrittura da Chrisophe Honoré – per il quale ha recitato in 6 lungometraggi – la cui influenza è ravvisabile in alcune scelte.

A differenza de L’uomo fedele non siamo nella Parigi bobo e i protagonisti maschili, i due amici, sono un po’ disadattati nel mondo e anche per questo si fanno parecchia compagnia; l’oggetto del desiderio, prima dell’uno e poi di entrambi, addirittura è una detenuta dunque non è neppure nominalmente in libertà e non ha neppure origini francesi. I due ultratrentenni un po’ sfigati sono Abel (Garrel, che si attribuisce lo stesso nome in entrambi i suoi film), benzinaio narcisista che scrive poesie, cerca da anni una ex che non lo vuole vedere più neppure in fotografia e frequenta una liceale, e Clément (Vincent Macaigne), tizio buffo, goffo e dolce che fa la comparsa su qualche set ma soprattutto ha perso la testa per Mona (la bellissima Golshifteh Farahani), misteriosa barista della Gare du Nord che nel pomeriggio deve tassativamente prendere il treno per tornare dai genitori. Almeno questo è quel che dice lei, ed essendo mediorientale la cosa può essere plausibile agli occhi un po’ obnubilati di Clément. Mona è invece una detenuta con un permesso di lavoro che deve finire di scontare la sua pena per non si sa quale reato. Cercando di aiutare l’amico a coronare il suo sogno d’amore, ovviamente Abel si prenderà a sua volta una sbandata per la fanciulla, ma soprattutto le creerà un grosso guaio cui lei a un certo punto non saprà più opporre rigorosa resistenza. Il film si sviluppa come un episodico e stralunato racconto in cui i due amici del titolo perdono tempo a vagheggiare o fare cose assurde (tipo farsi arrestare per il furto dell’auto di uno dei due), mentre delinea due personaggi maschili opposti tra loro e un oggetto amoroso femminile con una storia segreta, probabilmente dolorosa, che l’ha condotta a fare ogni giorno lo stesso percorso, le stesse azioni, bramando dentro di sé di tornare alla vita. I due movimenti andranno in rotta di collisione in una notte e una giornata in cui tutto ciò che sembrava “sicuro” (persino l’orientamento sessuale di Abel, in una divertente scena nel finale) viene messo in discussione, rivelando la fragilità delle identità e delle esistenze di Clément e Abel e la consistenza obbligata di quella di Mona. Girato con sobrietà ma non privo di fantasia, il film guarda prevalentemente a Truffaut, ricorda le immarcescibili corse di Godard, il ’68 trasognato di Philppe Garrel ne Les amants régulieres, ma è pieno di gag tragicomiche che riportano alla mente René Clair quale origine di molte spinte leggiadramente rivoluzionarie del cinema francese a lui successivo. In Due amici le coppie possibili sono tre (Clément e Abel, Mona e Clément, Mona e Abel) ma quella più complessa è tra i due sodali senza arte né parte, sognatori sfaccendati e poco propensi a confrontarsi con la realtà, che palesano dinamiche da fidanzatini con tanto di tradimenti e minacce radicali di rottura del rapporto. Mona d’altro canto è il soggetto più reale e intenso, l’unico motivato da qualcosa di concreto, le cui ragioni sono del tutto comprensibili e chiare laddove i due amici sono mossi da pulsioni fuori tempo massimo e senza un senso che non diventi poi immediatamente ossessivo. La ragazza è in galera dunque ha bisogno di lasciarsi andare dopo non si sa quanto tempo in prigione, mentre Clément e Abel si sono lasciati andare alla deriva non si sa quanto tempo prima e con effetti difficilmente recuperabili.

Piccolo racconto generazionale di due o tre marginali comunque prigionieri di qualcosa, Due amici inanella momenti naïf e aggraziati, come la scena in chiesa o l’assurda fuga dei due dalla finestra dell’ospedale in cui Clément viene ricoverato, e più in generale lascia una piacevole sensazione per la sua capacità di elaborare cose abbondantemente già viste con leggiadria e senza eccessive pretese. Film dalle ambizioni assai meno alte de L’uomo fedele, Due amici mostra però già la propensione di Louis Garrel a muoversi in territori famigliari – in tutti i sensi – del cinema francese cercando di guardare la sua generazione senza voler o dover essere in alcun modo sociologico, ma facendo emergere con naturalezza le incongruità odierne dell’immaginario mitizzato della “ondata” di cinema più celebre del mondo. Mostrando la voglia di proseguire sulla stessa strada per calarla in un mondo molto differente e dalle aspettative umane molto diverse, con il risultato – almeno per ora – di muoversi sul solco di una tradizione autoriale senza trattarla come un santino ma cercando di “stare dentro al circolo nella maniera giusta”.

Info
Il trailer di Due amici.
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